MEDIO ORIENTE
Dal «fake news» alla «guerra finita»: Trump e l'Iran, ventiquattr'ore da film aspettando la firma dell'accordo
Minacce al mattino, accordo la sera, firma forse domenica in Svizzera. Il copione del tycoon funziona sempre così — stavolta però il mondo aspetta di vedere i documenti
In meno di ventiquattr'ore Donald Trump ha percorso l'intera parabola dalla minaccia alla vittoria proclamata, con l'Iran nel ruolo di nemico giurato al mattino e di interlocutore a bordo accordo la sera. Il copione è quello classico del tycoon: pressione massima, annuncio a sorpresa, dichiarazione di trionfo. Stavolta però il mondo aspetta di vedere la firma.
Tutto è precipitato — o si è sbloccato, dipende dal punto di osservazione — nella notte italiana. Trump stava parlando in un comizio telefonico a sostegno di un candidato governatore in Georgia quando ha lanciato la notizia come fosse un'ovazione: «Non so se lo sapete, ma oggi abbiamo posto fine alla guerra con l'Iran». L'Iran, a suo dire, ha accettato di non dotarsi mai di armi nucleari. «Era l'obiettivo principale, era il 95% della questione». Poche parole, nessun documento, nessuna conferenza stampa. La diplomazia di Trump funziona così: prima l'annuncio, poi i dettagli.
I dettagli, però, continuano a non tornare. Poche ore prima, sul suo Truth, il presidente aveva usato toni ben diversi. Le condizioni trapelate da Teheran erano state bollate come «fake news che non hanno nulla a che fare con i termini concordati per iscritto». L'Iran, a suo giudizio, è un interlocutore con cui «la buona fede è un concetto inesistente». E l'attacco con droni contro navi indiane in uscita dallo Stretto di Hormuz — «completamente respinto», tiene a precisare — «è assolutamente inaccettabile». Mezz'ora dopo, o giù di lì, lo stesso Trump annunciava che la guerra era finita.
Sul tavolo, stando a quanto trapelato, ci sarebbe una riapertura immediata dello Stretto di Hormuz, la cancellazione delle sanzioni all'Iran e lo stop agli attacchi in Libano. Un'intesa che, se confermata, ridisegnerebbe gli equilibri di una regione in fiamme da mesi. La bozza fissa un periodo di 60 giorni per i negoziati sul programma nucleare iraniano vero e proprio. Quello che viene chiamato da più parti la «dichiarazione di Islamabad» — in riconoscimento del ruolo di mediazione del Pakistan — sarebbe quindi solo il primo atto, un memorandum d'intesa che apre la cosiddetta «fase due».
La firma, secondo la CNN che cita fonti informate, potrebbe avvenire domenica a Ginevra, con il vicepresidente JD Vance come rappresentante americano alla cerimonia. Quattro aerei C-17 statunitensi sono già decollati per l'Europa trasportando materiale per un possibile viaggio di Vance. La scelta di Ginevra non è casuale: lunedì Trump è atteso a Evian, sul lago Lemano, per il G7. Firma dell'accordo, vertice dei leader mondiali, compleanno del presidente il giorno stesso — il weekend si preannuncia denso. Fonti iraniane, tuttavia, citano anche Vienna come alternativa possibile. E Teheran, a scandire i freni, ribadisce che «non vi è ancora alcuna conclusione definitiva».
La parte più spinosa riguarda lo Stretto di Hormuz. L'agenzia ufficiale iraniana Irna, nel riferire gli elementi generali della bozza, precisa che l'Iran non si impegna a cedere la gestione dello stretto né a ripristinare le condizioni precedenti all'intervento militare americano e israeliano. Una clausola che stride con la versione trionfante di Trump, secondo cui la riapertura sarebbe già nell'accordo. Qualcuno mente, oppure i due fronti stanno ancora negoziando i dettagli mentre entrambi dichiarano vittoria.
Sul fronte europeo, Trump ha liquidato i partner con la sua consueta delicatezza diplomatica. Al telefono con il Corriere della Sera ha detto che gli alleati europei «non sono stati d'aiuto adesso» ma che potranno esserlo «in futuro, dopo l'intesa». A La7 ha rincalzato: «Abbiamo vinto da soli, l'Europa è irrilevante». E al G7 di Evian arriverà con la guerra — almeno sulla carta — già archiviata.
Da Tel Aviv, Benjamin Netanyahu ha sentito il bisogno di mettere il suo timbro sulla vicenda. «Finché sarò primo ministro di Israele, l'Iran non avrà armi nucleari. Il presidente Trump e io siamo in pieno accordo su questo punto». Poi, con la sobrietà che lo contraddistingue: «Da oltre trent'anni sono in prima linea nella lotta contro il programma nucleare iraniano. Se non fosse per questa lotta, l'Iran avrebbe avuto bombe atomiche per distruggere Israele molto tempo fa». Netanyahu si pone come garante, testimone e coautore della svolta, tutto insieme. Il timore di Gerusalemme — non detto ma leggibile tra le righe — è che l'accordo Washington-Teheran possa avanzare senza che Israele abbia voce in capitolo sui dettagli che contano davvero.
Per ora restano in piedi le domande che contano: l'Iran firmerà davvero? Cosa c'è scritto esattamente in quel memorandum? E lo Stretto di Hormuz riaprirà secondo i termini di Trump o secondo quelli di Teheran? Domenica, forse, si saprà. O si cambierà versione ancora una volta.