la storia
Internet spento per tutti per evitare truffe alla maturità: la scelta shock della Tunisia
WhatsApp bloccato e connessioni al rallentatore. Pur di garantire l'integrità del diploma, il governo colpisce l'economia digitale. E scoppia la polemica
Nella settimana dell’esame più atteso dell’anno, la Tunisia si è risvegliata in una sorta di "sospensione controllata". Si è conclusa la sessione principale del baccalauréat: oltre 162 mila candidati hanno affrontato le prove, ma a catalizzare l’attenzione pubblica sono stati soprattutto gli effetti collaterali di una lotta senza tregua contro gli imbroglioni.
Per contenere le frodi, le autorità hanno impiegato sistemi di disturbo del segnale nei pressi dei centri d’esame, con il risultato di ingessare le comunicazioni online in ampie zone del Paese. WhatsApp e Messenger hanno smesso di funzionare regolarmente, i documenti faticavano a partire e le chiamate via Internet cadevano di continuo.
Pur in assenza di un vero e proprio "blackout nazionale" disposto dall’alto, i jammer hanno provocato rallentamenti tali da incidere pesantemente sulla quotidianità di cittadini, imprese e professionisti.
Il tecnologo Ziad Bacha ha sottolineato come questo sacrificio digitale abbia fatto saltare appuntamenti di lavoro, ritardato consegne e bloccato ticket di assistenza, il tutto senza un’adeguata informazione preventiva.
Perché una reazione così drastica? In Tunisia il bac non è un semplice esame, ma un rito di passaggio dal forte valore sociale, culturale e identitario, capace di mobilitare intere famiglie. L’enorme pressione sui candidati, unita a tassi di promozione storicamente severi (solo il 37,08% di ammessi nel 2025), ha alimentato un mercato nero ormai strutturato.
Non si parla più di banali bigliettini, ma di servizi “chiavi in mano” con tecnologie da spy-story: micro-auricolari invisibili, penne modificate, kit Bluetooth e persino droni. Recenti operazioni di polizia hanno portato al sequestro di centinaia di dispositivi elettronici destinati alla frode.
Di fronte a questa “industrializzazione” dell’imbroglio, lo Stato ha adottato la linea dura per tutelare la parità di opportunità tra i candidati. Un approccio estremamente repressivo che ha però acceso polemiche. A Siliana, per esempio, nove studenti sorpresi con micro-auricolari sono finiti in detenzione provvisoria, trasformando una vicenda scolastica in una questione di ordine pubblico.
A rendere il quadro ancor più paradossale è l’efficacia solo parziale di queste misure draconiane. Malgrado i disturbi alla rete e i blocchi, nel giorno d’apertura delle prove la docente Chiraz Jaziri ha denunciato la diffusione del tema di filosofia sui gruppi di messaggistica a pochi minuti dall’inizio dell’esame. Un indizio che il vero anello debole non risiede soltanto nei dispositivi degli studenti, ma probabilmente nella catena di distribuzione e custodia delle tracce.
La vicenda tunisina solleva interrogativi che parlano anche all’Europa: è lecito compromettere la normalità digitale di milioni di persone per proteggere un esame? Mentre gli esperti indicano soluzioni più mirate – codici QR, tracciabilità dei documenti, rilevatori di metalli all’ingresso delle aule – la Tunisia del 2026 ha mostrato che, pur di salvaguardare il prestigio del proprio diploma, è disposta a pagare un prezzo altissimo. E ha scoperto sulla propria pelle quanto una società connessa possa rivelarsi, d’improvviso, fragile.