il caso garlasco
«Nessun movente sessuale e mai visti video intimi di Chiara». La verità di Marco Poggi (che difende Andrea Sempio)
Le parole inequivocabili del fratello della vittima contro le nuove ipotesi a Quarto Grado: "Faccio fatica a trovarci una logica, non c'era nessun contatto".
A diciannove anni dalla tragedia che ha sconvolto Garlasco, Marco Poggi affida a un’intervista televisiva a Quarto Grado il proprio dolore, i ricordi e la sua verità incrollabile. È un racconto intimo, senza mediazioni, in cui la voce del fratello di Chiara si leva in prima persona per confutare le nuove piste investigative e tutelare la memoria della giovane.
“Spero veramente che possa finalmente essere lasciato un po’ in pace il suo ricordo, finire questo gioco che c’è nei confronti della sua morte e della sua vita”, dichiara, stigmatizzando un circo mediatico che, a suo dire, non accenna a spegnersi.
Il rimpianto per un legame mai sbocciato e il vuoto del 13 agosto sono ferite ancora aperte. Chiara è la vittima al centro della cronaca, ma l’omicidio ha tolto una vita intera anche a chi è rimasto. “Le ha tolto tutto”, confessa Marco, ammettendo un rammarico che lo accompagna da anni: “Mi spiace non aver potuto trasformare il rapporto fratello-sorella anche in un rapporto di amicizia”.
Il ricordo di quel 13 agosto 2007 è segnato dallo shock: la falsa notizia di un malore della madre mentre si trovava in montagna, poi il “viaggio un po’ interminabile, con un lungo silenzio” verso Garlasco, dopo aver appreso la verità dal padre. Di quella mattina, prima della partenza, resta un’assenza lacerante: “Purtroppo è un ricordo che è sfumato completamente. Non mi ricordo l’ultimo saluto”.
La forza per restare in piedi, racconta, l’ha trovata nella famiglia: “Il grazie più banale va ai miei genitori, non sono mai crollati”. Anche per questo, otto mesi dopo il delitto, il ritorno nella villetta di via Pascoli è stato istintivo: “Noi volevamo tornare dove potevamo rivivere e alimentare questi ricordi”.
Sulle indagini chiuse di recente a carico dell’amico d’infanzia Andrea Sempio, Poggi replica punto su punto alle ricostruzioni dei pm, che lo hanno persino bollato come “ostile”. “Credo che si potevano, si dovevano usare parole diverse per esprimere il mio convincimento per cui credo veramente che Andrea Sempio sia estraneo”, afferma, aggiungendo con fermezza: “Hanno deciso di definirmi così, lo accetto”.
Respingendo il presunto movente di natura sessuale, osserva: “Faccio fatica a trovarci una logica perché non c’era nessun contatto”. Smentisce anche ipotetiche molestie telefoniche: “Se veramente qualcuno l’avesse importunata, qualcun altro avrebbe dovuto saperlo”, e liquida come infondata la voce dei video intimi che l’amico avrebbe potuto visionare: “Non li ho mai visti sono cose private di mia sorella che non avrei mai messo in giro, nemmeno la voce”.
Quanto all’impronta rinvenuta sulle scale, ricorda il cortocircuito emotivo prodotto dagli accertamenti: “Me l’hanno fatta vedere che era rossa... pensavo fosse sangue”, spiegando di aver reagito “a caldo” ritenendo “impossibile che sia stato lui”, prima di scoprire che quel rosso era solo il reagente chimico. E sui presunti soliloqui intercettati, la posizione resta netta: “Non riesco proprio a sentire ed essere sicuro che vengano dette determinate parole”.
Capitolo Alberto Stasi: il dolore di vedere “un assassino trasformato in vittima”. La convinzione sulla sua colpevolezza, racconta, non nasce da un pregiudizio. “All’inizio del 2007 non credevamo nella colpevolezza di Alberto Stasi. L’abbiamo difeso veramente tanto. Era proprio l’ultima persona che volevamo potesse essere stato”.
Il cambio di prospettiva è maturato studiando gli atti: “Ho iniziato a chiedermi il perché di così tante bugie” e a notare elementi anomali “sulla spiegazione del Dna di Chiara che fu trovato sui pedali”. Oggi, di fronte a quella che definisce “una forte campagna mediatica di notizie false”, denuncia l’assurdità di una narrazione che avrebbe finito per trasformare “un assassino in una vittima”.
E a chi insinua che la famiglia Poggi difenda la sentenza solo per non dover restituire i 750.000 euro di risarcimento, replica con compostezza: “Quella somma è depositata a parte. La nostra vita va avanti con i nostri stipendi. Mi sono fatto una vita a parte, sono in affitto e lo pago con il mio stipendio”.
Il suo appello conclusivo è una richiesta di rispetto e tregua per i superstiti: “Siamo veramente stanchi di rivivere tutto”.