esteri
Cuba, la stretta di Washington: sanzioni al presidente Díaz-Canel, alla famiglia Castro e agli apparati del potere
Il pacchetto colpisce il vertice politico, la filiera economica e le strutture di controllo dell’isola, proprio mentre la crisi energetica e sociale cubana entra in una fase ancora più fragile
Il dettaglio che più colpisce non è soltanto il nome del presidente cubano finito nel mirino. È il bersaglio complessivo scelto da Washington: il capo dello Stato, pezzi della famiglia Castro, le forze armate, i Comitati per la Difesa della Rivoluzione e, sullo sfondo, il sistema di interessi economici che regge il potere sull’isola.
Gli Stati Uniti hanno annunciato nuove sanzioni contro il presidente cubano Miguel Díaz-Canel e contro altri esponenti dell’élite del potere a Cuba. Secondo quanto riportato da ANSA e confermato da Associated Press, nella lista figurano anche la moglie del presidente e altri individui collegati al nucleo dirigente del castrismo, fra cui Alejandro Castro Espín, figlio di Raúl Castro, e Raúl Alejandro Castro Calis, suo nipote. Le misure prevedono il congelamento di beni, proprietà e conti eventualmente detenuti negli Stati Uniti.
Chi è stato colpito
Nel testo rilanciato da ANSA, Washington chiarisce di avere inserito nella propria lista nera, oltre a Díaz-Canel e a componenti della famiglia Castro, anche le forze armate cubane e i Comitati per la Difesa della Rivoluzione, la capillare rete di controllo sociale nata nei primi anni della rivoluzione e ancora oggi percepita come uno dei pilastri della sorveglianza interna. È un segnale politico preciso: gli Stati Uniti non stanno colpendo solo singole persone, ma stanno cercando di delegittimare l’architettura del potere cubano nella sua interezza.
La mossa ha anche un valore ulteriore. Colpire i Comitati per la Difesa della Rivoluzione significa evocare un simbolo storico del sistema cubano: il controllo di quartiere, la mobilitazione politica di prossimità, la fedeltà organizzata al regime. Colpire le forze armate, invece, significa toccare non soltanto l’apparato coercitivo, ma anche uno dei centri nevralgici dell’economia dell’isola. Nella Cuba contemporanea, infatti, il confine tra apparato militare e interessi economici è da tempo assai sottile.
Il salto di qualità della strategia americana
Queste nuove sanzioni non arrivano isolate. Sono l’ultimo tassello di una strategia molto più ampia varata dalla Casa Bianca negli ultimi mesi. Il 30 giugno 2025, il presidente Donald Trump aveva firmato un memorandum per irrigidire la politica verso Cuba, ripristinando e rafforzando il divieto di transazioni che favoriscano entità controllate dai militari, in particolare GAESA, e ribadendo il divieto del turismo statunitense verso l’isola.
Poi, il 29 gennaio 2026, la Casa Bianca ha proclamato una emergenza nazionale legata alle “minacce” poste dal governo cubano alla sicurezza e alla politica estera degli Stati Uniti. Nel documento ufficiale, Washington accusa L’Avana di cooperazione con avversari strategici come Russia, Cina e Iran, di offrire spazio a operazioni di intelligence ostili e di contribuire all’instabilità regionale. È un salto lessicale e giuridico importante: da embargo e pressione politica si passa a una cornice apertamente securitaria.
Il passaggio successivo è del 1° maggio 2026, quando Trump ha firmato un ordine esecutivo che amplia in modo significativo la capacità statunitense di sanzionare persone, entità e anche soggetti stranieri che sostengano il governo cubano, il suo apparato di sicurezza o che operino in settori individuati come cruciali, tra cui energia, difesa, metalli e miniere, servizi finanziari e sicurezza. La novità più rilevante è proprio la portata extraterritoriale: il messaggio non è rivolto solo a Cuba, ma anche a banche, imprese e governi terzi.
È in questa cornice che va letto anche il riferimento di ANSA alle “sanzioni secondarie”: la minaccia, cioè, di colpire imprese e istituzioni finanziarie straniere che continuino a fare affari con soggetti sanzionati o con l’economia cubana in settori considerati sensibili. Per un Paese che vive di importazioni, di turismo e di accesso faticoso alla valuta forte, questo tipo di deterrenza può avere effetti molto più ampi del semplice blocco di beni negli Stati Uniti.
Perché Washington punta proprio adesso sul vertice cubano
La domanda, a questo punto, è inevitabile: perché colpire adesso Díaz-Canel e il cerchio della famiglia Castro? La risposta è almeno tripla.
La prima è politica. L’amministrazione Trump ha trasformato la pressione su Cuba in uno dei dossier identitari della sua linea emisferica, accreditando la lettura secondo cui il regime cubano non sia soltanto una dittatura socialista, ma anche un nodo di interessi ostili agli Stati Uniti nell’area caraibica. Questa impostazione è stata ribadita più volte dalla Casa Bianca e dal Dipartimento di Stato.
La seconda è economica. A maggio Washington aveva già colpito GAESA e una joint venture mineraria legata al comparto del nichel e del cobalto, una delle poche filiere capaci di generare valuta. Reuters ha osservato che, con quella mossa, gli Stati Uniti hanno preso di mira quasi tutte le principali fonti di valuta estera dell’isola. Le nuove sanzioni personali rafforzano il messaggio: non c’è distinzione fra i vertici politici e il sistema economico che li sostiene.
La terza è interna a Cuba. L’isola attraversa una delle sue fasi più difficili da anni: blackout prolungati, scarsità di carburante, carenze alimentari, inflazione, trasporti al collasso. Reuters ha descritto nei mesi scorsi una società sospesa in una quotidianità di sopravvivenza, con interruzioni di corrente durate fino a 16 ore e un’economia che, secondo il ministro cubano dell’Economia citato dall’agenzia, aveva già registrato nel 2024 una contrazione del -1,1%, dopo un calo cumulato di circa 10% dal 2019.
Il peso della crisi: sanzioni su un Paese già esausto
È qui che il nuovo pacchetto americano rischia di avere il suo impatto più concreto. Le sanzioni personali, da sole, spesso hanno un valore più politico che materiale: non è affatto detto che Díaz-Canel o altri dirigenti abbiano beni significativi sotto giurisdizione statunitense. Ma il punto non è soltanto congelare un conto. Il punto è isolare, intimidire, scoraggiare ogni intermediazione internazionale con il potere cubano.
Le misure arrivano infatti mentre Cuba è già stata duramente colpita da una più ampia stretta energetica statunitense. Fonti ufficiali americane e ricostruzioni di Reuters parlano di un meccanismo pensato per ostacolare le forniture di petrolio all’isola e per dissuadere Paesi e operatori dal continuare a commerciare combustibili con L’Avana. Il risultato, sul terreno, è stato un peggioramento della crisi elettrica e dei rifornimenti.
Le Nazioni Unite continuano intanto a mantenere una posizione nettamente critica verso l’embargo americano. Nell’ottobre 2025, l’Assemblea generale ONU ha approvato una nuova risoluzione che ne chiede la fine con 165 voti favorevoli, 7 contrari e 12 astensioni; l’anno precedente il risultato era stato ancora più schiacciante, 187-2-1. Questo non cambia la politica di Washington, ma mostra quanto gli Stati Uniti siano isolati diplomaticamente su questo dossier in buona parte del sistema multilaterale.
La reazione cubana e il doppio binario del confronto
Da parte cubana, il linguaggio usato nelle ultime settimane è stato durissimo. In occasione delle sanzioni di maggio contro GAESA, il Ministero degli Esteri cubano aveva parlato, secondo Reuters, di “aggressione economica spietata” e di violazione del diritto internazionale. Díaz-Canel, in altre circostanze recenti, ha definito coercitive le nuove misure statunitensi e ha attribuito alle sanzioni una parte decisiva del peggioramento sociale sull’isola.
C’è però un elemento meno vistoso e politicamente interessante: nonostante l’escalation, negli ultimi mesi Díaz-Canel aveva confermato l’esistenza di contatti con Washington sulla crisi energetica, dicendosi disponibile a un dialogo “sulla base dell’uguaglianza e del rispetto”. Il paradosso è tutto qui: mentre la Casa Bianca inasprisce la pressione, resta aperto — almeno a tratti — un canale negoziale di necessità, imposto dal rischio di un collasso ulteriore dell’isola.
Anche questo spiega il bersaglio politico delle nuove designazioni. Sanzionare Díaz-Canel non significa soltanto punire un leader. Significa ridurre il margine di presentabilità internazionale del presidente cubano e mettere pressione sul gruppo dirigente che gli sta attorno, in un momento in cui Raúl Castro, pur non ricoprendo più incarichi formali di vertice, continua a essere considerato da molte analisi un punto di influenza decisivo. ANSA lo sottolinea esplicitamente, osservando che, a 95 anni, resta centrale nelle decisioni sul futuro dell’isola.