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la follia

Bordighera, l’orrore nel telefono: Beatrice costretta a fumare in lacrime a due anni. Arrestato il patrigno

La svolta nell'inchiesta sulla piccola: non fu una caduta, ma l'epilogo di maltrattamenti quotidiani documentati in foto e video choc

30 Maggio 2026, 18:12

18:20

Bordighera, l’orrore nel telefono: Beatrice costretta a fumare in lacrime a due anni. Arrestato il patrigno

I carabinieri hanno tratto in arresto a Bordighera Manuel Iannuzzi, 42 anni, compagno della madre della piccola Beatrice, la bimba di appena due anni trovata senza vita nella notte tra l'8 e il 9 febbraio scorsi.

All’uomo è contestato il reato di maltrattamenti aggravati dalla morte della minore, accusa formulata in concorso anche nei confronti della madre, Emanuela Aiello, già arrestata il 9 febbraio.

Sin dalle prime ore, la versione fornita dalla donna — secondo cui i lividi della figlia sarebbero stati causati da una caduta dalle scale avvenuta giorni prima — ha mostrato evidenti falle. I soccorritori del 118 e il medico legale avevano rilevato sul corpicino lesioni palesemente incompatibili con un semplice scivolone. L'iniziale ipotesi di omicidio preterintenzionale a carico della madre ha così lasciato il campo a un quadro investigativo ben più complesso e inquietante.

La svolta è arrivata con l'inchiesta coordinata dalla Procura di Imperia, alimentata dall'incrocio di analisi del Ris, acquisizioni forensi, tabulati telefonici e riprese di videosorveglianza. L'attenzione degli inquirenti si è spostata dal “come è morta” la bambina al “come viveva”, facendo emergere un contesto domestico agghiacciante.

La chiave di questa ricostruzione si trova nella memoria del cellulare sequestrato a Iannuzzi. All'interno del dispositivo gli investigatori hanno rinvenuto foto e filmati che immortalano i maltrattamenti subiti da Beatrice. In uno dei video ritenuti centrali dall'accusa, la piccola, in lacrime, viene costretta a fumare una sigaretta mentre oppone resistenza; gli adulti presenti assistono alla scena scherzando.

Le carte dell'ordinanza cautelare, illustrate dal procuratore Alberto Lari, parlano di violenze di «particolare intensità», perpetrate con «modalità atroci»: la bambina sarebbe stata ripetutamente colpita con schiaffi e pugni, strattonata per i capelli, sbattuta contro il muro e percossa con una ciabatta.

Un contributo decisivo alla ricostruzione di questa drammatica quotidianità è arrivato anche dalle dichiarazioni delle sorelline maggiori, ascoltate in ambiente protetto da personale specializzato.

C'è poi un ulteriore elemento che aggrava la posizione degli indagati. Secondo gli accertamenti, Beatrice non sarebbe deceduta nella villetta di Bordighera dove fu soccorsa, ma in un'abitazione di Perinaldo riconducibile a Iannuzzi. Sulla base delle analisi del Ris e dei tracciati telefonici, il gip ipotizza che la madre abbia guidato per ore con la figlia ormai priva di vita, prima di lanciare l'allarme alle 8:21 del 9 febbraio. Se confermato in giudizio, ciò indicherebbe che la chiamata al 118 sia stata parte di un depistaggio pianificato.

Secondo l'accusa, un sistema rodato di violenze si sarebbe abbattuto per mesi su una bambina di due anni, fino all'epilogo più tragico. La presunzione di innocenza resta un principio imprescindibile fino alla sentenza definitiva; tuttavia, la consistenza degli indizi e la mole di riscontri tecnologici e testimoniali hanno indotto la Procura a stringere il cerchio attorno a chi, secondo gli inquirenti, ha trasformato la vita di Beatrice in un incubo.