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Il punto della situazione

Uranio, Hormuz e la mossa di Trump: l'intesa con l'Iran è sul filo del rasoio

Trump chiede garanzie più stringenti su uranio arricchito e verificabilità; la riapertura dello Stretto di Hormuz decide il destino dei mercati energetici

31 Maggio 2026, 14:06

14:10

Trump riscrive l’intesa con Teheran: più vincoli sul nucleare, più pressione su Hormuz, meno spazio per l’ambiguità

La bozza di accordo con l’Iran sembrava vicina, poi la Casa Bianca ha rimesso mano ai punti più sensibili. Sul tavolo non c’è soltanto il programma atomico di Teheran: si gioca anche il controllo politico di uno dei passaggi energetici più cruciali del pianeta.

A separare la diplomazia dal salto nel vuoto, in questa fase, non è una grande dichiarazione solenne ma una materia opaca e densissima: uranio arricchito, clausole riscritte, garanzie giuridiche e la riapertura di uno stretto di mare largo appena poche decine di chilometri nel suo punto più angusto. È lì, nello Stretto di Hormuz, che passa il nervo scoperto dell’economia mondiale. Ed è attorno a quel corridoio marittimo, oltre che attorno al dossier nucleare iraniano, che Donald Trump ha deciso di irrigidire la bozza dell’intesa negoziata dai suoi emissari con Teheran.

Secondo fonti concordanti emerse nelle ultime ore, il presidente americano ha chiesto modifiche al testo già abbozzato, intervenendo soprattutto sulle disposizioni che riguardano il programma nucleare iraniano. Il punto politico è netto: Washington vuole garanzie più forti e meno interpretabili sul fatto che l’Iran non possa né sviluppare né acquisire un’arma atomica. Non basta, dunque, congelare la crisi; la richiesta americana è trasformare un cessate il fuoco fragile in una cornice di controllo più stringente, almeno nelle intenzioni.

Una bozza c’era, ma non bastava alla Casa Bianca

Nei giorni scorsi era emersa l’ipotesi di un memorandum d’intesa di durata iniziale pari a 60 giorni, concepito per prolungare la tregua e aprire negoziati più strutturati sul programma nucleare iraniano e sulla sicurezza della navigazione nel Golfo. Ma proprio quando il testo sembrava vicino alla formalizzazione, Trump ha frenato, chiedendo correzioni sostanziali. La sua preoccupazione principale, riferiscono fonti citate dalla stampa statunitense, riguarda le formulazioni troppo elastiche sulle attività nucleari di Teheran e sulla sorte del materiale già arricchito.

La mossa non sorprende del tutto. Fin dall’inizio di questa nuova fase negoziale, la posizione americana è oscillata fra due esigenze: da un lato mostrare di avere imboccato una via diplomatica; dall’altro evitare che l’intesa appaia come una tregua concessa all’Iran senza contropartite verificabili. Per Trump, che ha fatto della postura muscolare un tratto identitario della sua politica estera, un accordo percepito come troppo permissivo rischierebbe di trasformarsi in un costo interno prima ancora che in un risultato internazionale.

Il nodo vero: che cosa fare dell’uranio arricchito

Il cuore della trattativa resta il destino delle scorte di uranio altamente arricchito detenute dall’Iran. È il punto tecnicamente più complesso e politicamente più esplosivo. Washington insiste da settimane sul fatto che quelle riserve debbano essere rimosse, neutralizzate o comunque sottratte a una disponibilità immediata iraniana; Teheran, invece, continua a rivendicare il proprio diritto a un programma nucleare per fini civili e considera la questione dell’arricchimento parte della propria sovranità strategica.

Le preoccupazioni occidentali non nascono dal nulla. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha più volte segnalato limiti alla propria capacità di verifica piena e continuativa sul programma iraniano. In documenti e dichiarazioni ufficiali, l’IAEA ha ricordato che la propria possibilità di certificare l’entità, la composizione e l’ubicazione dell’intero stock di uranio arricchito iraniano è stata compromessa da restrizioni di accesso e dall’interruzione di alcune attività di monitoraggio. Dopo gli attacchi del 2025, il direttore generale Rafael Grossi ha inoltre sottolineato l’urgenza di riprendere le ispezioni per avere garanzie credibili sul materiale arricchito fino al 60 per cento.

È esattamente qui che la bozza diventa terreno di scontro. Per la parte americana, parlare genericamente di “non proliferazione” non basta se non viene chiarito dove finirà l’uranio già prodotto, chi lo controllerà, con quali strumenti ispettivi e in che tempi. In alcune ricostruzioni giornalistiche è emersa perfino l’ipotesi di un trasferimento delle scorte fuori dall’Iran, soluzione che tuttavia incontra resistenze politiche evidenti sia a Teheran sia tra gli attori internazionali coinvolti nella mediazione.

Perché Hormuz pesa quasi quanto il nucleare

Il secondo grande pilastro della trattativa è la riapertura dello Stretto di Hormuz, cioè il passaggio che collega il Golfo Persico al Golfo dell’Oman e al Mar Arabico. Non è un dettaglio collaterale: è un’infrastruttura geografia prima ancora che politica. Secondo la U.S. Energy Information Administration, attraverso Hormuz transitavano nel 2024 circa 20,7 milioni di barili al giorno di petrolio e liquidi petroliferi; nella prima metà del 2025, la media è stata di 20,9 milioni. In altre parole, quasi un quinto dell’offerta mondiale di petrolio prima dell’ultima escalation regionale dipendeva da quel collo di bottiglia.

Non stupisce, quindi, che il dossier marittimo sia diventato inseparabile da quello nucleare. Nelle ultime settimane Trump ha più volte indicato la riapertura immediata di Hormuz come condizione politica essenziale. Secondo le informazioni circolate sui negoziati, l’idea di base era quella di garantire il ripristino del transito senza pedaggi o controlli unilaterali da parte iraniana, un punto che per Washington ha un valore economico ma anche simbolico: riaffermare che Teheran non possa usare lo stretto come leva permanente di ricatto strategico.

Dal lato iraniano, però, il tema si intreccia con la richiesta di sicurezza reciproca. In alcune versioni circolate del negoziato, l’apertura di Hormuz veniva accompagnata dalla pretesa di garanzie contro nuovi attacchi statunitensi o alleati. È una classica logica di scambio: libertà di navigazione in cambio di attenuazione della pressione militare. Ma per la Casa Bianca il punto è evitare che la riapertura appaia come una concessione revocabile a piacimento. Anche da qui nasce l’irrigidimento voluto da Trump.

Il fattore energia: perché il mondo guarda a questo negoziato

Dietro le formulazioni diplomatiche c’è una realtà semplice: quando Hormuz si blocca, il contraccolpo non resta nel Golfo. La stessa EIA definisce lo stretto come il più importante “oil transit chokepoint” del mondo. Una sua chiusura o limitazione, anche temporanea, può generare ritardi nelle forniture, aumento dei costi assicurativi, rincari nei noli marittimi e pressioni sui prezzi energetici globali. Nelle ultime analisi dell’agenzia americana, la quasi chiusura di Hormuz viene indicata come uno dei principali fattori di volatilità del mercato petrolifero.

È per questo che la trattativa non riguarda solo Stati Uniti e Iran. Riguarda i grandi importatori asiatici, i paesi del Golfo, l’Europa già esposta a una lunga stagione di shock energetici, e perfino il consenso interno americano, dato che l’aumento del prezzo dei carburanti resta uno degli indicatori politici più sensibili per ogni amministrazione. Non a caso, nelle ricostruzioni dei media statunitensi, la pressione su Trump per sbloccare Hormuz viene descritta anche come una pressione domestica.

Un accordo difficile perché le due parti parlano linguaggi diversi

Il problema di fondo è che Washington e Teheran non stanno negoziando soltanto clausole: stanno negoziando il significato stesso della crisi. Per gli Stati Uniti, il dossier centrale è impedire qualsiasi percorso iraniano verso la weaponization, cioè la capacità concreta di convertire materiale e know-how in un’arma nucleare. Per l’Iran, invece, il punto è non firmare un testo che equivalga a una resa strategica, soprattutto dopo mesi di scontro e sotto la minaccia costante di nuove pressioni militari o sanzionatorie.

In questo quadro, l’insistenza di Trump sulle “garanzie” va letta in due modi. Il primo è sostanziale: senza meccanismi di verifica esterni, un’intesa rischia di valere solo fino alla successiva crisi. Il secondo è politico: il presidente americano vuole poter presentare l’eventuale accordo non come un accomodamento, ma come una correzione dura e vantaggiosa rispetto alla bozza negoziata dai suoi emissari. È la differenza, molto americana, fra firmare un testo e poter dire di averlo riscritto.

Il ruolo degli ispettori e il problema della verificabilità

Qualunque intesa, però, dovrà misurarsi con una parola decisiva: verificabilità. Senza il ritorno pieno degli ispettori dell’IAEA, senza accesso continuativo ai siti sensibili e senza una catena di custodia chiara per il materiale fissile, nessuna formula politica potrà davvero rassicurare la comunità internazionale. Le dichiarazioni di Grossi degli ultimi mesi insistono su questo punto: non basta la promessa di un uso pacifico, servono strumenti tecnici che permettano di accertarlo.

Il precedente del JCPOA, l’accordo nucleare del 2015, continua a pesare come un fantasma sul tavolo. Quel modello aveva creato un impianto sofisticato di limiti, monitoraggio e ispezioni, ma il suo progressivo svuotamento ha lasciato in eredità una sfiducia reciproca profondissima. Oggi nessuna delle due parti sembra credere davvero a un ritorno puro e semplice al quadro di allora. Per questo l’intesa in discussione somiglia più a un meccanismo di contenimento dell’emergenza che a un nuovo ordine stabile.

La scelta di Trump: chiudere in fretta o alzare il prezzo dell’intesa

La domanda, a questo punto, è se l’irrigidimento imposto da Trump serva a rendere l’accordo più solido o rischi invece di farlo saltare. Le due ipotesi convivono. Da un lato, un testo più preciso su uranio arricchito, ispezioni e libertà di navigazione potrebbe ridurre le aree grigie che in Medio Oriente diventano spesso micce. Dall’altro, ogni clausola aggiuntiva alza il costo politico che Teheran deve sostenere per accettarla. E quando una controparte percepisce il negoziato come una capitolazione mascherata, la tentazione di congelare tutto cresce rapidamente.

In questa fase, la linea del presidente americano sembra essere una: preferire ancora il canale negoziale, ma a condizione di non apparire prigioniero del compromesso. È un equilibrio fragile. Associated Press ha riferito che, dopo una riunione nella Situation Room, Trump non aveva ancora preso una decisione definitiva sul via libera all’accordo, pur confermando l’esistenza di colloqui ad alto livello. La tregua, dunque, c’è ma resta politicamente sospesa.

Che cosa possono aspettarsi i lettori nelle prossime ore

Per capire se il negoziato reggerà, bisognerà osservare tre indicatori concreti. Il primo: se emergerà un testo chiaro sul destino delle scorte di uranio e sul ruolo dell’IAEA. Il secondo: se la riapertura di Hormuz sarà descritta come immediata, irreversibile e libera da condizioni accessorie. Il terzo: se da Teheran arriveranno segnali che distinguano un compromesso difficile da un rifiuto di principio.

Per ora, il quadro è questo: la bozza di accordo non è morta, ma è entrata nella sua fase più pericolosa, quella in cui i dettagli diventano sostanza e le sfumature possono riaprire il conflitto. Trump vuole un testo più duro sul nucleare; l’Iran vuole evitare che la tregua si trasformi in disarmo unilaterale; il mercato globale vuole che Hormuz torni a funzionare senza incidenti né minacce. È una trattativa in cui ciascuno cerca una garanzia diversa, ma il tempo per ottenerla si sta restringendo.

Se un punto appare già chiaro, è questo: la vera posta in gioco non è soltanto la firma di un documento. È capire se, dopo mesi di guerra e di scosse energetiche, esista ancora uno spazio minimo per trasformare una tregua precaria in un equilibrio controllabile. In Medio Oriente accade raramente. E proprio per questo, stavolta, ogni parola della bozza pesa quanto una nave che attraversa Hormuz o quanto un chilogrammo di uranio arricchito sottratto all’opacità.