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La fuga delle star e l'ombra di Trump su "Freedom 250": «Cancel it!»
Fuga di star dal festival Freedom 250 per l'Indipendenza. Il presidente provoca: «Meglio un maxi comizio MAGA che questi artisti di terza categoria»
Sul National Mall di Washington, il palcoscenico designato per celebrare i 250 anni dell’indipendenza americana si sta trasformando nell’ennesimo caso politico.
Al centro delle polemiche c’è “Freedom 250”, l’organizzazione che promuove il Great American State Fair, una kermesse gratuita in programma dal 25 giugno al 10 luglio 2026 nel cuore della capitale federale.
Sebbene il progetto si presenti esplicitamente come “non-partisan” e volto a esaltare l’unità nazionale, in pochi giorni la rassegna ha registrato un esodo di massa dei principali artisti, intimoriti da un contesto percepito come sempre più vicino all’orbita di Donald Trump. La crisi è esplosa subito dopo l’annuncio della prima ondata di performer: circa due terzi del cartellone ha fatto immediatamente marcia indietro. Tra i nomi che si sono sfilati figurano Martina McBride, The Commodores, Morris Day, Young MC e Bret Michaels (frontman dei Poison).
Diversi artisti hanno denunciato pubblicamente la profonda distanza tra l’evento descritto in fase di contatto come neutro e apartitico e l’impianto, giudicato divisivo, che stava prendendo forma. Al momento, tra defezioni e ripensamenti, restano in programma pochi nomi, tra cui Vanilla Ice e Flo Rida.
Il nodo cruciale è il legame politico della macchina organizzativa. Pur esistendo dal 2016 l’iniziativa congressuale e bipartisan “America250”, il festival attuale è espressione della White House Task Force 250, istituita direttamente da Donald Trump tramite un ordine esecutivo nel gennaio 2025 e guidata dal suo ex sottosegretario di Stato Keith Krach.
Questa struttura celebrativa parallela ha alimentato confusione e messo in luce come, dietro l’etichetta dell’apartiticità, operi una filiera riconducibile all’amministrazione in carica.
Di fronte al forfait dei cantanti, Trump non ha cercato di attenuare le tensioni, ma ha rilanciato lo scontro. In una serie di post su Truth Social, il presidente ha deriso gli artisti, definendoli “terza categoria” e accusandoli di soffrire di “the yips”. A seguire, ha proposto di rinunciare ai “cantanti costosi” per sostituire i concerti con un grande rally “Make America Great Again”, spingendosi fino a suggerire di cancellare del tutto gli spettacoli: “Cancel it”. Una reazione che ha di fatto demolito la pretesa di neutralità sostenuta dagli organizzatori: all’idea di una festa corale per il Paese, il presidente ha contrapposto l’immagine di un comizio politico.
Sebbene il Great American State Fair non sia stato annullato e prometta ancora padiglioni dedicati a tutti i 56 stati e territori, con mostre e attrazioni tra il 25 giugno e il 10 luglio 2026, il danno reputazionale appare difficilmente recuperabile.
Il caso “Freedom 250” evidenzia come, nell’America di oggi, persino la ricorrenza fondativa del 4 luglio fatichi a reggere l’urto della polarizzazione. Quella che doveva essere una vetrina spettacolare e inclusiva per unire il Paese si è trasformata in un referendum implicito sul brand politico di Trump, confermando l’amaro paradosso: il 250° compleanno degli Stati Uniti rischia di diventare la misura esatta delle sue fratture più profonde.