lo scenario
Trump da per certa la tregua, ma l'Iran gela Washington: nel Golfo è "guerra" di annunci sull'accordo
Il presidente Usa ritira i caccia diretti su Teheran e dichiara sui social un accordo raggiunto ai massimi livelli. La diplomazia degli ayatollah però frena: l'intesa non è definitiva e la parte americana cerca di aggiungere nuove richieste all'ultimo minuto
I caccia statunitensi erano già in rotta verso l’Iran, pronti a sferrare un’operazione «ancora più dura» di quella della notte precedente, quando è arrivato il (ormai rituale) clamoroso dietrofront.
Dopo ore di minacce pesantissime, inclusa l’ipotesi di conquistare l’isola di Kharg per assumere il controllo totale del mercato petrolifero iraniano, l’escalation si è arrestata.
L’annuncio è arrivato da Donald Trump tramite il suo social Truth: i bombardamenti programmati sono stati annullati a fronte di un’intesa diplomatica che, a suo dire, sarebbe stata approvata «ai massimi livelli della leadership iraniana», sia sul piano concettuale sia su quello operativo.
La narrazione trionfale del Commander-in-Chief — che prefigura una firma imminente da parte del vice JD Vance, «forse nel fine settimana in Europa», alla vigilia del G7 di Evian — si scontra però con la decisa frenata di Teheran. Il Ministero degli Esteri iraniano ha precisato che l’accordo non è affatto definitivo. La diplomazia della Repubblica Islamica ammette che il testo è «quasi pronto», ma accusa Washington di aver tentato di inserire nuove richieste all’ultimo minuto. Tempistiche e luoghi della sottoscrizione, secondo Teheran, restano «speculazioni mediatiche», e qualsiasi intesa dovrà essere vagliata dalle autorità supreme, in primis dalla Guida Suprema.
È una vera e propria guerra di narrazioni. Il portavoce del ministero, Esmaeil Baghaei, denuncia il tentativo americano di far credere al mondo che l’Iran abbia «ceduto alle pressioni e alle minacce». Teheran ribadisce di non voler derogare alle proprie «linee rosse». Una posizione ripresa anche dai media vicini ai pasdaran, come Tasnim e Fars: dopo aver inizialmente negato l’esistenza di un testo e bollato Trump come bugiardo, hanno aperto alla possibilità di un’approvazione ai massimi livelli solo a condizione che il documento finale sia quello «proposto dall’Iran».
Del resto, i raid statunitensi della notte precedente non hanno fatto che alimentare i sospetti sulle reali intenzioni dell’inquilino della Casa Bianca. Dietro le quinte, tuttavia, i mediatori di Qatar e Pakistan hanno lavorato senza sosta per disinnescare il confronto iniziato lo scorso 28 febbraio.
Secondo Axios, la missione dell’inviato di Doha, Ali Al-Thawadi, a Teheran si è conclusa a tarda notte con un «testo condiviso». L’intesa ridurrebbe le distanze su tre nodi cruciali: il sblocco dei beni iraniani congelati, la riapertura dello Stretto di Hormuz durante un cessate il fuoco di 60 giorni e le regole d’ingaggio per i colloqui sul programma nucleare.
A dare credito a questa fragile architettura di pace è stata Wall Street, con il Dow Jones in rialzo dell’1,64% e un calo del prezzo del petrolio superiore al 3%. Secondo Trump, l’accordo godrebbe già del via libera di tutti gli attori chiave della regione, da Israele all’Arabia Saudita. Con la firma dovrebbe riaprire lo Stretto di Hormuz — teatro delle recenti tensioni tra attacchi iraniani alle petroliere e interventi della marina statunitense — sebbene il blocco navale USA ai porti di Teheran resterebbe in vigore. Tra minacce incrociate, blitz sfiorati e dichiarazioni contraddittorie, tutto rimane in sospeso. Almeno per una notte.