MEDIO ORIENTE
Sette pagine riservate, un grafico, un nome: così il Pentagono ha messo Israele sul banco degli imputati
La DIA alza al massimo l'allerta controspionaggio. Sullo sfondo il litigio Trump-Netanyahu sul Libano
La Defense Intelligence Agency ha alzato ad agosto il livello di allerta sul controspionaggio israeliano a "critical", il massimo previsto dalla scala interna del Pentagono. La notizia, riportata da NBC News, si basa su un documento interno di sette pagine: secondo le fonti citate, l'apparato della difesa americana teme che Israele stia raccogliendo informazioni riservate sulle deliberazioni dell'amministrazione Trump relative ai conflitti in Medio Oriente.
Il punto più sensibile del rapporto non è il salto di livello in sé, ma i nomi. Tra i funzionari che sarebbero stati oggetto di attenzione da parte dei servizi israeliani figura Steve Witkoff, l'emissario scelto da Trump per i dossier più caldi — Iran, asse Russia-Ucraina, interlocuzioni con Gerusalemme. Accanto a lui, secondo le ricostruzioni citate dal New York Times, compaiono Elbridge A. Colby, sottosegretario alla Difesa per la politica, e Michael P. DiMino IV, suo stretto collaboratore. Se il quadro fosse confermato, l'obiettivo non sarebbe la raccolta generica di informazioni, ma l'accesso anticipato alle posizioni americane sui nodi più delicati: tregue, operazioni, limiti dell'impegno militare.
La tempistica non è casuale. L'allerta coincide con una delle fasi di maggiore attrito pubblico tra Trump e Netanyahu. Il 1 giugno, come riferito da Axios e poi confermato dallo stesso presidente americano, i due si sono scontrati in una telefonata durissima sull' escalation israeliana in Libano contro obiettivi legati a Hezbollah. Un litigio abbastanza grave da filtrare fuori dai canali diplomatici. Nel mezzo di questa tensione, un documento interno del Pentagono che classifica l'alleato più stretto come rischio critico di controspionaggio non è un refuso burocratico: è un segnale politico.
Da Gerusalemme la risposta è arrivata netta. L'ambasciata israeliana a Washington ha definito le notizie "completamente false", ribadendo che le attività informative di Israele sono dirette esclusivamente contro attori ostili. È la stessa formula usata in altri due episodi analoghi: nel 1985, quando Jonathan Pollard fu arrestato per aver passato documenti riservati della US Navy ai servizi israeliani, e nel 2019, quando il governo americano giunse alla conclusione — mai smentita in modo convincente — che Israele fosse dietro l'installazione di dispositivi di sorveglianza per cellulari nei pressi della Casa Bianca. In entrambi i casi, smentite nette, fonti americane che insistevano, nessuna prova pubblica definitiva.
Secondo le fonti statunitensi, la valutazione della DIA non si basa su un singolo episodio ma su una serie cumulativa di elementi. È un dettaglio rilevante: significa che il Pentagono non ha reagito a un incidente isolato ma ha formalizzato un sospetto maturato nel tempo. E una valutazione interna di questo tipo — indipendentemente dal fatto che sia o meno fondata — produce effetti concreti anche senza esplodere in uno scontro pubblico: più compartimentazione delle informazioni sensibili, accessi più filtrati, minore spontaneità nelle comunicazioni con la controparte israeliana.
La cooperazione militare tra i due paesi resta profondissima. Ma proprio per questo il salto a "critical" è più significativo: non segnala una rottura, segnala una fiducia selettiva. Un alleato indispensabile da cui, su alcune materie, ci si difende.