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la guerra

Il Memorandum di Islamabad: i 60 giorni che decideranno il futuro del Medio Oriente (ma nello Stretto si spara ancora)

Nessuna firma domenica: l'Iran smentisce le fughe in avanti. I dettagli del piano preliminare per disinnescare la crisi e scongiurare l'impennata del greggio globale. Missile su una nave dell'Oman

13 Giugno 2026, 18:23

18:30

Il Memorandum di Islamabad: i 60 giorni che decideranno il futuro del Medio Oriente (ma nello Stretto si spara ancora)

Medio Oriente, ore di paradosso. Mentre i canali diplomatici parlano di un imminente intesa tra Stati Uniti e Iran, le acque del Golfo restano attraversate da tensioni. Nelle ultime ore una petroliera commerciale è stata colpita da un ordigno non identificato a circa sei miglia nautiche a est delle coste dell’Oman. Nessun ferito e nessun danno ambientale, ma il significato politico è notevole: in una crisi così delicata, basta un singolo episodio ambiguo per comprimere i negoziati e minarne la tenuta.

Sul fronte diplomatico, tuttavia, il traguardo sembra più vicino che mai. Protagonista è il Pakistan del primo ministro Shehbaz Sharif, che nelle scorse settimane si è ritagliato il ruolo di facilitatore tra le parti. Secondo Sharif, il testo del cosiddetto “memorandum di Islamabad” è stato ormai concordato in via definitiva, al punto da ipotizzarne una rapida formalizzazione tramite firma elettronica. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha definito l’accordo con gli Stati Uniti “più vicino che mai”.

Islamabad sta spingendo con forza, tessendo contatti anche con la Svizzera: il ministro Ishaq Dar ha parlato due volte in 24 ore con il collega elvetico Ignazio Cassis per valutare Ginevra come possibile sede della storica intesa.

Proprio a un passo dall’arrivo, però, Teheran ha tirato il freno. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha smentito in modo categorico la firma che il Pakistan auspicava per domenica 14 giugno 2026, senza tuttavia escluderla nei giorni successivi. Non si tratta di una rottura sul merito, ma di una necessità politica: nessuna leadership iraniana, specie dopo mesi di guerra, può permettersi di apparire costretta a sottoscrivere un patto sotto la pressione di scadenze imposte da attori esterni. L’enfasi mediatica di Islamabad, desiderosa di intestarsi un successo regionale, ha indotto Teheran a rallentare per riequilibrare i pesi simbolici del negoziato.

Quanto al contenuto, le fonti convergono su un pacchetto transitorio ma cruciale: consolidamento del cessate il fuoco, apertura di una finestra di 60 giorni per colloqui tecnici successivi e, soprattutto, riattivazione del traffico commerciale nello Stretto di Hormuz. Il nodo dell’arricchimento dell’uranio non verrà affrontato in questa fase: il memorandum mira a fissare un quadro politico minimo di garanzia per evitare nuove escalation militari, rinviando il dossier nucleare a un momento seguente.

Il vero banco di prova non saranno le sale di Ginevra, bensì le rotte marittime. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia energetico più strategico del pianeta: con un transito stimato nel 2025 di quasi 15 milioni di barili di greggio al giorno, pari al 34% del commercio mondiale del settore, ogni scossa in quelle acque altera i mercati, i premi assicurativi e la fiducia internazionale. Una tregua, per quanto limitata, è oggi considerata lo strumento indispensabile per mettere in sicurezza il principale snodo petrolifero tra Golfo Persico e Mar Arabico, la cui efficacia potrà essere misurata nella normale ripresa del passaggio delle petroliere.