Gli scontri
Ginevra, il corteo e la faglia del G7: ventimila in piazza, lacrimogeni, idranti e il ritorno della paura alla vigilia di Évian
Non è stata soltanto una protesta contro i Grandi: tra il lungolago svizzero e il vertice francese si è aperta una crepa politica, diplomatica e simbolica
La prima immagine non è un palazzo blindato né una limousine di capi di Stato. È un’auto in fiamme, una Tesla, spenta dai pompieri a pochi passi da una fermata centrale degli autobus, mentre attorno si addensano sirene, scudi e volti coperti. A Ginevra, domenica 14 giugno 2026, la vigilia del G7 di Évian-les-Bains ha avuto il suono secco delle pietre contro le vetrine, il sibilo dei gas lacrimogeni e la pressione degli idranti usati per contenere gli scontri fra una parte del corteo e la polizia antisommossa. Il contrasto è stato netto: da un lato una manifestazione ampia, composita, politica; dall’altro la deriva violenta di gruppi incappucciati che ha finito per imporre la propria grammatica alla giornata.
Secondo le stime diffuse dal portavoce della polizia ginevrina Alexandre Brahier, in piazza sono scese circa 20.000 persone, fra ambientalisti, collettivi femministi, attivisti filopalestinesi, sindacalisti e gruppi anti-capitalisti. All’interno del corteo, sempre secondo la stessa fonte, erano presenti circa 600 militanti riconducibili alla galassia del Black Bloc. Il risultato è stato un doppio registro che si è sovrapposto fino a confondersi: una mobilitazione autorizzata e in larga parte pacifica, ma attraversata da episodi di violenza che hanno portato all’incendio di un’auto, alla rottura di vetrine bancarie e a un lungo braccio di ferro con gli agenti nel cuore della città.
Il vertice dei leader del G7 si apre a Évian oggi, lunedì 15 giugno e prosegue fino a mercoledì 17 giugno 2026, sotto presidenza francese. La sede scelta da Parigi, sulle sponde francesi del Lemano, ha una forza simbolica evidente: richiama il grande summit del 2003, quando però il formato era ancora G8, con la Russia al tavolo, e le proteste anti-globalizzazione trasformarono l’area fra Ginevra, Annemasse e Losanna in un laboratorio della contestazione europea. Oggi quel precedente pesa come un trauma amministrativo e di ordine pubblico, e spiega perché l’allerta sia stata altissima già nei giorni precedenti.
Una protesta nata da settimane di negoziati
La manifestazione di domenica non è esplosa dal nulla. Le autorità ginevrine avevano autorizzato il corteo del collettivo No-G7 dopo settimane di trattative e una valutazione di sicurezza particolarmente delicata. Il via libera, formalizzato il 20 maggio, era accompagnato da condizioni precise: percorso limitato, esclusione di aree particolarmente sensibili e nessun accesso al simbolico Pont du Mont-Blanc, uno dei punti più esposti del centro cittadino. Il messaggio delle autorità era chiaro: consentire l’espressione del dissenso, ma dentro un perimetro strettamente controllato.
Questo equilibrio, tuttavia, si è incrinato lungo il tragitto. Le cronache parlano di giovani che hanno lanciato pietre e altri oggetti contro gli agenti, mentre la polizia ha risposto con lacrimogeni e cannoni ad acqua. Le immagini diffuse dalle agenzie mostrano fumogeni, cariche di contenimento, una vetrina presa a calci e gruppi dispersi a ondate. È la dinamica tipica delle proteste ad alta densità politica: un corteo vasto e disomogeneo diventa terreno ideale per l’inserimento di nuclei organizzati che cercano lo scontro diretto, costringendo poi l’intero dispositivo di sicurezza a inseguire i punti di rottura.
Nel racconto delle ore più tese colpisce soprattutto la sproporzione fra la natura dichiarata della mobilitazione e il suo esito visivo. Da una parte c’erano slogan contro il G7, contro l’ordine economico globale, contro la guerra e contro le disuguaglianze; dall’altra, una scena urbana dominata dalla logica del danneggiamento e della reazione di polizia. È il paradosso che accompagna da anni questo genere di appuntamenti: la critica politica alle grandi potenze finisce spesso per essere oscurata dall’impatto spettacolare degli incidenti.
Perché Ginevra è diventata il retrofronte di Évian
Il vertice si tiene in Francia, ma il suo retrofronte operativo e logistico è, in buona parte, svizzero. Ginevra è lo snodo naturale per l’arrivo delle delegazioni, dei media internazionali, dei servizi di sicurezza e di una parte dell’apparato diplomatico legato al summit. Proprio per questo la Confederazione Svizzera ha adottato misure straordinarie: controlli temporanei alle frontiere interne con la Francia dal 10 al 19 giugno, sostegno rafforzato ai cantoni di Ginevra, Vaud e Vallese, cooperazione specifica con le autorità francesi e un dispositivo militare e civile predisposto già nei mesi scorsi.
Anche il traffico transfrontaliero è stato fortemente condizionato. L’Ufficio federale della dogana e della sicurezza dei confini ha confermato la chiusura parziale dei valichi nel cantone di Ginevra, mentre le autorità locali hanno diffuso mappe e avvisi per ridurre gli effetti su pendolari e attività economiche. Sul piano pratico significa una regione abituata alla continuità di movimento che, per alcuni giorni, torna a funzionare come una frontiera rigida: accessi filtrati, percorsi deviati, badge, controlli e tempi allungati.
Sul lato francese il livello di sicurezza è ancora più imponente. Secondo fonti riportate da Le Monde, per il vertice di Évian sono stati mobilitati complessivamente 16.000 uomini delle forze dell’ordine, con quasi 500 motociclisti di polizia e gendarmeria, 64 squadroni mobili, artificieri, unità specializzate, droni, elicotteri e quasi 1.000 militari. Un dispiegamento che richiama, per impostazione, i grandi eventi blindati dell’ultimo decennio e che riflette la volontà di Parigi di non ripetere gli errori di 23 anni fa.
Il fantasma del 2003 che non ha mai lasciato il Lemano
Per capire la tensione di queste ore bisogna tornare al summit di Évian del 2003. Allora il movimento anti-globalizzazione era nel suo momento di massima visibilità internazionale, due anni dopo Genova 2001. Le proteste si distribuirono tra Svizzera e Francia, con numeri molto più alti di quelli visti domenica e con violenze diffuse in varie città della regione del Lemano. Le stime sulle presenze variarono sensibilmente a seconda delle fonti: la polizia parlò di decine di migliaia di persone, gli organizzatori arrivarono a cifre molto superiori. In ogni caso, il dato politico fu inequivocabile: il summit non riuscì a separarsi dal suo contro-summit.
Le cronache dell’epoca raccontano scontri protratti per ore, uso di lacrimogeni, idranti e proiettili di gomma, barricate, saccheggi e danni a negozi e distributori di carburante. A Losanna e Ginevra la protesta degenerò in più momenti, mentre sul versante francese gruppi di manifestanti tentarono blocchi stradali verso Évian. Per le autorità svizzere e francesi quell’esperienza resta un precedente decisivo: non soltanto per l’ordine pubblico, ma per il costo politico di vedere una grande area urbana europea trasformata, anche solo per qualche ora, in un teatro di guerriglia intermittente.
Non sorprende allora che il summit 2026 sia stato preparato con mesi di anticipo e con un’attenzione quasi ossessiva alla gestione dello spazio. In città molti esercizi commerciali hanno protetto le vetrine con pannelli; alcune fan zone previste per eventi sportivi sono state cancellate; migliaia di badge di accesso sono stati predisposti per lavoratori considerati essenziali. Non è soltanto prevenzione: è il segno di una memoria collettiva che, in quella porzione di Europa, non si è mai veramente assopita.
Oltre gli scontri: che cosa contestavano i manifestanti
Ridurre tutto alla cronaca dei disordini sarebbe però un errore giornalistico. Il corteo di Ginevra ha riunito mondi differenti, con parole d’ordine che andavano dalla giustizia climatica alla critica delle politiche migratorie, dal sostegno ai palestinesi alla denuncia del capitalismo finanziario e delle guerre. Nella piazza c’erano gruppi che vedono nel G7 un direttorio politico-economico incapace di rappresentare il mondo reale e allo stesso tempo molto efficace nel produrre decisioni che ricadono ben oltre i confini dei sette Paesi membri.
A rendere la contestazione più intensa c’è anche il momento geopolitico. Il G7 di Évian si apre mentre il sistema internazionale appare più frammentato, la competizione commerciale è tornata centrale e il rapporto fra sicurezza, energia, tecnologia e finanza è diventato ancora più stretto. La stessa presidenza francese ha presentato il summit come un luogo di coordinamento fra grandi democrazie su squilibri macroeconomici, cooperazione multilaterale e sfide geopolitiche. È precisamente questa pretesa di governance, per i contestatori, a rendere il vertice un bersaglio simbolico privilegiato.