lo scenario
E ora che succede con Israele? Il vicolo cieco di Netanyahu dopo l'accordo tra Usa e Iran
La rottura con Trump sull'asse libanese spacca la politica interna in vista del voto del 2026. Tra i falchi di Ben-Gvir che invocano la guerra e gli attacchi di Lapid e Bennett, il premier si gioca la sopravvivenza
Talvolta le architravi della geopolitica non cedono sotto le bombe, ma si incrinano per una sola frase. Al G7 del 16 giugno 2026, l’appello di Donald Trump perché Israele si mostri “più responsabile” in Libano non è risuonato come un semplice consiglio: è stato la scintilla di un terremoto diplomatico senza precedenti.
La frattura, maturata a margine del memorandum tra Washington e Teheran per fermare il conflitto e riaprire lo Stretto di Hormuz, riporta al centro la domanda più pressante in Medio Oriente: e ora, che cosa accadrà a Israele?
La reazione del governo israeliano di fronte al nuovo asse tra Stati Uniti e Iran è stata di aperta sfida. L’intesa quadro, mediata da Pakistan e Qatar e in attesa di firma in Svizzera, mira a “congelare” l’incendio regionale.
Trump non ha nascosto l’irritazione per i raid su Beirut e ha perfino suggerito che sia la Siria a farsi carico di Hezbollah, nel tentativo di riportare la crisi sotto un controllo eminentemente politico e americano.
La risposta di Benjamin Netanyahu è stata netta: nessun passo indietro. Il primo ministro ha respinto l’idea che il conflitto sia concluso, ribadendo che Israele resterà “forte e determinato” non soltanto contro l’Iran, ma anche contro Hezbollah e gli Houthi.
Per Gerusalemme, la strategia della Casa Bianca è un incubo travestito da pace. Accettare condizioni che lasciano intatta l’infrastruttura militare dei proxy iraniani non sarebbe una vittoria, bensì una condanna differita. Netanyahu ha fissato una linea rossa: Israele non abbandonerà le “zone di sicurezza” istituite nel sud del Libano, a Gaza e in Siria.
Qui sta il nodo di una divergenza strategica totale: per Trump la vittoria è fermare la guerra; per lo Stato ebraico la vittoria è impedire che le reti armate di Teheran si riorganizzino ai suoi confini. Questa spaccatura s’incrocia con una trappola diplomatica ordita da Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha legato esplicitamente la tenuta dell’accordo con gli Usa al ritiro di Israele dal Libano, trasformando il fronte libanese in una leva negoziale.
È proprio questo “potere di veto” indiretto sulle operazioni israeliane a inquietare e indignare Gerusalemme. Sul terreno, la risposta è stata l’accelerazione militare. Mentre la diplomazia tenta di cristallizzare lo status quo, le forze israeliane avanzano nel sud del Libano, spingendo l’esercito libanese a ritirarsi da alcune basi. L’obiettivo appare chiaro: consolidare quante più posizioni possibili prima che un’intesa internazionale limiti definitivamente la libertà operativa.
Un’azione dal costo elevato anche sul piano esterno: la Unione Europea invoca un ritiro incrociato di Hezbollah e di Israele, mentre la UNIFIL denuncia l’uccisione di sette caschi blu dall’inizio della crisi, nel marzo 2026.
Sul fronte interno, la rottura con l’alleato vitale americano si innesta in un clima politico già incandescente in vista delle elezioni di ottobre 2026. Netanyahu è stretto in una morsa. Da un lato, l’opposizione centrista – guidata da Yair Lapid, Naftali Bennett, Avigdor Lieberman e Gadi Eisenkot – lo accusa di aver compromesso i rapporti con gli Stati Uniti senza tradurre i successi tattici in sicurezza strategica. Dall’altro, l’ala ultranazionalista di governo detta la linea: il ministro Itamar Ben-Gvir ha intimato che Israele non debba sentirsi vincolato dai patti di Trump se questi minacciano la sopravvivenza nazionale, spingendo per una guerra a oltranza come unica deterrenza credibile.
Il destino di Israele si gioca così su un paradosso dalle possibili conseguenze storiche. Se il patto Usa-Iran dovesse reggere, la narrazione di Netanyahu della “forza senza compromessi” rischia di schiantarsi contro il muro dell’isolamento e dell’impotenza politica di fronte al diktat americano. Se, al contrario, l’accordo dovesse saltare e il Libano tornasse a bruciare, il premier potrà rivendicare di aver sempre avuto ragione sulla natura dell’Iran, ma il prezzo sarebbe altissimo: una guerra lunga e sanguinosa, consumata in rotta di collisione con la Casa Bianca di Donald Trump.
