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il caso

Allarme sulle spiagge di Sydney: quattro attacchi di squali in 48 ore. Perché le aggressioni stanno aumentando

La cronaca di un'estate di paura vissuta a gennaio 2026 e le complesse cause ambientali dietro l'eccezionale aumento delle aggressioni

20 Giugno 2026, 23:46

23:50

Allarme sulle spiagge di Sydney: quattro attacchi di squali in 48 ore. Perché le aggressioni stanno aumentando

Sulle spiagge di Sydney la paura corre ormai alla stessa velocità delle onde. Non è soltanto il timore ancestrale del morso, ma l’impatto visivo e psicologico di una nuova normalità: arenili interdetti, cartelli rossi, droni di sorveglianza e allerte in tempo reale sugli smartphone.

L’Australia, Paese che ha costruito identità e stile di vita sull’oceano, si trova a fare i conti con un rischio percepito come più pressante, capace di modificare in profondità le abitudini nelle metropoli costiere. A Sydney, sempre più bagnanti rinunciano al mare aperto per ripiegare su baie riparate o piscine oceaniche.

I numeri raccontano una crescita costante, non un’emergenza improvvisa. Il dibattito pubblico si infiamma a ogni sequenza ravvicinata di incidenti, alimentando l’idea di un mare “impazzito”. Eppure i database scientifici invitano alla cautela e a una lettura storica. Secondo l’Australian Shark Incident Database, la media annua degli episodi non provocati è salita da 3,1 negli anni Cinquanta a 19,3 nell’attuale decennio. Negli anni 2020 si registra una media di circa 27 morsi l’anno, con tre decessi.

Tra il 2000 e il 2025 le acque australiane hanno contato 559 morsi, poco più del 10% dei quali (58 casi) con esito fatale. Nel 2024 gli incidenti non provocati sono stati 13, con una sola vittima: il dato più basso del decennio. Non siamo dunque di fronte a una crisi fuori controllo, bensì a una tendenza al rialzo nel lungo periodo.

Incide, inoltre, un fattore demografico: l’aumento di popolazione e turismo nelle zone costiere moltiplica, in termini puramente statistici, le occasioni d’incontro tra esseri umani e grandi predatori.

Perché, allora, gli squali si spingono sempre più vicino a riva? La scienza respinge l’idea di una causa unica. Gli esperti parlano di una “tempesta perfetta” generata dall’intreccio di fattori ambientali: innalzamento delle temperature marine, maggiore presenza di prede sottocosta e peggioramento della visibilità in acqua dopo piogge intense.

Il caso di Sydney è emblematico. Nel gennaio 2026 il New South Wales è stato teatro di quattro attacchi in meno di 48 ore, un evento definito “senza precedenti” dalle autorità, che ha portato alla chiusura di 40 spiagge e a un inedito invito governativo a “preferire la piscina all’oceano”. A metà giugno dello stesso anno, un’altra aggressione nella celebre Coogee Beach ha riacceso l’ansia, dimostrando che il rischio si estende ben oltre la stagione estiva.

La biologa Amy Smoothey ha evidenziato come gli episodi dell’estate 2026 siano con ogni probabilità riconducibili allo squalo toro, specie che predilige acque superiori ai 19 °C: se il mare resta caldo più a lungo, la “finestra ecologica” di questi predatori si dilata. E ricercatori come Chris Pepin-Neff, dell’Università di Sydney, mettono in guardia dal fare il bagno dopo precipitazioni abbondanti: il deflusso di nutrienti verso foci ed estuari attira i piccoli pesci, che a loro volta richiamano gli squali. Un avvertimento condiviso anche dal portale governativo SharkSmart.