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lo scenario

Miliardi sbloccati, petrolio libero e niente armi nucleari: ecco cosa c'è nei 14 punti della tregua tra Usa e Iran

Il documento prevede la liberazione di 24-25 miliardi di dollari e lo stop alle sanzioni sull'export di greggio in cambio della sicurezza commerciale nel Golfo

17 Giugno 2026, 13:08

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Miliardi sbloccati, petrolio libero e niente armi nucleari: ecco cosa c'è nei 14 punti della tregua tra Usa e Iran

La diplomazia, talvolta, non si annuncia con fanfare, ma con il colpo secco di una bozza che trapela. Quella che si profila tra Stati Uniti e Iran non è un trattato di pace compiuto, bensì un ambizioso tentativo di trasformare una tregua precaria in un quadro politico più ampio, per evitare una crisi sistemica su scala globale.

Secondo ricostruzioni basate sull’agenzia iraniana Mehr e rilanciate da Anadolu, il fulcro del memorandum si articola in quattordici punti ben definiti.

Lo schema prospettato delinea un accordo “a due tempi”, concepito per distinguere l’urgenza della de-escalation militare dalla complessità del dossier nucleare.

Tra i pilastri emersi, spiccano alcune misure di portata storica. Anzitutto, la cessazione immediata e permanente delle ostilità “su tutti i fronti”, con esplicito riferimento al teatro libanese.

Sul piano marittimo, Teheran si impegnerebbe a riaprire senza indugi lo Stretto di Hormuz, garantendo il transito alle navi commerciali, mentre Washington avvierebbe la graduale revoca del blocco navale contro i porti iraniani, con completamento entro 30 giorni.

È inoltre prevista una “finestra” di 60 giorni per negoziare un’intesa finale che affronti in modo conclusivo il programma atomico, l’eliminazione integrale delle sanzioni e la futura architettura di sicurezza.

Dietro le clausole diplomatiche si intravede un’urgenza economica planetaria. Per Hormuz transita quasi un quarto del commercio marittimo mondiale di greggio, circa 20 milioni di barili al giorno, oltre a ingenti volumi di GNL. Una chiusura prolungata del passaggio risulterebbe insostenibile per i mercati asiatici ed europei.

Per incentivare la riapertura, i quattordici punti prevedono per Teheran un pacchetto economico senza precedenti: per i 60 giorni di confronto gli Stati Uniti non imporrebbero nuove sanzioni, sospenderebbero il blocco all’export petrolifero e rilascerebbero tra 24 e 25 miliardi di dollari di asset iraniani congelati.

In prospettiva, qualora maturasse un accordo definitivo sul nucleare, Washington lavorerebbe alla rimozione delle sanzioni primarie e secondarie, arrivando persino a favorire un piano da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran nel dopoguerra.

Il capitolo libanese resta il primo vero banco di prova della credibilità dell’intesa. Israele, per bocca del premier Benjamin Netanyahu, ha già bollato lo schema come “una scelta americana”, ribadendo l’intenzione di perseguire i propri interessi di sicurezza e di non procedere a un rapido ritiro dal sud del Libano. Se le interpretazioni dovessero divergere o il fronte riaccendersi, la bozza rischierebbe di ridursi a una semplice “tregua lessicale”.

La fragilità maggiore si annida però nel dossier atomico. Il testo contiene una formula netta: l’Iran riafferma che non produrrà, svilupperà o acquisterà mai armi nucleari. Tuttavia, la verifica pratica di tale impegno è rinviata alla finestra negoziale.

Il contesto è allarmante: dopo gli attacchi ai siti iraniani nel 2025, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha perso la continuità di conoscenza tecnica sul programma. Il nodo cruciale riguarda circa 440,9 chilogrammi di uranio arricchito al 60%, materiale prossimo al grado militare. L’AIEA non ha certezza sulla localizzazione di queste scorte né sulla sospensione delle attività di arricchimento.

I quattordici punti concedono a Teheran 60 giorni per decidere il destino del materiale (trasferimento, diluizione, ecc.).

Negli Stati Uniti e tra gli alleati serpeggia un forte scetticismo. I critici avvertono il rischio di un pericoloso sfasamento temporale: l’Occidente concederebbe benefici economici immediati e sostanziosi — dallo sblocco dei fondi alla riapertura dell’export di petrolio — in cambio di impegni nucleari rinviati, con la possibilità di ritrovarsi con una tregua commerciale priva di garanzie effettive per il futuro.