la guerra
La pace impossibile e l'irritazione dello Zar: Putin respinge al mittente la lettera aperta di Zelensky
Il leader russo chiude la porta a qualsiasi incontro bilaterale finché non si troverà un accordo concreto tramite le delegazioni. Le condizioni rimangono quelle di giugno 2024: ritiro di Kiev dalle regioni rivendicate e stop all'ingresso nella Nato
La frattura diplomatica tra Mosca e Kiev appare oggi più incolmabile che mai. La decisione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky di indirizzare una lettera aperta a Vladimir Putin, rendendo pubblici i tentativi di contatto, non ha avvicinato la fine delle ostilità, anzi ha provocato la forte irritazione del Cremlino.
Dal palco del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), il leader russo ha respinto senza mezzi termini la richiesta di un vertice diretto, sostenendo che non vi sia “alcuna ragione” per un faccia a faccia finché le rispettive delegazioni non avranno prima concordato una soluzione concreta per fermare il conflitto.
Le condizioni di Mosca rimangono rigide e identiche a quelle enunciate nel giugno 2024: ritiro delle truppe ucraine dalle regioni rivendicate e rinuncia formale di Kiev all’ingresso nella Nato.
Immediata e tagliente la replica di Zelensky: “Purtroppo, la parte russa sta scegliendo di nuovo la guerra. Una risposta debole. Semplicemente non vuole porre fine alla guerra”.
Secondo Putin, l’iniziativa epistolare ucraina è del tutto “impropria” e mirerebbe soltanto a “fermare l’offensiva” russa sul terreno. A sostegno della sua tesi, il capo del Cremlino ha rivelato un retroscena: tre settimane fa aveva già declinato una proposta di incontro diretto recapitata da un imprenditore russo, che Zelensky aveva segretamente invitato a Kiev per aprire un canale riservato.
Mentre il dialogo bilaterale si arena, la diplomazia occidentale tenta di riorganizzarsi. I leader europei dei Paesi E3 (Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz) si preparano a un vertice a Londra per cercare una via d’uscita negoziata. Macron ha sottolineato che “è il momento” di “riorganizzare un dialogo per costruire il cessate il fuoco”, mentre il cancelliere tedesco Merz ha appoggiato l’apertura di Zelensky, evidenziando che a mancare è esclusivamente “la disponibilità di Vladimir Putin”.
Da Mosca, tuttavia, la replica è tranchant: Putin accusa le élite europee di provocare soltanto “un caos nel quale cercano di attrarre sempre più Paesi”.
Oltreoceano, lo scenario è ugualmente complesso. Con il presidente Donald Trump assorbito dalle tensioni nel Golfo Persico, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato un provvedimento bipartisan — in controtendenza rispetto all’approccio della Casa Bianca grazie al voto di 18 repubblicani — che prevede nuovi aiuti a Kiev fino a 8 miliardi di dollari e pesanti sanzioni finanziarie ed energetiche contro la Russia. La misura dovrà però affrontare le incognite del Senato.
In questo quadro cupo, un unico spiraglio arriva dai canali umanitari. La commissaria russa per i diritti umani, Yana Lantratova, ha incontrato per la prima volta il suo omologo ucraino, Dmitry Lubinets, al confine con la Bielorussia. Un faccia a faccia che ha prodotto un accordo per rafforzare la cooperazione e si è tradotto subito in un risultato tangibile: un nuovo, incoraggiante scambio di prigionieri che ha riportato a casa 185 soldati per parte.