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L'intervista

Garlasco, Marco Poggi sceglie di parlare in tv: "Il sospetto mi ha fatto male"

Dopo 19 anni il fratello di Chiara, che finora è stato ascoltato soltanto da giudici e investigatori, rompe il silenzio: il dolore per le insinuazioni, la nuova inchiesta sull'amico Andrea Sempio e la richiesta di rispetto

05 Giugno 2026, 10:34

10:40

Garlasco, dopo 19 anni parla Marco Poggi: il dolore, il sospetto e il peso di un silenzio finito in prima serata

Marco Poggi, intervistato da Quarto Grado

In questi 19 anni lunghi anni ha sempre scelto un profilo defilato e soprattutto silenzioso. Marco Poggi, fratello di Chiara uccisa nella villa di famiglia a Garlasco il 13 agosto 2007, adesso sceglie di farsi intervistare. La scelta ricade, forse non a caso su "Quarto Grado" condotto da Gianluigi Nuzzi, (chi segue la vicenda in tv sa che la trasmissione di Rete4 è orientata verso la discolpa di Sempio, ndr.). Una piccola anticipazione è già stata data ieri sera, il resto andrà in onda stasera su Rete4.

Avviene mentre la nuova inchiesta della Procura di Pavia ha riportato al centro Andrea Sempio, amico storico di Marco Poggi, e mentre il caso è tornato a essere una materia viva, divisiva, dolorosamente esposta. Il dato più forte è proprio questo: non parla un commentatore, non parla un esperto, non parla un legale. Parla il fratello della vittima, dopo 19 anni di assenza pubblica. E lo fa con parole che mescolano amarezza, fatica e una richiesta implicita di misura.

La frase che segna il tono: “Essere coinvolto mi ha fatto male”

Nell’anticipazione dell’intervista, Marco Poggi dice di essere stato ferito dall’essere finito, anche solo per ipotesi o insinuazioni, dentro il perimetro del sospetto. Non usa formule giuridiche, ma la sostanza è netta: il fatto stesso di essere stato tirato in ballo, accostato all’idea di un coinvolgimento nell’omicidio della sorella, lo ha fatto stare male. È una frase semplice, e proprio per questo brutale. Perché restituisce una verità che spesso il racconto televisivo e digitale dimentica: in questi anni non c’è stato soltanto un caso giudiziario, c’è stata anche la vita concreta di chi è rimasto.

Il passaggio più duro dell’anticipazione è quello in cui afferma che “si è giocato” sulla morte e sulla vita di Chiara, aggiungendo che chi indagava “poteva smorzare alcune piste”. È la frase che più colpisce e che più farà discutere, perché chiama in causa non solo il circuito mediatico, ma anche il modo in cui certe ipotesi hanno preso corpo, si sono moltiplicate e sono uscite dai confini del ragionevole. Non è una contestazione tecnica degli atti, almeno nei termini in cui è stata anticipata; è piuttosto una critica al clima, alla gestione del rumore, al fatto che alcune suggestioni, una volta immesse nello spazio pubblico, abbiano finito per contaminare memoria, reputazione e dolore.

Perché la sua intervista pesa più di molte altre

La prima ragione è evidente: Marco Poggi non aveva mai parlato in tv del delitto della sorella. La seconda è che, nel frattempo, il suo nome era rimasto incastrato in una zona scomoda, quella delle ricostruzioni parallele, delle letture alternative, delle insinuazioni alimentate da anni di attenzione morbosa. Secondo quanto riportato da Mediaset Infinity, la stessa Procura di Pavia avrebbe definito le accuse rivoltegli “infanganti” e prive di fondamento nella chiusura delle indagini del 2026. È un elemento importante, perché sposta il discorso dal piano dell’opinione a quello istituzionale: su Marco Poggi, nella nuova fase investigativa, non emerge un ruolo accusatorio, ma il contrario, cioè la presa d’atto del danno prodotto da certe narrazioni.

C’è poi il fattore umano. In questi anni Marco ha scelto la distanza da Garlasco e dai riflettori, trasferendosi in Veneto e mantenendo un profilo riservato. È un dettaglio che non va letto come un’ombra, ma come un gesto quasi fisiologico di sopravvivenza. In una vicenda che ha avuto una lunga coda mediatica e giudiziaria, il silenzio non è necessariamente reticenza: può essere difesa. Può essere il tentativo, mai davvero riuscito, di tenere in piedi una vita normale mentre tutto intorno continua a ruotare attorno a una tragedia familiare mai uscita dal discorso pubblico.

Il caso che non smette di cambiare pelle

Per capire il significato delle parole di Marco Poggi bisogna guardare al punto in cui si trova oggi il procedimento. Il delitto di Chiara Poggi, avvenuto nella villetta di famiglia di via Pascoli a Garlasco il 13 agosto 2007, ha avuto una lunga e tormentata storia giudiziaria culminata con la condanna definitiva di Alberto Stasi a 16 anni da parte della Cassazione nel 2015. Ma nel corso degli ultimi anni il caso è tornato a muoversi. La nuova inchiesta della Procura di Pavia ha individuato in Andrea Sempio l’unico indagato nel filone riaperto, arrivando il 7 maggio 2026 alla notifica dell’avviso di conclusione delle indagini.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, i nuovi approfondimenti avrebbero riacceso l’attenzione su elementi rimasti controversi o ritenuti sottovalutati in passato: il Dna rinvenuto sotto le unghie di Chiara, giudicato per anni inutilizzabile, l’ormai nota “impronta 33” sulla parete delle scale vicino al luogo del ritrovamento del corpo, e una serie di intercettazioni e verifiche investigative rilette oggi in una chiave diversa. Va detto con chiarezza che si tratta della tesi accusatoria della Procura, mentre la difesa di Sempio respinge le accuse e nega ogni responsabilità. È un punto essenziale, perché il caso è di nuovo in movimento, ma non ha ancora prodotto un nuovo giudizio.

Il legame con Andrea Sempio e la posizione di Marco

Proprio qui si innesta uno degli aspetti più delicati. Andrea Sempio non è un nome esterno alla vita della famiglia Poggi: è l’amico di lunga data di Marco, una presenza che appartiene al mondo relazionale di quegli anni. E Marco Poggi, anche nelle audizioni richiamate in questi mesi, ha continuato a sostenere di non vedere in Sempio il responsabile dell’omicidio. In un verbale del 20 maggio 2025, riportato da fonti di stampa, minimizza l’anomalia attribuita dagli investigatori alle tre chiamate effettuate da Sempio verso casa Poggi nei giorni 7 e 8 agosto 2007, sostenendo che, se davvero vi fosse stata un’insistenza significativa, ci sarebbero stati ulteriori contatti successivi. Sempre in quell’occasione, avrebbe ribadito di ritenere impossibile, per quanto da lui vissuto, un coinvolgimento dell’amico.

Questa posizione, naturalmente, non coincide con quella della Procura di Pavia, che nella nuova inchiesta ha sviluppato un impianto accusatorio molto netto nei confronti di Sempio. Ma spiega perché la voce di Marco Poggi sia così centrale: non parla da osservatore neutrale, parla dal cuore di un intreccio in cui si sovrappongono lutto, amicizia, memoria e giustizia. Proprio per questo le sue parole non chiudono nulla, ma mostrano quanto sia complesso per i familiari abitare uno spazio in cui il piano affettivo e quello giudiziario non coincidono più.

“Chi indagava poteva smorzare alcune piste”: che cosa significa davvero

È la frase più sensibile dell’intervista e merita cautela. Non va trasformata automaticamente in un’accusa indistinta contro l’intero lavoro investigativo, né in una sentenza retrospettiva. In controluce, però, quella frase richiama un dato oggettivo: nel corso del tempo il caso Garlasco è stato attraversato da piste, errori, omissioni, riletture e contrapposizioni che oggi la stessa stampa nazionale riassume come una lunga catena di punti controversi. ANSA, ricostruendo la nuova fase dell’inchiesta, ha parlato di “errori, omissioni, dimenticanze e indizi sottovalutati”, citando tra i nodi riconsiderati il Dna, l’impronta 33 e perfino il mancato trattamento di alcune tracce sulla scena del crimine, come il tappetino della cucina che, secondo gli inquirenti, avrebbe potuto meritare un rilievo diverso già allora.

Quando Marco Poggi dice che alcune piste potevano essere “smorzate”, sembra alludere anche al cortocircuito che si crea quando un’ipotesi investigativa debole, o comunque non sufficientemente filtrata, si trasforma in una teoria pubblica che aggredisce le persone. Non è solo un tema di indagine: è un tema di responsabilità. Perché tra il dovere di verificare e il rischio di amplificare esiste una soglia delicatissima, soprattutto nei casi che, come questo, vivono da anni dentro un’esposizione mediatica permanente.

La famiglia Poggi e la frattura con la nuova inchiesta

In queste settimane la famiglia Poggi, attraverso i propri legali, ha espresso una posizione molto chiara: continua a ritenere Alberto Stasi il responsabile dell’omicidio di Chiara e guarda con forte scetticismo al nuovo impianto accusatorio contro Andrea Sempio. ANSA ha riferito che i familiari della vittima restano convinti della validità della sentenza passata in giudicato nei confronti di Stasi, pur nel pieno della riapertura investigativa. È una frattura rilevante, perché fotografa uno scenario anomalo ma possibile: da una parte una Procura che sostiene di avere elementi nuovi e robusti; dall’altra la famiglia della vittima che continua a riconoscersi nella verità giudiziaria consolidata negli anni precedenti.

In questo contesto, alcune intercettazioni riportate dalla stampa hanno mostrato la forte insofferenza dei Poggi rispetto alla nuova fase dell’indagine. Secondo una ricostruzione pubblicata da Open, in una conversazione del 14 maggio 2025 Marco Poggi avrebbe auspicato un intervento “esterno” capace di fermare l’iniziativa della magistratura pavese. È un elemento che non va semplificato: può essere letto come ostilità investigativa, ma anche come la reazione di una famiglia che percepisce la riapertura del caso non come un avanzamento verso la verità, bensì come l’ennesima invasione dentro un dolore mai sedimentato.

Il peso del fratello rimasto vivo

Nei grandi casi di cronaca nera si parla quasi sempre della vittima, dell’imputato, degli investigatori, dei periti. Molto meno di chi resta ai margini per necessità, pudore o sfinimento. Marco Poggi è stato, per lunghissimo tempo, questo: il fratello rimasto vivo, costretto a vedere la propria esistenza riletta attraverso il delitto della sorella. La sua prima intervista televisiva conta soprattutto per questo. Non aggiunge soltanto notizie; restituisce una prospettiva umana che il dibattito pubblico aveva progressivamente rimosso. Quando parla del male subìto per essere stato evocato come possibile sospettato, quando dice che certe piste andavano fermate prima, sta rimettendo al centro una domanda essenziale: fino a che punto si può spingere una narrazione, prima di diventare essa stessa una forma di violenza?

E c’è un altro aspetto. In un caso dominato per anni da sentenze, consulenze, intercettazioni, tracce genetiche e ricostruzioni antagoniste, la comparsa pubblica di Marco rompe la meccanica del dossier e rimette in primo piano il rapporto tra verità giudiziaria e verità vissuta. Non sono la stessa cosa. Non coincidono quasi mai del tutto. Ma ignorare la seconda, specie in una vicenda di questa portata, significa lasciare il campo soltanto alle carte e al rumore.

Che cosa succede adesso

Sul piano giudiziario, la situazione resta aperta. L’avviso di conclusione delle indagini notificato a Andrea Sempio il 7 maggio 2026 è un passaggio tecnico importante, ma non equivale a una condanna né chiude il confronto processuale. La stessa Procura di Pavia ha disposto ulteriori accertamenti dopo il deposito di consulenze da parte della difesa, e ha indicato come termine delle indagini preliminari il 28 settembre 2026. Nel frattempo, la posizione di Alberto Stasi, condannato in via definitiva, resta formalmente quella definita dalle sentenze, anche se la nuova inchiesta ha riaperto il tema di una possibile revisione, destinato a produrre inevitabilmente altre tensioni.