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lo scenario

Il paradosso di Putin che ha la guerra in casa: la superpotenza del petrolio rimasta senza benzina

Colpito il 30% della produzione di carburante. L'offensiva dei droni di Zelensky trasforma le stazioni di servizio russe nel nuovo fronte del conflitto

05 Giugno 2026, 20:24

20:37

Il paradosso di Putin che ha la guerra in casa: la superpotenza del petrolio rimasta senza benzina

In Russia, la penuria di carburante si sta estendendo ben oltre la linea del fronte e la Crimea occupata, trasformando quello che poteva apparire un semplice intralcio logistico in un chiaro indicatore di vulnerabilità politica.

All’origine della crisi c’è una strategia mirata di Kiev, che da mesi intensifica gli attacchi con droni contro terminal petroliferi, snodi del trasporto e, soprattutto, raffinerie.

L’obiettivo dichiarato dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky è “duplice”: colpire una delle principali fonti di entrate del Cremlino e paralizzare i rifornimenti interni.

I risultati industriali sono rilevanti: impianti cruciali come la raffineria di Ryazan, quella di Mosca e il grande complesso KINEF di Kirishi, capace di lavorare 20 milioni di tonnellate l’anno, hanno subito gravi stop.

L’effetto domino ha inciso su oltre il 30% della produzione di benzina e su circa il 25% della produzione di gasolio.

La situazione più tesa è in Crimea, divenuta il vero e proprio “laboratorio” di questa emergenza. Dal 4 giugno 2026 le vendite di benzina in contanti sono state sospese; chi dispone di buoni non può acquistare più di 20 litri per veicolo e la carenza è attesa almeno fino a luglio. La stretta è tale che sono state introdotte persino misure di “sicurezza” sulle fotografie ai camion cisterna.

Il contagio, però, si allarga a macchia d’olio: almeno 14-20 regioni russe e territori occupati sono coinvolti. Limiti rigidi a 20 litri e divieti di riempire taniche portatili sono stati imposti a Luhansk, Sebastopoli e in aree di confine come Belgorod e Kursk.

L’eco della crisi ha raggiunto anche Mosca, dove le catene di distribuzione hanno introdotto tetti tra 60 e 150 litri per scongiurare accaparramenti e mercato grigio.

Il Cremlino affronta così il paradosso di una superpotenza energetica messa in difficoltà non dalla scarsità di greggio, ma dall’impossibilità di raffinarlo e trasportarlo.

La guerra di profondità ucraina si è trasformata in guerra di logistica: i droni colpiscono autobotti e arterie vitali, come la R-280, rendendo complesso far arrivare il combustibile disponibile ai punti di consumo.

Per contenere l’emergenza, Mosca ha adottato contromisure pesanti: proroga del divieto di esportazione della benzina fino al 31 luglio 2026 e un inedito stop alle esportazioni di cherosene per aerei fino a fine novembre.

Per Vladimir Putin il rischio è duplice. Da un lato i danni all’economia reale, con l’impennata dei costi logistici e i ritardi nelle attività agricole alle porte dell’estate. Dall’altro il contraccolpo simbolico: un conflitto finora presentato come distante irrompe nella quotidianità della “Russia profonda” con pompe a secco e serbatoi contingentati.

In un Paese dalle distanze sterminate, la disponibilità di carburante è il termometro del consenso; e se la benzina torna a essere un bene razionato, la narrazione di un Paese “stabile e sotto controllovacilla inesorabilmente.