gli scenari
"Siete 9 milioni, non potete solo uccidere": il duro strappo di Vance, vacilla l'asse tra Usa e Israele
Il vicepresidente Usa difende lo storico memorandum con l'Iran e attacca la linea bellicista di Netanyahu. E dal G7 Trump avverte: "Basta abbattere interi palazzi in Libano"
In un Medio Oriente sull’orlo del precipizio, a frenare le ambizioni militari di Israele non sono i nemici di sempre, bensì il suo alleato più influente. L’amministrazione statunitense ha aperto una frattura rara e significativa con il governo di Gerusalemme, imponendo un deciso cambio di rotta nell’impiego della forza, in particolare nel delicato scenario libanese.
Il punto di svolta ruota attorno alla difesa del nuovo memorandum d’intesa di 60 giorni siglato tra Stati Uniti e Iran. Per tutelare questo accordo fragile, volto a riaprire lo Stretto di Hormuz e ad avviare un congelamento del programma nucleare di Teheran, la Casa Bianca ha tracciato pubblicamente precise linee rosse all’indirizzo di Israele.
I toni più duri sono arrivati dal vicepresidente JD Vance: “siete un Paese di nove milioni di abitanti, non potete uccidere per risolvere ogni problema di sicurezza nazionale”. In un’intervista al New York Times, Vance ha chiamato direttamente in causa la leadership israeliana e, in particolare, l’estrema destra rappresentata dai ministri Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. La critica americana è di natura strutturale: Washington contesta che uno Stato demograficamente contenuto possa fondare la propria sicurezza esclusivamente sull’eliminazione fisica delle minacce, senza offrire un’alternativa politica praticabile.
Il cambio di impostazione non si limita alla voce del vicepresidente. Dal G7 di Évian-les-Bains, anche il presidente Donald Trump ha lanciato una reprimenda dai toni insoliti per gli standard statunitensi. Riferendosi direttamente alla campagna in Libano, ha affermato che “non è necessario abbattere interi edifici residenziali per colpire un singolo obiettivo”, sottolineando che sono già morte troppe persone. L’obiettivo è evitare che l’escalation con Hezbollah faccia deragliare i negoziati con Teheran.
In Israele la reazione è di profondo smarrimento. Il premier Benjamin Netanyahu sarebbe rimasto spiazzato dall’intesa Usa-Iran, considerata in ambienti governativi un “disastro strategico”, capace di smentire le promesse di una “vittoria totale” a pochi mesi dalle elezioni. Il nodo centrale resta il fronte libanese: mentre il memorandum, insieme alle pressioni europee, prevede una cessazione delle ostilità tra Israele e Hezbollah, Netanyahu insiste sulla necessità di mantenere la libertà di azione militare, dichiarando che le truppe israeliane resteranno nel sud del Libano finché lo richiederà la sicurezza nazionale.
L’avvertimento proveniente da Washington certifica una profonda divergenza sugli obiettivi del conflitto. Il messaggio all’indirizzo di Israele è inequivocabile: perseverare nell’uso sproporzionato della forza senza delineare un’uscita negoziale rischia di spingere il Paese verso un pericoloso isolamento internazionale, proprio mentre gli Stati Uniti rivendicano un risultato diplomatico di portata storica.