MEDIO ORIENTE
«Se l'Iran non si comporta bene, ricominceremo a sganciare le bombe»: Trump firma la pace e minaccia la guerra
A Evian, a margine del G7, il presidente americano avverte l'Iran. Venerdì al Bürgenstock la firma del memorandum. Ma il nucleare resta irrisolto
Evian, margine del G7. Donald Trump siede di fronte al presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e sceglie le parole più dirette possibili: se l'Iran «non si comporterà bene», gli Stati Uniti riprenderanno a «sganciare bombe in pieno sulle loro teste». A due giorni dalla firma prevista in Svizzera di un memorandum d'intesa tra Washington e Teheran, il presidente americano ricorda a tutti che la diplomazia, nella sua visione, non esclude mai la coercizione armata — la accompagna.
Non è un lapsus né una boutade. È la sintesi della posizione americana: il memorandum non è un punto d'arrivo, è una prova su strada. «Non è un testo finale, è un protocollo di accordo», ha precisato Trump. E ha aggiunto che gli iraniani «si sono comportati male per 47 anni», indicando nel 1979 — la caduta dello Scià, l'avvento della Repubblica Islamica — il punto di origine di una diffidenza che nessun documento preliminare può cancellare.
Cosa c'è scritto nella bozza — e cosa è contestato
Nelle stesse ore, Bloomberg ha pubblicato quello che presenta come il testo del memorandum. Il documento, se confermato, prevede uno stop immediato alle ostilità, l'impegno a negoziare un accordo definitivo entro 60 giorni (prorogabili), la revoca del blocco navale statunitense e una road map per la rimozione progressiva delle sanzioni contro Teheran. Figurerebbero anche lo sblocco degli asset iraniani congelati all'estero e la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale. In cambio, l'Iran riaffermerebbe l'impegno a non produrre mai armi nucleari, mentre le decisioni sul materiale già arricchito sarebbero rinviate a una fase successiva.
Ma da Teheran arriva immediatamente una smentita parziale. Una fonte vicina al team negoziale iraniano, citata dall'agenzia Tasnim, contesta l'accuratezza del testo pubblicato: il memorandum conterrebbe 14 clausole e la versione diffusa presenterebbe «numerose inesattezze» e dettagli «significativamente incompleti». Trump, consapevole del rischio di distorsioni, ha ipotizzato di leggere il testo «parola per parola» in conferenza stampa. Sugli investimenti americani in Iran — circolati come indiscrezione — ha chiuso senza margini: «È falso. Non investiremo neppure 10 centesimi».
Una tregua con il dito sul grilletto
La firma è attesa venerdì 19 giugno al Bürgenstock, nel cantone svizzero di Nidvaldo. La Svizzera non è una scelta casuale: Berna rappresenta gli interessi americani a Teheran dal 1980, dall'anno successivo alla rottura dei rapporti diplomatici, e offre una cornice neutrale collaudata per colloqui che altrove sarebbero impossibili. Pakistan e Qatar figurano tra i mediatori regionali.
Il G7 ha accolto l'intesa con un sostegno prudente — sollievo strategico più che entusiasmo politico. Un'escalation con l'Iran avrebbe effetti immediati sui prezzi dell'energia e sui mercati, su uno Hormuz già nervoso, su un'agenda internazionale già sovraccarica tra Ucraina e tensioni commerciali.
Ma il nodo centrale rimane intatto: il memorandum non scioglie la questione nucleare, la sospende. Sessanta giorni per negoziare cosa significhi, in termini tecnici e verificabili, impedire a Teheran di arrivare a un'arma. Sessanta giorni in cui ogni incidente, ogni disputa interpretativa, ogni mossa ritenuta non conforme potrebbe riaprire la porta alle ostilità. La frase pronunciata da Trump ad Evian non è retorica in eccesso: è la descrizione fedele dell'architettura in cui questo accordo è stato costruito. Una tregua, non una pace. Con il dito ancora sul grilletto.