la guerra
Putin costretto ad ammettere il colabrodo delle sue difese aeree: ancora droni su San Pietroburgo
Messo alle strette dall'attacco al cuore dello SPIEF, il leader russo deve confessare che i droni di Kyiv "sfondano" le difese nazionali. Un disastro d'immagine senza precedenti che certifica la debolezza militare di un regime che si credeva invulnerabile
Il simbolo più eloquente di questa nuova fase del conflitto è il contrasto: da un lato i padiglioni scintillanti del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), pronti ad accogliere investitori e delegazioni da oltre 130 Paesi; dall’altro le sirene antiaeree, i voli sospesi e le colonne di fumo nero che si levano sui cieli della città.
Nelle prime ore del 3 giugno 2026, proprio nel giorno in cui il Cremlino intendeva esibire al mondo stabilità e resilienza economica, uno sciame di droni ucraini ha colpito il cuore simbolico della Federazione Russa, la città natale di Vladimir Putin.
It is time to end this war. But Russia’s ruler wants to keep fighting. That is why Ukrainian sanctions against this aggression are working. Last night, our drones covered a distance of about 1,000 kilometers to the St. Petersburg region – to the enemy navy’s arsenals and a base… pic.twitter.com/IkdN8UE3QD
— Volodymyr Zelenskyy / Володимир Зеленський (@ZelenskyyUa) June 6, 2026
Il messaggio di Kyiv è inequivocabile: nessun luogo nella Russia può più dirsi al riparo dalla guerra.
Secondo fonti convergenti e le dichiarazioni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky, l’operazione è stata condotta con velivoli a lungo raggio che hanno percorso oltre mille chilometri, eludendo i radar per centrare infrastrutture critiche.
Nel mirino sono finiti il Petersburg Oil Terminal, snodo nevralgico per la logistica dei carburanti nel nord-ovest del Paese, e una struttura militare a Kronštadt collegata alla Flotta del Baltico.
L’obiettivo strategico, esplicitato da Kyiv, è erodere il settore energetico per far lievitare i costi dell’invasione per Mosca, spostando la pressione ben oltre la linea del fronte.
Le ripercussioni sulla quotidianità dei cittadini sono state immediate. Lo spazio aereo sopra l’aeroporto di Pulkovo è stato sottoposto a restrizioni con conseguenti ritardi, mentre le autorità hanno interrotto l’accesso alla rete mobile in diverse aree per ostacolare la navigazione e il pilotaggio dei droni.
Il governatore Aleksandr Beglov ha confermato attacchi in tre distretti, ammettendo la presenza di feriti e danni alle infrastrutture, sebbene l’entità esatta resti coperta da un blackout informativo.
La risposta di Mosca ha mostrato un doppio registro. Da un lato, il Ministero della Difesa ha cercato di rassicurare l’opinione pubblica rivendicando l’intercettazione, in una sola notte, di 354 droni su più regioni.
Dall’altro, la necessità di snocciolare cifre così imponenti tradisce la pressione ormai costante e sofisticata sulle retrovie.
Lo stesso Putin, intervenendo a margine della kermesse economica oscurata nella sua apertura, ha offerto una rara ammissione di vulnerabilità, riconoscendo che alcuni velivoli senza pilota riescono a “sfondare” lo scudo aereo e rendendo necessario un rafforzamento delle difese nazionali.
Invece di ordine, investimenti e apertura internazionale, i 20.000 partecipanti giunti per la 29ª edizione dello SPIEF si sono imbattuti in interdizioni e fragilità interne.
L’azione ucraina non si è limitata a provocare danni materiali: ha incrinato in modo spettacolare la narrazione di controllo assoluto che il Cremlino tentava di accreditare presso il pubblico interno e i partner non occidentali.