Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
10 giugno 2026 - Aggiornato alle 18:50
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

L'intervento

Meloni a Confcommercio: «L'Italia non è una repubblica delle banane. Ecco come vogliamo rilanciare l'economia del Paese»

La presidente del Consiglio rilancia il ruolo del terziario: crescita, fiducia e regole credibili contro abusivismo e carenza di personale

10 Giugno 2026, 14:21

14:30

Giorgia Meloni, presidente del Consiglio

Giorgia Meloni, presidente del Consiglio

«L'Italia non è una repubblica delle banane». Queste le parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, lanciate durante il videomessaggio all’assemblea generale di Confcommercio, celebrata a Roma l’11 giugno 2025, nell’anno degli 80 anni della Confederazione. Mentre il terziario di mercato vale ormai circa la metà del Pil e dell’occupazione, migliaia di imprese continuano a fare i conti con costi elevati, domanda ancora prudente, difficoltà di reperire personale e un’area grigia di abusivismo e contraffazione che erode ricavi e fiducia.

Il cuore del discorso: il terziario come architrave dell’economia italiana

Nel suo intervento, Meloni ha ricordato che le imprese del terziario di mercato contribuiscono per circa il 50% al Pil e all’occupazione del Paese. Non è un dato ornamentale: è la chiave con cui il governo prova a spostare il baricentro del dibattito economico, valorizzando non solo la manifattura ma anche il vasto ecosistema di negozi, servizi, turismo, pubblici esercizi, logistica e professioni che tiene insieme le città italiane e una parte essenziale dei consumi interni.

È una sottolineatura che dialoga con la lettura proposta dalla stessa Confcommercio. Nella relazione del presidente Carlo Sangalli, presentata nella stessa assemblea, il terziario appare come la vera infrastruttura sociale ed economica del Paese: non un settore accessorio, ma il luogo in cui si misurano insieme domanda interna, qualità urbana, occupazione e capacità di trasformare il reddito in consumi. Non a caso l’Ufficio Studi dell’organizzazione, per il 2025, indicava una crescita del Pil dello 0,8% e dei consumi dell’1%, con una previsione al 2026 del +0,9% per l’economia e ancora +1% per i consumi. Dati moderatamente positivi, ma lontani da qualsiasi euforia.

La fotografia macroeconomica: segnali incoraggianti, ma senza trionfalismi

Quando Meloni parla di “indicatori macroeconomici estremamente positivi”, si appoggia a una fase che, in quel momento, mostrava qualche miglioramento. Nel primo trimestre 2025, secondo Istat, il Pil italiano era cresciuto dello 0,3% rispetto al trimestre precedente e dello 0,6% su base annua; più di recente, la stima preliminare del primo trimestre 2026 segnala un ulteriore +0,2% congiunturale e +0,7% tendenziale. È un ritmo che conferma resilienza, non certo un’accelerazione robusta. E infatti la stessa Istat precisa che la crescita più recente è trainata soprattutto dai servizi, mentre agricoltura e industria mostrano un arretramento del valore aggiunto.

Qui sta il punto politico del discorso a Confcommercio: il governo legge la tenuta del Pil come il risultato di un’economia che, pur stretta tra tensioni geopolitiche e commercio internazionale instabile, continua a trovare nel mercato interno e nei servizi un fattore di tenuta. Ma questa impostazione ha anche una fragilità evidente: se il sostegno viene in gran parte dai consumi e dai servizi, allora la qualità del reddito disponibile, la fiducia delle famiglie e il costo della vita diventano variabili decisive. Non bastano gli indicatori generali; serve una sensazione diffusa di stabilità.

“Senza regole non c’è mercato”: il tema vero è la credibilità dello Stato

La Giornata della Legalità di Confcommercio documenta da anni il peso economico dell’illegalità nel settore. Per il 2025, l’associazione stima un costo di circa 41 miliardi di euro per le imprese del commercio e dei pubblici esercizi, con 284 mila posti di lavoro regolari messi a rischio. Le voci principali sono l’abusivismo commerciale (10,5 miliardi), l’abusivismo nella ristorazione (8,5 miliardi), la contraffazione (5 miliardi) e il taccheggio (5,4 miliardi). Sono numeri che spiegano perché, per una parte del mondo produttivo, legalità e crescita non siano capitoli separati ma la stessa questione vista da due lati diversi.

Il sottotesto politico: meno tasse, più domanda interna, attenzione al ceto medio

Nel videomessaggio all’assemblea, Meloni ha anche rilanciato un altro asse della linea economica dell’esecutivo: consolidare la tendenza positiva, rafforzare la domanda interna e proseguire nella riduzione della pressione fiscale, con particolare attenzione al ceto medio e al lavoro autonomo. È una promessa coerente con il profilo del pubblico di Confcommercio, fatto in larga parte di piccole e medie imprese, partite Iva, commercio diffuso e servizi a forte radicamento territoriale.

Il problema è che la sfida non si gioca soltanto sul versante fiscale. Perché se il governo può rivendicare una dinamica dell’occupazione ancora favorevole — ad aprile 2026 gli occupati risultano 24 milioni e 337 mila, con 269 mila unità in più rispetto a un anno prima — dall’altra parte molte imprese denunciano di non trovare il personale necessario. E qui emerge una contraddizione molto italiana: il lavoro cresce, ma non sempre incontra le competenze richieste dai settori che cercano.

Il grande nodo del lavoro che non si trova

Secondo Confcommercio, nel 2025 commercio, ristorazione e alloggio non riusciranno a trovare circa 260 mila lavoratori; la stima ufficiale dell’organizzazione parla di 258 mila figure mancanti, in aumento del 4% rispetto all’anno precedente. La carenza riguarda profili molto diversi tra loro: addetti alle vendite, cuochi, camerieri, macellai, gelatai, personale di accoglienza e altre figure che tengono accesa la macchina del turismo e dei consumi.

È un elemento decisivo per leggere anche il discorso sulle regole. Perché “regole” non significa soltanto repressione dell’illegalità: significa anche politiche attive, formazione, incrocio tra domanda e offerta di lavoro, programmazione dei flussi migratori, qualità contrattuale. Nella relazione di Sangalli, infatti, la richiesta al governo è esplicita: bisogna agire sul capitale umano, aumentare il tasso di occupazione, rafforzare competenze e strumenti di inserimento. In altre parole, un mercato serio non è solo un mercato protetto dagli abusi; è anche un mercato capace di trovare persone, professionalità e prospettive.

Inflazione, consumi, fiducia: il terreno su cui si misurerà davvero il governo

C’è poi il capitolo che più interessa famiglie e imprese: il potere d’acquisto. Nel maggio 2026, le stime preliminari di Istat indicano un’inflazione annua al +3,2%, in accelerazione rispetto al mese precedente, con una nuova spinta soprattutto dagli energetici. È un dato successivo all’assemblea del 2025, ma utile per capire quanto la promessa di rafforzare la domanda interna resti esposta a variabili che il governo non controlla del tutto. Se i prezzi tornano a correre, il commercio diffuso — soprattutto quello di prossimità — si ritrova di nuovo sulla linea del fronte.

Anche per questo le previsioni di Confcommercio, pur improntate a un cauto ottimismo, restano prudenti. L’organizzazione parla di un’Italia lontana da scenari recessivi, ma ancora immersa in un quadro complesso, segnato da incertezza internazionale, tensioni sui dazi, costi energetici e fiducia non ancora pienamente ricostruita. Nella relazione all’assemblea si sottolinea inoltre che la fiducia delle famiglie, ad aprile 2025, risultava in calo di 5,5 punti rispetto all’anno precedente. Un promemoria severo: la crescita non si misura solo in statistiche aggregate, ma nella disponibilità concreta a spendere, investire, assumere.

Oltre lo slogan: perché il richiamo alla “repubblica delle banane” parla alle imprese

La formula è forte, volutamente popolare, quasi brutale. Ma funziona perché intercetta un sentimento diffuso nel mondo del commercio: la paura che il rispetto delle regole valga soprattutto per chi è già dentro il perimetro della legalità, mentre chi evade, occupa spazi irregolari, vende contraffatto o opera fuori da standard minimi finisca per godere di un vantaggio competitivo di fatto. È qui che il lessico politico di Meloni incontra l’agenda di Confcommercio.

La domanda, però, resta aperta: quanto di questo richiamo si tradurrà in misure strutturali? Finora il governo ha insistito su stabilità, riduzione del carico fiscale, sostegno agli autonomi, attenzione alla sicurezza e alla legalità. Ma il banco di prova sarà la capacità di rendere coerenti questi obiettivi con le richieste del terziario: città più sicure, concorrenza leale, accesso al lavoro, meno burocrazia, energia a costi sostenibili, consumi meno fragili. Senza questa saldatura, il rischio è che la retorica delle regole rimanga una cornice comunicativa, efficace ma insufficiente.