l'indagine
Abruzzo, il giallo delle due sorelle scomparse: tre ore di colloquio con il fidanzato di Alisya, la Procura cerca la crepa decisiva
Nel silenzio dei boschi e nelle contraddizioni dei racconti, l’inchiesta prova a capire chi abbia aiutato davvero due ragazze
Nel cuore del Parco nazionale d’Abruzzo due adolescenti sono riuscite a dissolversi. Quando due sorelle di 12 e 16 anni spariscono da una comunità protetta e dopo quasi due settimane non c’è ancora un contatto certo, un avvistamento verificato o una prova risolutiva, la domanda non è più soltanto dove siano. La domanda è chi le abbia aiutate.
Oggi è stato aggiunto un tassello importante, ma non ancora risolutivo. Il procuratore di Sulmona, Luciano D’Angelo, ha voluto risentire per oltre tre ore, nella caserma di Villetta Barrea, Youssef, il fidanzato diciottenne di Alisya, la maggiore delle due sorelle scomparse. Un colloquio lungo, approfondito, che però — almeno per ora — non cambia lo stato formale dell’indagine: non c’è alcun indagato. È stato lo stesso procuratore a chiarirlo. Gli investigatori stanno cercando di fare luce su alcuni scritti che il ragazzo attribuisce alla propria madre e nei quali, secondo quanto emerso, la donna avrebbe manifestato l’intenzione di portare via le ragazze “anche con la forza”. Sulle risposte fornite dal giovane, al momento, non è trapelato nulla.
Il nuovo interrogatorio e il nodo degli scritti
In un’inchiesta in cui i margini tra fuga pianificata, sostegno esterno e possibile sottrazione si sovrappongono, tornare ad ascoltare una persona già sentita significa, quasi sempre, che gli investigatori hanno bisogno di verificare incongruenze, precisare tempi, ricostruire contatti, pesare le parole. Il procuratore ha spiegato che c’era la necessità di risentirlo, ma ha aggiunto che il giovane non è indagato e che l’audizione non aveva carattere d’urgenza: tanto che, ha precisato, il ragazzo è stato ascoltato dopo aver finito di lavorare.
Il punto più delicato riguarda quei messaggi o scritti attribuiti alla madre del diciottenne. È lì che gli inquirenti cercano un possibile indizio sul contesto relazionale che avrebbe potuto favorire o almeno incoraggiare l’allontanamento delle due minori.
Le due sorelle: chi sono e da dove sono sparite
Le ragazze scomparse sono Alisya Di Giacinto, 16 anni, e Sarah Di Giacinto, 12 anni, originarie di Minturno, nel Lazio. Da tempo erano ospitate nella comunità educativa Ofh Hope di Civitella Alfedena, in provincia dell’Aquila. Secondo le ricostruzioni circolate in questi giorni, le due minori vivevano nella struttura dal 2024. La loro sparizione risale alla notte tra il 7 e l’8 giugno 2026 — altre ricostruzioni giornalistiche collocano l’allontanamento tra la notte del 6 e quella del 7 giugno — ed è proprio questa oscillazione cronologica, apparentemente minima, a restituire la complessità di un caso in cui anche la sequenza esatta delle ore iniziali resta cruciale.
Le ricerche sono partite subito, ma con il passare dei giorni la sensazione che non si sia trattato di un semplice allontanamento impulsivo si è fatta più forte. Le squadre hanno battuto sentieri, boscaglia, casolari, aree impervie, rive del lago di Barrea, direttrici stradali e punti di possibile transito. Sono stati impiegati vigili del fuoco, forze dell’ordine, protezione civile, unità cinofile, droni e anche i soccorritori specializzati del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza di Roccaraso. Ma finora senza un esito concreto.
L’ipotesi che prende corpo: non da sole
Il cuore investigativo, adesso, sembra stare tutto qui: due minorenni, di cui una appena dodicenne, possono davvero avere organizzato da sole una sparizione così prolungata in un territorio tanto difficile? La Procura di Sulmona è sempre più orientata a ritenere di no. Il procuratore Luciano D’Angelo ha lasciato intendere che l’ipotesi di una completa autogestione regge poco davanti al tempo trascorso. E sulla stessa linea si è espresso anche il procuratore di Cassino, Carlo Fucci, che collabora alle indagini: quando passano così tanti giorni, ha spiegato, diventa logicamente forte il sospetto che ci sia stato il supporto di qualcuno.
Una valutazione analoga è arrivata da Alessia Natali, referente abruzzese dell’Associazione Penelope, organizzazione che da anni assiste le famiglie delle persone scomparse. Secondo Natali, le due sorelle potrebbero essere state aiutate in tutte le fasi del loro allontanamento: nell’uscita dalla struttura, nel primo tragitto a piedi e poi nel successivo trasferimento in auto da parte di una persona conosciuta, e quindi ritenuta affidabile dalle ragazze. È un’ipotesi investigativa, non una verità acquisita, ma descrive con precisione il tipo di scenario che oggi appare più plausibile agli occhi di chi segue il caso.