Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
10 giugno 2026 - Aggiornato alle 13:42
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

Il caso

Pierina Paganelli, ecco perché Dassilva è stato assolto: a Rimini la difesa smonta il mosaico dell'accusa

Il processo si ripiega su se stesso: alibi, contraddizioni della testimone e mancanza di prove scientifiche

10 Giugno 2026, 11:44

11:52

Dassilva assolto, il processo degli indizi che non hanno retto: così il “ragionevole dubbio” ha rovesciato il caso Pierina

Due anni di difesa, un’aula sospesa per sedici ore e una sentenza che riapre la domanda decisiva di ogni processo penale: quando gli indizi bastano davvero a dire colpevole?

Nell’aula della Corte d’Assise di Rimini, dopo oltre 16 ore di camera di consiglio, è arrivato il verdetto per il processo dell'omicidio di Pierina Paganelli. Da una parte i familiari della vittima, seduti e immobili. Dall’altra Louis Dassilva, l’unico imputato, detenuto da mesi, che di lì a poco avrebbe ascoltato il verdetto: assolto per non aver commesso il fatto. Una formula netta, che non cancella il delitto, ma cancella la responsabilità penale dell’uomo che la Procura aveva indicato come assassino.

La sentenza arriva al termine di un procedimento che aveva assunto da tempo il profilo del grande caso giudiziario: un omicidio feroce, un condominio trasformato in teatro investigativo, relazioni clandestine, testimonianze contraddittorie, intercettazioni, perizie tecniche, un presunto movente passionale e una costruzione accusatoria fondata su una serie di indizi che la difesa ha lavorato per mesi, anzi per quasi due anni, per indebolire uno a uno. Il nome che più di tutti rivendica quel lavoro è quello dell’avvocato Andrea Guidi, che insieme al collega Riario Fabbri ha impostato la strategia sul punto più delicato del processo penale: la distanza fra sospetto e prova.

Il cuore della difesa: non un’altra storia, ma la crisi della storia dell’accusa

La linea scelta dalla difesa non è stata quella, spesso fragile, del romanzo alternativo costruito a ogni costo. È stata piuttosto un’operazione di logoramento dell’impianto accusatorio. Guidi lo ha detto in aula con durezza: la ricostruzione della Procura, a suo giudizio, era “del tutto inconsistente” perché basata in misura decisiva sulle dichiarazioni di Manuela Bianchi, la nuora della vittima e figura centrale di tutta la vicenda. Secondo la difesa, il processo non poteva prescindere da una domanda preliminare: quanto era credibile la donna che, dopo avere inizialmente fornito una versione diversa, aveva poi collocato Dassilva in garage la mattina del ritrovamento del corpo?

Per i difensori, quel cambio di versione era il punto di rottura. Manuela Bianchi, interrogata per giorni e poi indagata per favoreggiamento, aveva raccontato fra le lacrime di avere incontrato Dassilva nel garage prima di trovare il cadavere di Pierina Paganelli, sostenendo che fosse stato lui a suggerirle cosa fare e cosa dire agli investigatori. Ma proprio su questa dichiarazione si è consumato il massimo attrito processuale: per l’accusa era il tassello che dava senso agli altri elementi; per la difesa era il prodotto di un interesse personale a sottrarsi a responsabilità e a rimettere in asse la propria posizione.

È qui che il processo ha preso una piega quasi paradigmatica per la cronaca nera italiana: quando la prova scientifica non chiude, quando il Dna non inchioda, quando l’arma non compare, quando la scena non restituisce un sigillo definitivo, tutto si sposta sulla tenuta logica del mosaico. E i mosaici, in aula, non vengono valutati per la loro suggestione ma per la loro resistenza. La difesa ha insistito proprio su questo: l’assenza di un elemento materiale decisivo e la debolezza della concatenazione fra i diversi dati raccolti.

L’omicidio di via del Ciclamino e la costruzione del sospetto

Il delitto risale alla sera del 3 ottobre 2023. Pierina Paganelli, 78 anni, viene uccisa nel garage del complesso di via del Ciclamino, a Rimini. Il corpo sarà trovato la mattina successiva. Fin dalle prime ore, l’inchiesta si muove in un ambiente ristretto, quasi chiuso: i vicini di casa, i legami familiari, le tensioni, i movimenti interni al condominio. Un passaggio chiave delle indagini è la rilevazione dell’orario dell’aggressione, fissato alle 22.13 grazie a una registrazione audio che, secondo gli inquirenti, cattura le urla della vittima. Per la Procura, quell’orario diventava decisivo anche perché, in quella finestra, Dassilva sarebbe stato privo di un alibi solido.

A indirizzare l’attenzione investigativa verso di lui non c’è però un singolo elemento dirimente, ma una somma di fattori: la relazione extraconiugale con Manuela Bianchi; il presunto movente legato al timore che Pierina potesse ostacolare o svelare quella relazione; i movimenti nel garage; alcune intercettazioni; la lettura accusatoria di una telecamera, la cosiddetta Cam3; e infine la testimonianza della stessa Bianchi, divenuta col tempo il perno dell’accusa. Il pubblico ministero Daniele Paci aveva ritenuto questo quadro sufficiente per chiedere l’ergastolo, contestando anche la premeditazione.

Ma proprio perché il caso si fondava su un intreccio di elementi e non su una prova regina, ogni snodo è diventato terreno di scontro. La difesa ha contestato il movente, sostenendo che Dassilva non fosse affatto innamorato di Manuela Bianchi e che, anche se la relazione fosse emersa, non ne sarebbero derivati automatismi tali da spiegare un omicidio tanto grave. Ha inoltre ribadito che l’alibi fornito dalla moglie, Valeria Bartolucci, trovava riscontri nelle analisi sui telefoni. E ha attaccato la lettura della Cam3, ricordando che per il perito del Tribunale l’uomo ripreso dopo il delitto non era l’imputato ma un altro condomino.

Due anni per “smontare” gli indizi

Quando Andrea Guidi rivendica due anni di lavoro, non parla solo del tempo trascorso. Parla del metodo. Dalla fase cautelare fino all’arringa, la difesa ha cercato di mostrare come il fascio degli indizi non producesse una conclusione univoca. Già nei momenti decisivi dell’inchiesta, Guidi aveva sostenuto che il quadro probatorio non fosse completo e che molte tessere fossero ancora da verificare. In dibattimento, quella posizione si è fatta ancora più esplicita: niente scorciatoie, niente fiducia automatica nel sospetto sedimentato mediaticamente, niente salto logico dalla possibilità alla certezza.

L’arringa difensiva è stata costruita come un lungo controesame della narrazione accusatoria. Quasi 8 ore di udienza, secondo le cronache, per discutere movente, alibi, credibilità dei testimoni, lettura delle perizie, assenza di riscontri genetici e alternative investigative rimaste sullo sfondo. Non per dimostrare chi abbia ucciso Pierina Paganelli — compito che in processo resta dell’accusa — ma per dimostrare che non era stato dimostrato, oltre il dubbio ragionevole, che a ucciderla fosse stato Dassilva.