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l'inchiesta

La genetista rompe il silenzio sul caso Garlasco: «Il centro di tutto è Chiara». La genetica, il peso della prova e la lunga ombra della verità

La perita nominata dal giudice sceglie poche parole e una linea rigorosa: nessuna anticipazione sui risultati, solo il richiamo alla vittima

20 Giugno 2026, 21:10

21:20

Chiara Poggi

Chiara Poggi

Una ragazza di 26 anni, uccisa il 13 agosto 2007 nella casa di famiglia, e una verità giudiziaria che, a distanza di quasi diciannove anni, continua a essere scandagliata da nuove analisi, nuove contestazioni e nuove ipotesi investigative. È da qui che riparte Denise Albani, genetista della Polizia di Stato e perita nominata dal gip di Pavia nell’ambito dell’incidente probatorio disposto nella nuova inchiesta sul delitto di Chiara Poggi. E riparte con una frase che, più di altre, riporta il baricentro del caso lontano dalle tifoserie processuali: “Il pensiero è sempre stato Chiara”.

Nell’intervista rilasciata al Tg1, Albani non entra nel merito della perizia consegnata nei mesi scorsi al giudice. Non commenta gli esiti, non alimenta letture, non offre scorciatoie interpretative. Rivendica invece il perimetro del proprio ruolo: un incarico tecnico, svolto con il dovere di contribuire alla “ricerca di verità e giustizia”, e con l’attenzione costantemente rivolta alla vittima. È una scelta di sobrietà che, in un’inchiesta segnata da esposizione mediatica permanente, assume anche un valore di metodo.

Le parole della perita: “Chiara è il centro della storia”

Le dichiarazioni di Denise Albani sono essenziali ma dense. La genetista spiega che il lavoro dei tecnici impegnati nell’accertamento è stato guidato da un pensiero preciso: Chiara Poggi come “obiettivo principale”, come centro umano e giudiziario dell’intera vicenda. “Noi che abbiamo lavorato in questi mesi lo abbiamo fatto col pensiero alla vittima, come si fa quando si viene interpellati da un tribunale”, dice la perita, marcando il confine fra analisi scientifica e rumore esterno.

Non è un dettaglio lessicale. In un caso che da anni vive di contrapposizioni, indiscrezioni e riletture retrospettive, la sottolineatura della vittima rimette ordine nella gerarchia delle cose. Prima della battaglia fra consulenze, prima delle strategie difensive, prima delle attese sulle ricadute processuali, c’è il fatto originario: l’omicidio di una giovane donna nella sua abitazione di Garlasco, in provincia di Pavia.

Il silenzio sui risultati: una scelta che pesa

Sul punto più atteso, però, Albani resta ferma. La genetista precisa di non voler commentare i risultati della perizia depositata nel dicembre 2025 davanti al giudice. “Non spetta a me”, afferma, ribadendo di essere stata “onorata” dell’incarico affidato a lei e alla Polizia Scientifica. Il suo, insiste, era un compito limitato ma cruciale: offrire un contributo tecnico alla ricerca della verità.

La perizia, infatti, è maturata nel quadro di un incidente probatorio, cioè di un accertamento tecnico anticipato che serve a “cristallizzare” una prova in una fase precedente all’eventuale processo, con garanzie di contraddittorio fra le parti. Nel caso Garlasco, questo strumento è stato utilizzato proprio per verificare elementi ritenuti delicati e potenzialmente decisivi, a partire dai profili genetici e da altri reperti esaminati nell’ambito della nuova inchiesta.

Cos’è emerso dalla perizia depositata a dicembre

Se Albani oggi sceglie di non entrare nel merito, i contenuti essenziali della sua relazione erano già emersi nei mesi scorsi attraverso fonti di stampa. La perizia discussa nell’udienza del 18 dicembre 2025 davanti al gip Daniela Garlaschelli ha indicato che il profilo genetico rinvenuto sulle unghie di Chiara Poggi risulta compatibile con la linea genetica maschile della famiglia di Andrea Sempio, all’epoca indicato come unico indagato nella nuova inchiesta. 

Nella relazione dei consulenti della difesa di Alberto Stasi si sosteneva che la perita avesse ritenuto il profilo utilizzabile e comparabile, arrivando a valutarne la compatibilità con Sempio e con la linea paterna della sua famiglia; ma, parallelamente, la difesa di Sempio contestava la solidità dell’analisi, sostenendo che si fondasse su dati documentali del 2014 non consolidati. In altre parole: non una prova semplice, lineare e inattaccabile, ma un terreno tecnico complesso, nel quale anche il lessico della probabilità pesa quanto quello della certezza.

Un altro elemento emerso riguarda i limiti intrinseci del materiale esaminato. Nella perizia si leggeva che non era possibile stabilire se il Dna si trovasse “sotto o sopra” le unghie della vittima, un dettaglio non secondario quando si discute di dinamica del contatto e di valore indiziario della traccia. Inoltre, parte delle valutazioni sarebbe stata complicata dal fatto che, nelle analisi del 2014, non furono eseguite repliche ma soltanto “tentativi”, circostanza che avrebbe ridotto la possibilità di compiere verifiche più robuste a posteriori.

Un’indagine nuova dentro una storia giudiziaria già scritta

Il peso di queste analisi si misura meglio se si guarda alla lunga traiettoria giudiziaria del caso. Chiara Poggi, laureata in Economia, venne uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia di Garlasco. A dare l’allarme fu il fidanzato di allora, Alberto Stasi, che negli anni successivi ha affrontato un percorso processuale accidentato: due assoluzioni, l’annullamento deciso dalla Cassazione, una nuova condanna in appello e infine la condanna definitiva a 16 anni di reclusione, confermata nel dicembre 2015

La nuova inchiesta della Procura di Pavia, riaperta attorno alla posizione di Andrea Sempio, ha però rimesso in moto un dossier che sembrava ormai chiuso sul piano processuale. Nel 2025 sono stati disposti nuovi approfondimenti, comprese perquisizioni e l’incidente probatorio affidato ai periti nominati dal giudice, fra i quali appunto Denise Albani per la parte genetica. La decisione di concedere una proroga di 70 giorni agli accertamenti, nel settembre 2025, aveva già dato la misura della delicatezza tecnica del lavoro richiesto.