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lo scenario

"Trump ci ha fregati": perché Israele rifiuta la pace tra Usa e Iran

Nessun ritiro dal Libano e il terrore per i fondi sbloccati a Teheran. Tutti i motivi dietro il gelo clamoroso tra la Casa Bianca e lo Stato Ebraico

15 Giugno 2026, 15:54

16:00

"Trump ci ha fregati": perché Israele rifiuta la pace tra Usa e Iran

Vacilla un asse storico in Medio Oriente, proprio mentre il mondo tira un sospiro di sollievo per la fine della guerra. L’imminente firma a Ginevra dell’intesa di pace tra Stati Uniti e Iran non ha portato calma a Gerusalemme: al contrario, ha innescato l’ira del governo di Benjamin Netanyahu e fatto crescere i timori dell’intelligence israeliana.

In Israele, il patto negoziato dall’amministrazione Trump con la Repubblica islamica viene descritto apertamente come una “catastrofe” sul piano militare e diplomatico. Mentre i mercati energetici esultano per la riapertura dello Stretto di Hormuz e il conseguente crollo delle quotazioni del greggio, lo Stato ebraico ha scelto di prendere le distanze.

Il segnale più eloquente della rottura è stato l’ennesimo, sanguinoso raid ordinato da Netanyahu sui sobborghi meridionali di Beirut, roccaforte di Hezbollah, proprio alla vigilia delle firme. Un’azione che ha scatenato le ire di Donald Trump, il quale, in uno sfogo senza filtri, ha accusato il premier israeliano di non avere “nessun cazzo di giudizio” e di mettere a rischio un accordo storico.

Perché Israele respinge l’intesa e si smarca dal suo principale alleato? Le motivazioni toccano i nervi scoperti della sicurezza nazionale. In origine, l’offensiva congiunta israelo‑americana mirava a neutralizzare in modo definitivo la minaccia nucleare iraniana e, per i falchi, persino a provocare un cambio di regime a Teheran. L’esito del negoziato, però, è ben diverso: il testo limita e diluisce l’arricchimento dell’uranio per allontanare lo spettro atomico, ma non impone lo smantellamento dell’arsenale di missili balistici dell’Iran né intacca la rete dei suoi alleati nella regione, da Hamas a Hezbollah fino agli Houthi.

Le priorità di Trump si sono rivelate altre: stabilizzare il mercato mondiale dell’energia ed evitare un prolungato impantanamento militare di terra. A inquietare Israele, forse più di ogni altro capitolo, è quello economico. L’accordo prevede lo sblocco di ingenti beni iraniani congelati all’estero e un sensibile allentamento delle sanzioni sul petrolio. A Gerusalemme temono che quei miliardi di dollari — stimati tra 6 e 24 miliardi — vengano utilizzati dal regime per ricostituire il proprio apparato bellico e finanziare la ricostruzione delle milizie di Hamas e Hezbollah, duramente colpite ma non annientate nell’ultimo anno di guerra. “Li hanno inondati di soldi. Otterranno tutto ciò che vogliono”, ha ammesso amaramente un alto funzionario israeliano.

C’è poi il fronte libanese. Washington spinge per una cessazione delle ostilità su tutti i teatri, Libano incluso. Israele, però, rifiuta categoricamente di ritirare le proprie truppe dal Sud del Paese e di rinunciare alla libertà d’azione contro la milizia sciita. A Gerusalemme prevale il timore che un ritiro ora, senza garanzie sulla sicurezza del nord israeliano, verrebbe percepito come una resa.

Sullo sfondo, un danno psicologico e strategico che a molti appare irreparabile: agli occhi della regione, l’Iran uscirebbe dal conflitto come il Paese che ha resistito all’assalto della maggiore superpotenza mondiale e del suo alleato mediorientale senza cedere, costringendo l’Occidente al compromesso. La deterrenza costruita da Israele nel corso degli anni ne risulterebbe gravemente erosa.

Messa all’angolo e delusa dalle promesse di “massima pressione” sbandierate dalla Casa Bianca, l’élite politica e militare israeliana si scopre oggi isolata e con margini ridotti di influenza su Washington. Lo riassume, con brutalità, un funzionario di Gerusalemme rimasto anonimo: “Trump ci ha fregati. Siamo nei guai. Non siamo più nel giro e non possiamo influenzare davvero nulla”.