GUERRA
Accordo Usa-Iran, cosa cambia sul nucleare nei prossimi 60 giorni: venerdì la firma in Svizzera, poi anche Hormuz riaprirà
Il conflitto si è fermata prima dei dossier: dietro l’annuncio di pace restano aperti i nodi che decideranno se il programma atomico iraniano verrà smantellato o rinviato
La scena, più che diplomatica, è quasi meccanica: navi ferme, assicurazioni in allarme, greggio che cambia prezzo a ogni frase, e intanto il dossier più esplosivo — quello sul nucleare iraniano — resta ancora senza una soluzione definitiva. L’intesa annunciata tra Stati Uniti e Iran nelle prime ore di lunedì 15 giugno 2026 ha fermato almeno per ora l’escalation militare e ha rimesso in moto la prospettiva della riapertura dello Stretto di Hormuz, ma sul punto decisivo non c’è ancora la parola fine. C’è invece un calendario: una firma prevista per venerdì 19 giugno in Svizzera, e soprattutto una finestra di 60 giorni entro cui trasformare un accordo-quadro in un’intesa vera, verificabile e sostenibile. Se questo non accadrà, Donald Trump ha già fatto sapere che la minaccia militare tornerà sul tavolo.
È qui che si gioca la partita reale. Perché l’accordo annunciato non chiude il contenzioso sul nucleare: lo sposta in avanti, dentro un percorso negoziale che dovrà chiarire almeno tre questioni rimaste aperte. La prima riguarda il destino delle scorte di uranio arricchito accumulate da Teheran; la seconda tocca il livello di arricchimento e i limiti operativi dei siti iraniani; la terza riguarda il ritorno di un sistema di verifica internazionale credibile, oggi molto più debole di quello previsto ai tempi del JCPOA del 2015. Senza risposte su questi tre fronti, il cessate il fuoco politico rischia di restare separato dal problema strategico.
Il punto di partenza è l’annuncio di queste ore. Secondo quanto riferito da Reuters, funzionari americani e iraniani hanno confermato un’intesa per fermare la guerra, riaprire Hormuz e avviare un percorso successivo sul nucleare. La firma ufficiale del memorandum è attesa in Svizzera venerdì. Nello stesso schema rientra anche la cessazione immediata delle ostilità “su tutti i fronti”, inclusa la dimensione libanese evocata da Teheran. Ma lo stesso impianto dell’accordo, per come è emerso finora, dice che la questione nucleare non è stata risolta adesso: sarà oggetto di una seconda fase, molto più tecnica e molto più fragile.
Le tappe del negoziato: dalla tregua di aprile al memorandum di giugno
Per capire cosa può accadere nei prossimi 60 giorni, bisogna tornare indietro di almeno due mesi. Una prima svolta era arrivata l’8 aprile 2026, quando, a ridosso di un ultimatum americano, era stato annunciato un accordo iniziale per un cessate il fuoco di due settimane, legato alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Quella tregua, già allora, veniva presentata come un corridoio politico per aprire negoziati più ampi; comprendeva anche il Libano e affidava al Pakistan un ruolo centrale di mediazione. In quella fase si parlava di colloqui a Islamabad e della necessità di evitare che il confronto militare travolgesse la trattativa nascente.
Nei giorni e nelle settimane successive il cantiere diplomatico si è allargato. Oltre al Pakistan, sono entrati nel gioco della mediazione anche Qatar, Egitto, Turchia e, sullo sfondo, Oman, già sede di contatti precedenti. Secondo Axios, il memorandum destinato a essere firmato in questi giorni è il prodotto di quasi tre mesi di negoziato, con passaggi diretti o indiretti tra emissari americani e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi. Nella squadra statunitense compaiono nomi come J.D. Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner, segno che la Casa Bianca ha gestito il dossier come una partita insieme strategica, energetica e interna.
Il negoziato, però, non è stato lineare. Il 24 marzo 2026, Trump parlava già di “major points of agreement”, grandi punti d’intesa, mentre altre fonti descrivevano una trattativa intermittente, soggetta a continui stop e rilanci. A fine aprile i colloqui previsti a Islamabad erano saltati; a fine maggio era riemersa una bozza più articolata del cosiddetto Memorandum di Islamabad, in cui comparivano quattro cardini: fine del blocco navale americano verso i porti iraniani, progressiva normalizzazione del traffico a Hormuz, disimpegno militare degli Usa nell’area e, soprattutto, la previsione che un eventuale accordo definitivo entro 60 giorni potesse essere consacrato in una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Cosa prevede davvero l’intesa-quadro
Nella sua forma attuale, il memorandum sembra avere una logica precisa: congelare il fronte militare e creare incentivi economici e politici per costringere le due parti a trattare sul nucleare senza riprendere subito le ostilità. Da una parte, l’Iran ottiene la prospettiva della fine del blocco navale statunitense, il ritorno progressivo del traffico commerciale a Hormuz e, in prospettiva, un alleggerimento delle sanzioni o l’accesso a parte dei fondi congelati. Dall’altra, gli Stati Uniti ottengono un impegno preliminare a riaprire il corridoio energetico più sensibile del pianeta e ad aprire un tavolo che dovrebbe impedire a Teheran di arrivare all’arma atomica.
Sul terreno energetico, il valore di Hormuz spiega bene perché il cessate il fuoco e il nucleare siano stati negoziati dentro lo stesso pacchetto. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nello Stretto di Hormuz sono transitati nella prima metà del 2025 circa 20,9 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% dei consumi globali di liquidi petroliferi e a un quarto del petrolio marittimo mondiale. Per questo la riapertura dello stretto ha un effetto immediato sui mercati, ma anche un forte peso politico: riduce la pressione economica globale e offre a Washington un dividendo immediato da esibire, mentre rinvia il nodo più difficile — il nucleare — a una seconda fase.
Il nodo vero: che fine farà l’uranio arricchito
Il primo dossier aperto riguarda il materiale già prodotto dall’Iran. È qui che le versioni finora emerse mostrano divergenze significative. Secondo una fonte americana citata da Reuters, l’accordo finale dovrebbe portare allo smantellamento del programma nucleare iraniano e alla distruzione o rimozione delle scorte di uranio altamente arricchito. Ma una fonte iraniana, citata nella stessa ricostruzione, afferma invece che la bozza consentirebbe a Teheran di diluire sul proprio territorio l’uranio arricchito, anziché consegnarlo o vederlo trasferito all’estero. È una differenza enorme: esportare, distruggere o semplicemente “downblendare” in Iran non produce lo stesso livello di garanzia strategica.
Su questo punto anche Axios aggiunge un tassello importante: una delle opzioni prese in considerazione da Trump sarebbe proprio il downblending, cioè la diluizione dell’uranio altamente arricchito sotto la supervisione degli ispettori dell’Onu/IAEA. Ma la stessa fonte precisa che ogni passo concreto sul programma nucleare scatterebbe solo con un secondo accordo, separato dal memorandum iniziale. In altri termini: nei prossimi 60 giorni non si discuterà solo di pace, ma soprattutto del metodo con cui neutralizzare la parte più sensibile del programma atomico iraniano.
Perché il programma iraniano preoccupa ancora
Il secondo punto aperto riguarda il quadro tecnico di partenza. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica continua a considerare molto grave la traiettoria iraniana. In un rapporto declassificato nel giugno 2025, l’IAEA ha scritto che l’Iran è l’unico Stato non dotato di armi nucleari, parte del Trattato di non proliferazione, a produrre e accumulare uranio arricchito fino al 60%; un livello che, pur non essendo di per sé quello da arma, viene considerato estremamente sensibile per le sue implicazioni proliferative. Lo stesso rapporto sottolineava che la cooperazione di Teheran con l’Agenzia era stata, in diversi aspetti, “less than satisfactory”, meno che soddisfacente.
Il quadro politico, nel frattempo, si è irrigidito ulteriormente. Il 10 giugno 2026, alla riunione del Board dell’IAEA a Vienna, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti hanno presentato una risoluzione sull’attuazione da parte dell’Iran dei suoi obblighi di salvaguardia previsti dal NPT. Nel testo si ricorda che già un anno prima il Board aveva stabilito che il mancato chiarimento di questioni critiche da parte iraniana costituiva una situazione di non conformità. Nella dichiarazione congiunta, il gruppo ha ribadito il sostegno a una soluzione negoziata, ma solo se in grado di garantire “in modo verificabile e sostenibile” che l’Iran non possa mai avere un’arma nucleare. Questo passaggio è cruciale: la diplomazia non parte da zero, parte da una sfiducia accumulata.
Anche l’Unione europea si muove dentro questa stessa logica. Il Consiglio Ue ricorda che il 29 settembre 2025 sono state reintrodotte tutte le sanzioni economiche e finanziarie nucleari dell’Unione precedentemente sospese, e che Bruxelles considera l’accelerazione del programma iraniano un allontanamento radicale dagli impegni del JCPOA. Inoltre, il 22 maggio 2026, l’Ue ha esteso il perimetro delle sanzioni anche ad azioni iraniane considerate ostili alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Questo significa che qualunque accordo tra Washington e Teheran dovrà poi misurarsi anche con l’architettura sanzionatoria europea e multilaterale, non solo con quella americana.
I prossimi 60 giorni: tre scenari possibili
Il primo scenario è quello del successo negoziale: firma in Svizzera il 19 giugno, avvio di colloqui tecnici, definizione di un meccanismo verificabile sulle scorte di uranio, ritorno di ispezioni più intrusive e, infine, un testo da blindare anche al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, come già ipotizzato nella bozza di fine maggio. Sarebbe il percorso più ordinato, ma anche il più difficile, perché richiede convergenza su dettagli che finora nessuna delle parti ha reso pubblici in modo definitivo.
Il secondo scenario è quello di una stabilizzazione incompleta: tregua che regge, Hormuz che riapre gradualmente, qualche alleggerimento economico, ma nessuna vera soluzione sul nucleare. In questo caso l’intesa servirebbe più a congelare la crisi che a risolverla. Sarebbe un risultato politicamente vendibile nell’immediato, soprattutto per l’effetto sui prezzi dell’energia, ma strategicamente instabile. Perché il programma iraniano resterebbe lì, con la sua infrastruttura, le sue ambiguità e la sua capacità di tornare rapidamente al centro della crisi.
Il terzo scenario è il fallimento: i 60 giorni scadono senza accordo definitivo e la minaccia di nuovi attacchi evocata da Trump torna concreta. È lo scenario che tutti cercano di evitare, ma che il presidente americano ha tenuto esplicitamente dentro la trattativa come leva coercitiva. In questo senso, la finestra negoziale è anche un ultimatum mascherato da processo diplomatico: il cessate il fuoco non vale da solo, vale in quanto ponte verso un’intesa nucleare definitiva.
Alla fine, la domanda giusta non è se Usa e Iran abbiano fatto pace. La domanda è più precisa: se nei prossimi 60 giorni riusciranno a trasformare un accordo di de-escalation in un meccanismo che riduca davvero il rischio nucleare. Fin qui, il risultato è concreto ma parziale: la guerra rallenta, Hormuz può riaprirsi, il Libano entra nel perimetro della tregua. Ma il cuore del problema resta intatto finché non sarà deciso, nero su bianco, chi controllerà, dove finirà e in quale forma sopravviverà il materiale nucleare iraniano. È lì, non nei proclami, che si misurerà la tenuta dell’intesa.