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la reazione

Anatomia di un’intesa che si è rotta: come la “relazione speciale” tra Roma e Washington si è incrinata

Per mesi la premier è sembrata l’interlocutrice europea più vicina a Donald Trump. L’asse ora si è logorato

20 Giugno 2026, 20:17

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Stavolta Meloni risponde a Trump: «Inaccettabili le sue parole sui soldati italiani»

Prima i sorrisi, ora le invettive. Cambia il rapporto tra Giorgia Meloni e Donald Trump. Prima gli elogi, insistiti, ripetuti, quasi ostentati. Poi l’umiliazione pubblica, le parole taglienti, l’idea di una fiducia andata in frantumi. Ma non è stato certo un incidente diplomatico. Per oltre un anno la premier Giorgia Meloni è stata percepita, in Europa e negli Stati Uniti, come la leader più attrezzata a parlare con il trumpismo senza rinunciare del tutto al quadro euro-atlantico. Era un progetto di posizionamento: fare dell’Italia un ponte tra Washington e Bruxelles, in una fase in cui i rapporti transatlantici erano appesantiti da dazi, guerra in Ucraina, crisi mediorientale e competizione industriale. Il viaggio lo scorso aprile alla Casa Bianca fu il punto più alto di questa strategia. Nel comunicato congiunto diffuso il giorno dopo, Stati Uniti e Italia parlavano apertamente di rafforzamento dell’alleanza strategica su sicurezza, economia e tecnologia, con riferimenti a Nato, energia, cooperazione industriale, infrastrutture e commercio reciproco.

Dall’Eliseo a Mar-a-Lago: quando Meloni sembrava la partner europea ideale

Il primo faccia a faccia significativo avviene a Parigi, l’8 dicembre 2024, a margine della riapertura di Notre-Dame. In quell’occasione Meloni incontra Trump, ancora presidente eletto, in un contesto fortemente simbolico, tra leader internazionali e riflettori globali. La riapertura della cattedrale diventa, per entrambi, anche un passaggio di legittimazione reciproca. Poche settimane dopo arriva il blitz di Mar-a-Lago, il 4 gennaio 2025, quando la premier vola in Florida in un momento delicatissimo, segnato anche dal caso della giornalista Cecilia Sala. Quella missione lampo ha un forte valore politico: segnala che Meloni sceglie il terreno informale e personale caro a Trump. Non a caso, nei giorni successivi, il tycoon insiste pubblicamente sul fatto che la leader italiana sia andata da lui “solo per vederlo”, sottolineando una disponibilità che non attribuisce con altrettanta enfasi ad altri partner europei.

Il terzo passaggio è ancora più eloquente: l’inauguration day del 19 gennaio 2025. Meloni è invitata alla cerimonia d’insediamento di Trump, un fatto già di per sé eccezionale, perché la presenza di leader stranieri a un’inaugurazione presidenziale americana rompe una lunga consuetudine. In quel momento l’idea di una corsia preferenziale tra Roma e Washington sembra tutt’altro che propaganda.

Il vertice di Washington e l’illusione del “ponte” con l’Europa

Il 17 aprile 2025, nello Studio Ovale, quella sintonia raggiunge il suo apice. Trump definisce Meloni una leader forte, capace di “prendere d’assalto l’Europa”, mentre la premier prova a tradurre la vicinanza politica in funzione diplomatica: da un lato difende l’idea di una comune battaglia culturale per l’Occidente, dall’altro cerca di aprire uno spazio di mediazione sui dazi e sulle relazioni con l’Unione europea. In quei giorni, l’amministrazione americana aveva colpito le esportazioni europee con tariffe del 20%, poi sospese per 90 giorni. L’obiettivo italiano era evidente: usare il rapporto personale con Trump per evitare che la guerra commerciale travolgesse anche gli interessi italiani.

Il comunicato congiunto tra Casa Bianca e Palazzo Chigi elencava una piattaforma ambiziosa: sicurezza, filiera della difesa, contrasto all’immigrazione illegale, lotta ai traffici criminali, investimenti in intelligenza artificiale, cloud, GNL e corridoio India-Medio Oriente-Europa. Ma i dossier più sensibili restavano appesi alla volontà politica di Trump, a partire dal commercio. Ed è qui che la “relazione speciale” mostrava già il suo limite strutturale: poteva produrre accesso, visibilità, persino cortesia; non era detto che potesse produrre concessioni.

Il punto, per l’Italia, era tutt’altro che secondario. Gli Stati Uniti rappresentano uno dei mercati decisivi per l’export nazionale. Secondo i dati Istat diffusi nel gennaio 2026, il saldo commerciale italiano con gli Usa nel 2025 è rimasto ampiamente positivo, pur scendendo a 34,19 miliardi di euro dai 38,868 miliardi del 2024; nello stesso anno le esportazioni italiane verso il mercato americano sono cresciute del 7,2%, mentre le importazioni dagli Usa sono aumentate del 35,9%. Dal lato americano, il Bureau of Economic Analysis ha registrato per il 2025 un deficit commerciale con l’Italia di 30,8 miliardi di dollari. Numeri che spiegano perché, oltre la retorica, il dossier tariffario fosse centrale per Meloni.

Il punto di rottura: Papa Leone XIV e lo Stretto di Hormuz

La frattura vera si consuma nella primavera del 2026. Il detonatore, secondo le ricostruzioni disponibili, è doppio. Da un lato ci sono le parole di Trump contro Papa Leone XIV, giudicate da Meloni “inaccettabili”; dall’altro c’è la crisi dello Stretto di Hormuz, dove la Casa Bianca rimprovera all’Italia di non aver sostenuto abbastanza l’offensiva per riaprire il passaggio strategico. In quel momento la premier si trova stretta tra ragioni di politica interna, vincoli istituzionali e pressioni internazionali. Difendere il Pontefice, per un capo di governo italiano, non è solo una scelta politica: è anche una postura quasi obbligata, dato il peso di Roma come sede della Chiesa cattolica.

Trump arriva a dire di essere rimasto “scioccato” da Meloni, accusandola di mancanza di coraggio e collegando il dissenso italiano al mancato sostegno sulla riapertura di Hormuz. Nella stessa fase, la premier prende le distanze dal conflitto con l’Iran, rifiutando l’uso di una base in Sicilia per operazioni di combattimento e sospendendo un accordo di cooperazione militare con Israele. È il momento in cui il rapporto personale smette di fare da scudo e diventa terreno di scontro.

Hormuz è uno dei colli di bottiglia energetici più sensibili del pianeta, e l’Italia resta fortemente esposta alle oscillazioni dei prezzi dell’energia. Proprio per questo la pressione americana su Roma è risultata tanto più dura: agli occhi della Casa Bianca, un paese importatore come l’Italia avrebbe dovuto essere in prima fila nel sostenere la riapertura della rotta. Ma dal punto di vista di Meloni il costo politico di un allineamento automatico era ormai troppo alto, sia per il clima interno sia per la necessità di non apparire subordinata a una strategia americana sempre più divisiva.

Il tentativo di disgelo con Marco Rubio

Dopo lo scontro, i due governi hanno provato almeno a contenere i danni. La visita a Roma del segretario di Stato Marco Rubio, l’8 maggio 2026, va letta in questo quadro. L’incontro a Palazzo Chigi dura circa un’ora e mezza e tocca i dossier più caldi, dal Medio Oriente ai rapporti transatlantici. Se c’è stato un tentativo di ricucitura, non ha cancellato il mutamento di fondo: Meloni non era più la partner europea celebrata come eccezione amica; era ormai una leader che Trump considerava discutibile, forse utile, ma non più intoccabile.