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Londra colpisce il petrolio di Mosca sul mare e blinda il nucleare ucraino: la doppia stretta che cambia la guerra economica

Dietro la mossa britannica l'obiettivo di soffocare le entrate energetiche del Cremlino e sostenere l'Ucraina

16 Giugno 2026, 00:03

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Guerra del greggio: il blocco totale delle petroliere venezuelane accende un nuovo fronte tra Washington, Caracas e Pechino

Nel Canale della Manica, forze britanniche hanno fermato e ispezionato la Smyrtos, nave ritenuta legata alla shadow fleet russa: è stato il primo intervento guidato direttamente dal Regno Unito contro una petroliera di quella rete opaca che, secondo Londra, trasporta circa il 75% del petrolio russo sottoposto a sanzioni. E l'obiettivo è uno: stringere il cappio su oltre 600 navi riconducibili alla flotta ombra di Mosca e, nello stesso tempo, consolidare il sostegno energetico a Kyiv.

Il Regno Unito non vuole più limitarsi a denunciare l’elusione delle sanzioni, ma intende colpire la logistica che consente alla Russia di continuare a vendere greggio, incassare valuta e finanziare la guerra. Le navi della shadow fleet sono il motore grigio di questa economia di aggiramento: cambiano bandiera, spengono o manipolano i sistemi di tracciamento, ricorrono a passaggi di carico da nave a nave, spesso navigano con coperture assicurative incerte e catene proprietarie difficili da ricostruire. Per Londra, Bruxelles e gli organismi marittimi internazionali, non si tratta solo di evasione sanzionatoria: è anche un problema di sicurezza marittima, rischio ambientale e tenuta dell’ordine commerciale internazionale.

La stretta britannica: dalle liste nere all’interdizione in mare

Negli ultimi mesi il governo britannico ha progressivamente alzato il livello. A marzo Downing Street aveva annunciato che le forze armate e le autorità di law enforcement avrebbero potuto intercettare e trattenere navi sanzionate della flotta ombra in transito nelle acque britanniche, dopo una valutazione caso per caso di profili legali, di sicurezza ed energetici. All’epoca, Londra parlava di 544 navi già sanzionate. Pochi mesi dopo, il totale è salito a quasi 600; ora il governo ha rivendicato di averne sanzionate “quasi 600” e ha trasformato in azione concreta ciò che fino a primavera era soprattutto una minaccia deterrente. 

Questa escalation si inserisce in un contesto più ampio di irrigidimento occidentale. Nel quarto anniversario dell’invasione su larga scala, il Regno Unito ha annunciato il suo più vasto pacchetto di sanzioni contro la Russia, comprendendo altre 48 petroliere della flotta ombra. Parallelamente, anche l’Unione europea ha ampliato le designazioni: a dicembre 2025 il Consiglio dell’UE ha reso noto che il numero totale delle navi colpite dalle misure europee si avvicinava a 600. La convergenza tra Londra e Bruxelles dice due cose: primo, che il commercio energetico russo continua a dipendere da una struttura navale parallela; secondo, che l’Occidente considera ormai quella struttura un bersaglio strategico, non più soltanto un fastidio regolatorio.

Perché la “flotta ombra” conta così tanto

La guerra, sul piano economico, si misura in oleodotti invisibili e stive galleggianti. Le entrate energetiche restano una delle principali fonti di finanziamento dello sforzo bellico russo, e la shadow fleet serve proprio a mantenere aperto quel rubinetto nonostante il price cap e le restrizioni occidentali. La natura stessa di queste flotte — spesso composte da unità vecchie, sottoassicurate, con manutenzione carente e proprietà schermate — rende più difficile l’enforcement e aumenta il rischio di incidenti. L’IMO aveva già segnalato che le pratiche di trasferimento in mare aperto e l’oscuramento dell’identità delle navi minano i regimi internazionali di sicurezza, responsabilità e protezione ambientale. L’UE parla apertamente di minaccia alle infrastrutture sottomarine, alla navigazione e all’ambiente marino. Non è un dettaglio tecnico: è la prova che la guerra in Ucraina sta riscrivendo anche le priorità della sicurezza marittima europea.

Da questo punto di vista, l’operazione britannica sulla SMYRTOS ha un valore che va oltre la singola nave. Mostra che Londra vuole costruire un precedente operativo: la sanzione non come gesto simbolico, ma come possibilità concreta di blocco, ispezione e potenziale interdizione. È anche un messaggio rivolto agli armatori, agli intermediari e ai registri di comodo che alimentano il sistema: la distanza tra la black list e il fermo in mare si sta riducendo. E in un mercato dove il rischio reputazionale, assicurativo e finanziario pesa quasi quanto il sequestro materiale, questo può tradursi in costi più alti, rotte più incerte e margini più stretti per il commercio petrolifero russo. È qui che la mossa britannica diventa realmente incisiva.

L’altra metà della partita: tenere accese le luci in Ucraina

Ma la notizia non riguarda soltanto le sanzioni. Il secondo asse è l’energia ucraina. Secondo le anticipazioni di stampa britanniche richiamate nella traccia di partenza, Londra si prepara ad annunciare un’intesa da 210 milioni di sterline per il comparto energetico dell’Ucraina. Su questo punto, le informazioni ufficiali disponibili online consentono di collocare la cifra dentro una traiettoria già avviata: nel novembre 2023 il governo britannico aveva annunciato una garanzia di prestito da 192 milioni di sterline tramite UK Export Finance (UKEF) per consentire a Urenco UK di fornire servizi di arricchimento dell’uranio a Energoatom, la compagnia nucleare nazionale ucraina. Nel suo rapporto annuale 2024/25, la stessa UKEF ha poi confermato il sostegno a operazioni che aiutano Energoatom a rifornirsi di uranio arricchito da Urenco UK. In altre parole, al netto dell’esatto perimetro finanziario del nuovo annuncio, la direzione è chiara: aiutare Kyiv a liberarsi dalla dipendenza russa nel nucleare civile e mettere in sicurezza una colonna portante della sua generazione elettrica.

Secondo il profilo paese dell’IAEA, al 6 giugno 2026 l’energia nucleare rappresentava circa il 55% dell’elettricità prodotta nel paese. Energoatom gestisce quattro centrali nucleari e 15 unità, per una capacità installata di 13.835 MW; in piena guerra, gli impianti rimasti sotto controllo ucraino continuano a fornire oltre metà della produzione elettrica nazionale. È questo il punto che in Europa talvolta si sottovaluta: sostenere il nucleare ucraino non significa aprire un dibattito teorico sul mix energetico, ma difendere la continuità materiale dello Stato, degli ospedali, delle industrie, della rete ferroviaria, della vita quotidiana.