MIGRANTI
Rimpatri, l'Ue adotta il modello Albania: hub in Paesi terzi e procedure più veloci. E Meloni incassa il suo risultato più europeo
418 sì a Strasburgo. Trattenimento fino a 24 mesi, foglio di via europeo, centri esterni per chi non ha diritto a restare. Ma i critici: «Diritti a rischio»
Il dato di partenza dice tutto: nell'Unione europea, a fronte di circa 484mila ordini di espulsione emessi nel 2023, solo 91mila persone sono state effettivamente rimpatriate. Meno di una su cinque. Da questa distanza — prima ancora che dallo scontro ideologico - nasce la riforma varata martedì a Strasburgo. Il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni, dopo l'accordo in trilogo raggiunto il 1° giugno tra Parlamento, Consiglio Ue e Commissione.
Per Giorgia Meloni è «un grande successo» e la conferma che l'Europa sta seguendo una strada indicata dall'Italia. Non è retorica di circostanza: alcune delle misure più controverse della linea italiana — i centri di rimpatrio in Paesi terzi, le procedure accelerate, la maggiore cooperazione tra Stati - entrano ora, con limiti e condizioni, nel diritto europeo.
Cosa cambia
Il cuore della riforma è il tentativo di colmare la distanza tra carta e realtà. Il nuovo sistema introduce un European Return Order, un foglio di via standardizzato che dovrebbe facilitare il riconoscimento reciproco delle decisioni di espulsione tra gli Stati membri — per ora su base volontaria, ma con revisione obbligatoria entro alcuni anni. Le procedure si accorciano, si digitalizzano, si integrano. Il trattenimento può arrivare fino a 24 mesi, e in certi casi anche oltre; per chi è considerato un rischio per la sicurezza, i divieti di ingresso possono superare i 10 anni ordinari fino a diventare permanenti.
Ma la misura che ha catalizzato il dibattito è un'altra: la possibilità di creare return hubs, centri di rimpatrio in Paesi terzi. Gli Stati membri potranno trasferirvi persone senza titolo di soggiorno, sulla base di accordi bilaterali con il Paese ospitante. Funzioneranno come destinazione finale o come transito verso il Paese d'origine. Il parallelismo con il protocollo Italia-Albania è esplicito e rivendicato: «L'Italia fa scuola», ha detto il ministro Foti. Piantedosi parla di «passo avanti significativo».
Le condizioni (e le zone grigie)
Il testo circoscrive almeno formalmente il perimetro degli hub: accordi solo con Paesi che rispettino i diritti umani e il principio di non-refoulement. I minori non accompagnati sono esclusi dai trasferimenti verso i centri esterni - ma il testo ammette che il trattenimento possa riguardare, come extrema ratio, anche famiglie con minori e, in casi eccezionali, minori non accompagnati. Una distinzione tecnica che sul piano politico pesa parecchio.
Alcune disposizioni entreranno in vigore immediatamente dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale; altre scatteranno 12 mesi dopo. Tra le misure a effetto immediato figurano proprio quelle sugli hub e sulla dimensione esterna dei rimpatri.
Le critiche
Amnesty International ha definito il regolamento un nuovo punto di caduta nel trattamento dei migranti. ECRE denuncia il rischio di esternalizzazione delle responsabilità e garanzie insufficienti. I critici temono che gli hub diventino aree di sospensione giuridica lontane dal controllo dei tribunali europei. Il commissario Brunner ha risposto che la Commissione verificherà il rispetto dei diritti con il supporto di organismi internazionali. Il voto ha anche fotografato una maggioranza nuova a Strasburgo: Ppe e destre conservatrici insieme, contro socialisti, verdi e sinistra.
Cosa cambia per l'Italia (e cosa no)
Per Roma le ricadute sono concrete su tre fronti. Giuridico: la sperimentazione Albania trova ora una cornice europea. Operativo: la standardizzazione delle decisioni rende più difficile sottrarsi ai provvedimenti spostandosi tra Stati. Politico: Meloni può rivendicare centralità negoziale in Europa, non solo un risultato tecnico.
Resta però il terreno più accidentato: quello dell'attuazione. Un regolamento non costringe i Paesi terzi a firmare accordi, non ferma i contenziosi giudiziari, non garantisce che i rimpatri aumentino davvero. Lo dimostra, in fondo, la genesi stessa di questa riforma - nata perché il sistema precedente produceva decisioni che restavano sulla carta. La distanza tra norma e risultato, in materia migratoria, è la costante più difficile da colmare.