Scenari
Pete Hegseth a Singapore: "Gli Stati Uniti sono più che capaci di riprendere la guerra contro l’Iran se i negoziati non porteranno a un’intesa"
Sul tavolo delle trattative con l'Iran restano i nodi più duri: programma nucleare iraniano, fondi congelati all’estero, allentamento delle sanzioni
C’è un punto del mondo in cui il mare, più che separare, tiene insieme tutto: guerre, benzina, diplomazia, inflazione, elezioni. È lo Stretto di Hormuz, una striscia d’acqua fra Iran e Oman larga appena 29 miglia nautiche, cioè circa 54 chilometri, nel suo punto più stretto. Ma la misura davvero impressionante non è geografica: è economica. Da lì transitano in media circa 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti petroliferi, una quota attorno al 25% del commercio mondiale di petrolio via mare. In altre parole, basta che quel collo di bottiglia si restringa perché a tremare non sia solo il Medio Oriente, ma anche il prezzo del pieno a migliaia di chilometri di distanza.
Per capire perché le ultime mosse di Washington e Teheran contino così tanto, bisogna partire da qui. Oggi parlando allo Shangri-La Dialogue di Singapore, il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth ha detto che gli Stati Uniti sono “più che capaci” di riprendere la guerra contro l’Iran se i negoziati non porteranno a un’intesa. Nelle stesse ore, secondo ANSA e Reuters, Donald Trump non aveva ancora preso una decisione finale sul memorandum negoziato dai suoi emissari, la cosiddetta “Dichiarazione di Islamabad”, che dovrebbe prorogare la tregua e aprire un nuovo ciclo di colloqui. Sul tavolo restano i nodi più duri: programma nucleare iraniano, fondi congelati all’estero, allentamento delle sanzioni.
È qui che lo Stretto di Hormuz smette di essere solo un passaggio marittimo e diventa una leva di guerra. Per mesi, nel conflitto esploso il 28 febbraio 2026 fra Usa, Israele e Iran, la navigazione nel Golfo è stata uno dei fronti decisivi. Reuters riferisce che l’effettiva chiusura dello stretto da parte iraniana ha spinto in alto i prezzi dell’energia, aggravando il costo economico del conflitto; una tregua fragile è in vigore dal 7 aprile 2026, ma gli scambi di fuoco e le tensioni in mare non sono scomparsi. Per questo, quando si parla di memorandum, una delle parole-chiave è proprio riapertura.
Perché Hormuz è il vero termometro della crisi
Lo stretto collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e quindi al Mar Arabico. La sua importanza non dipende solo dal fatto che sia stretto, ma dal fatto che quasi non esista un’alternativa equivalente. Secondo la International Energy Agency, nel 2025 attraverso Hormuz sono passati quasi 20 milioni di barili al giorno fra greggio e prodotti raffinati; circa l’80% di questi flussi era diretto verso l’Asia. Sempre l’agenzia spiega che solo Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di oleodotti capaci di aggirare in parte il passaggio, con una capacità di deviazione stimata tra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno: molto, ma non abbastanza per sostituire integralmente il traffico che normalmente attraversa lo stretto.
La fotografia dei singoli Paesi aiuta a capire il peso strategico del corridoio. Nel 2025, sempre secondo la IEA, via Hormuz sono transitati circa 6,23 milioni di barili al giorno dall’Arabia Saudita, 3,63 milioni dall’Iraq, 3,24 milioni dagli Emirati Arabi Uniti, 2,41 milioni dall’Iran, 2,37 milioni dal Kuwait e 1,43 milioni dal Qatar. Chiudere quel passaggio significa quindi mettere sotto pressione, contemporaneamente, esportatori rivali fra loro ma tutti centrali per l’equilibrio del mercato mondiale. E non è solo petrolio: la stessa IEA avverte che una chiusura avrebbe effetti enormi anche sul gas naturale liquefatto, perché Qatar ed Emirati fanno passare da lì quasi il 20% del commercio globale di LNG.
Un imbuto piccolo, ma con corsie ancora più piccole
C’è poi un elemento fisico che spiega la fragilità di Hormuz. Nel suo punto più stretto il passaggio misura 54 chilometri, ma le corsie navigabili per le grandi petroliere sono molto più ridotte: la IEA parla di due canali di navigazione larghi appena 2 miglia ciascuno, separati da una fascia di sicurezza di altre 2 miglia. Significa che una parte enorme del traffico energetico mondiale scorre dentro corridoi molto prevedibili, e quindi esposti a mine, droni, missili, sequestri, assicurazioni alle stelle e rallentamenti anche senza una chiusura totale formalmente dichiarata.
È il punto che spesso sfugge quando si immagina un blocco come una saracinesca che si abbassa di colpo. In realtà basta meno: bastano incidenti, attacchi mirati, zone interdette, navi che rinunciano a passare, premi assicurativi che esplodono, armatori che cambiano rotta. La U.S. Energy Information Administration ricorda che l’impossibilità, anche temporanea, di far transitare il petrolio in un grande chokepoint provoca ritardi, maggiori costi di trasporto e pressione immediata sui prezzi mondiali. Nel giugno 2025, durante una precedente fase di tensione regionale, il Brent passò da 69 a 74 dollari al barile in appena un giorno, fra il 12 e il 13 giugno.
Che cosa succede se lo stretto si blocca davvero
Lo scenario peggiore è quello di una chiusura prolungata. La IEA è netta: un’interruzione significativa dei flussi provocherebbe un forte rialzo dei prezzi e, se durasse, rapidamente anche carenze fisiche di greggio e prodotti. Il problema non riguarda soltanto il petrolio che oggi viaggia in mare, ma anche la capacità inutilizzata dei grandi produttori del Golfo, soprattutto quella saudita. Se Hormuz si ferma, una parte importante della spare capacity mondiale diventa di fatto irraggiungibile. Alla fine del 2025, la capacità inutilizzata effettiva dei produttori OPEC superava i 4 milioni di barili al giorno; ma gran parte di quel cuscinetto si trova proprio nella regione che dipende dallo stretto.
L’impatto non sarebbe uniforme. L’Asia sarebbe il primo epicentro dello shock: nel 2024 l’EIA stima che l’84% del greggio e condensati passati per Hormuz fosse destinato ai mercati asiatici, con Cina, India, Giappone e Corea del Sud come destinatari principali. La stessa IEA calcola che nel 2025 Cina e India da sole abbiano ricevuto il 44% delle esportazioni di greggio transitato nello stretto. L’Europa è meno esposta sul petrolio diretto, ma non sarebbe affatto al riparo: i prezzi del greggio fanno da riferimento globale e si trasmettono a catena su carburanti, logistica, chimica, inflazione e crescita.
Sul gas, anzi, il nodo sarebbe ancora più rigido. La IEA segnala che nel 2025 quasi il 93% delle esportazioni di LNG del Qatar e il 96% di quelle degli Emirati Arabi Uniti sono transitate per Hormuz. In totale, oltre 112 miliardi di metri cubi di gas liquefatto sono passati da lì, quasi il 20% del commercio mondiale di LNG. E a differenza del petrolio, per quel gas le alternative sono quasi nulle: non esistono rotte terrestri o capacità di sostituzione sufficienti nel breve periodo.
E se invece si riapre?
La parola riapertura, però, non equivale automaticamente a ritorno alla normalità. Le bozze del memorandum circolate nelle ultime settimane e riprese da ANSA prevedono una revoca graduale del blocco navale americano e delle restrizioni imposte dall’Iran, con il ripristino della libertà di navigazione. AP e ANSA riferiscono che il possibile accordo includerebbe una proroga della tregua di 60 giorni e l’avvio di negoziati sul nucleare iraniano. Ma una riapertura politica deve poi tradursi in una riapertura operativa: servono rotte sicure, ispezioni, sminamento eventuale, coperture assicurative e garanzie credibili per armatori e trader.
I segnali, da questo punto di vista, sono chiari. L’Associated Press ha riferito che l’Unione europea, attraverso l’alto rappresentante Kaja Kallas, ritiene necessario rafforzare la sicurezza della navigazione anche dopo la fine della guerra, con più navi e forse un ampliamento della missione Aspides, la missione europea già attiva nel Mar Rosso. Il dato politico conta: se Bruxelles ragiona già in termini di protezione postbellica, significa che nessuno considera scontato un ritorno immediato alla fluidità pre-crisi.
Del resto, i numeri del traffico mostrano quanto sia profonda la ferita. AP, citando i dati di Lloyd’s List Intelligence, ha scritto che tra il 1° e il 15 marzo 2026 almeno 89 navi hanno attraversato Hormuz, comprese 16 petroliere, contro una media prebellica di circa 100-135 passaggi al giorno. Non è un dettaglio: vuol dire che anche quando il passaggio non è completamente sigillato, il suo funzionamento può risultare drasticamente ridotto. E questo basta a far oscillare i mercati.
Il memorandum, i nodi veri e il peso del petrolio sulla diplomazia
Le trattative in corso ruotano attorno a tre dossier che si tengono insieme. Il primo è il nucleare iraniano: le bozze richiamate da ANSA parlano di moratorie sull’arricchimento, ispezioni rafforzate e possibile gestione esterna dell’uranio altamente arricchito. Il secondo è economico: sanzioni americane e fondi iraniani congelati. Il terzo è energetico-strategico: la riapertura di Hormuz e il ritorno della libertà di navigazione. In questo triangolo, il petrolio non è uno sfondo: è la leva che rende urgente la diplomazia e allo stesso tempo la rende instabile.
Per Trump, come osserva ANSA, un’intesa utile significherebbe anche quotazioni petrolifere più basse, minore pressione sui prezzi della benzina e un alleggerimento del clima economico interno. Per l’Iran, l’accordo vale ossigeno finanziario: sblocco di fondi, possibile allentamento delle sanzioni, margini per una ricostruzione economica dopo mesi di guerra. Ma proprio perché gli interessi sono così concreti, il negoziato resta appeso ai dettagli: non basta dichiarare la pace, bisogna stabilire chi controlla il mare, chi verifica il nucleare, chi libera i soldi, chi garantisce che lo stretto non torni a essere usato come un’arma geopolitica alla prima crisi successiva.
Più che un passaggio, un moltiplicatore
Lo Stretto di Hormuz conta così tanto perché concentra in pochi chilometri tre cose che di solito stanno separate: energia, sicurezza e finanza. Se si blocca, sale il premio di rischio, aumentano i costi di trasporto, si comprimono le forniture e i governi devono intervenire. Se riapre, non basta abbassare la bandiera della crisi: occorre ricostruire fiducia. In fondo è questa la vera lezione della sequenza di queste ore, dalle parole di Pete Hegseth alla prudenza di Donald Trump. La guerra può ripartire, ha fatto capire il capo del Pentagono; ma proprio perché può ripartire, Hormuz resta il punto in cui ogni tregua deve diventare materiale, misurabile, visibile. Una petroliera che passa o non passa vale quasi quanto un comunicato diplomatico.
Ecco perché il destino dello stretto pesa molto oltre il Golfo. In tempi normali è il termometro dell’energia mondiale; in tempi di guerra diventa il suo detonatore. Oggi la domanda non è solo se Usa e Iran firmeranno davvero un memorandum. La domanda è se riusciranno a restituire al mondo un passaggio che, finché resta conteso, continua a ricordare una verità semplice e brutale: nell’economia globale, a volte la stabilità del pianeta dipende da un corridoio di mare largo appena due miglia per corsia.