l'opinione
Chi ha vinto tra Usa e Iran? L'ex generale non ha dubbi: «La bomba atomica? Hormuz è più potente»
Per l'ex Capo di Stato Maggiore Tricarico Teheran ne esce rafforzata: ha scoperto che controllare lo Stretto vale più di una testata nucleare
La partita mediorientale si chiude senza un vero vincitore sul campo, ma con l’emergere di una leva di pressione capace di eclissare persino l’incubo nucleare: lo Stretto di Hormuz.
A tracciare un bilancio severo delle tensioni recenti e del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran è il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare e oggi presidente della Fondazione Icsa.
Secondo Tricarico, che ha parlato all'Adnkronos alla luce delle ultime indiscrezioni, la contesa si sarebbe conclusa con un sostanziale “pareggio”, che nasconde però un “collasso sonante e strategico degli Stati Uniti” e il totale fallimento dell’amministrazione Trump.
I quattro obiettivi iniziali fissati da Washington — liberare la popolazione iraniana dal regime, impedire la disponibilità dell’arma atomica, neutralizzare la capacità missilistica di Teheran e recidere l’asse con Libano, Gaza, Yemen e Iraq — non risultano infatti conseguibili.
L’unico, esiguo risultato per gli USA è aver costretto il regime iraniano a sedere al tavolo dei negoziati.
Il vero successo tattico, osserva il generale, è invece nelle mani di Teheran.
Anche qualora nei futuri colloqui la minaccia nucleare venga rinviata o accantonata, l’Iran ha maturato la piena consapevolezza di possedere un arsenale forse più temibile: la gestione a proprio vantaggio del passaggio di Hormuz.
Questo snodo cruciale per i flussi energetici globali, un tempo considerato soltanto un “asset da sfruttare”, si è trasformato in un “arma di ricatto di massa” dalla efficacia ormai “provata e inattaccabile”.
Una capacità di deterrenza e di soffocamento dell’economia mondiale che, di fatto, si dimostra più immediata e potente di un ordigno atomico.
Se individuare il vincitore significa perdersi in “insulse e fuorvianti diatribe”, la lista degli sconfitti è nitida.
Perdono le armi convenzionali, rivelatesi inadeguate a dirimere le crisi contemporanee.
Paga un prezzo elevatissimo il popolo iraniano, “incolpevole” ma esposto al rischio di una repressione interna ancor più dura.
E crollano il diritto e la governance internazionale, con le Nazioni Unite incapaci di gestire efficacemente la controversia.
L’affondo più amaro, però, riguarda l’Europa: in questa partita planetaria il Vecchio Continente esce gravemente ridimensionato, ridotto al ruolo di grande assente.
Su di essa, conclude Tricarico, è “meglio non parlare per carità di patria”.