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Gli accordi

Usa-Iran, la finestra dei 60 giorni: in Svizzera prende forma il negoziato che può ridisegnare il Medio Oriente

Sul tavolo non c’è soltanto un accordo tra Washington e Teheran: si intrecciano nucleare, Stretto di Hormuz, Libano, sanzioni e il ruolo crescente di mediatori come Pakistan e Qatar

22 Giugno 2026, 08:55

09:00

Usa-Iran, la finestra dei 60 giorni: in Svizzera prende forma il negoziato che può ridisegnare il Medio Oriente

Sul Bürgenstock, sopra il Lago dei Quattro Cantoni, la diplomazia ha scelto un paesaggio da cartolina per discutere di una delle crisi più pericolose degli ultimi anni. Mentre fuori restano aperte le linee di frattura del Medio Oriente, dentro le sale del resort svizzero il primo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran si è chiuso con un risultato che, almeno sul piano politico, nessuno considera marginale: una roadmap condivisa per tentare di arrivare a un accordo definitivo entro 60 giorni. È poco, se confrontato con la profondità dello scontro; è molto, se si guarda al punto da cui le parti ripartono.

A certificare la chiusura del primo giro di tavolo sono stati i due mediatori, Pakistan e Qatar, che hanno descritto l’atmosfera dei colloqui come “costruttiva e positiva” e hanno spiegato che il lavoro non si fermerà qui: i contatti tecnici dovrebbero proseguire per il resto della settimana. È un dettaglio meno formale di quanto sembri. Nei negoziati mediorientali, la differenza tra una dichiarazione politica e un testo attuativo è spesso la distanza tra un’intesa annunciata e una crisi che riparte. Per questo la prosecuzione dei colloqui tecnici conta almeno quanto l’annuncio politico uscito dalla Svizzera.

Chi c’era al tavolo e perché questo round pesa

La delegazione americana è stata guidata dal vicepresidente JD Vance, affiancato dagli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner. Per l’Iran si sono mossi due pesi massimi del sistema politico-diplomatico di Teheran: il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf. Non è un elemento secondario. La presenza di figure di questo livello segnala che il confronto non è stato pensato come un semplice passaggio tecnico post-accordo, ma come un momento di verifica politica diretta sul futuro del dossier iraniano e, più in generale, sull’assetto regionale dopo mesi di guerra e tensioni incrociate.

La Svizzera, dal canto suo, ha svolto il ruolo classico di piattaforma neutrale. Il Consiglio federale aveva già approvato nei giorni scorsi misure straordinarie di sicurezza e un supporto dell’esercito per l’incontro annunciato del 19 giugno 2026 sul Bürgenstock, confermando così quanto questo appuntamento fosse considerato sensibile già prima della sua effettiva partenza. In altre parole: non si è trattato di un vertice improvvisato, ma di un tassello preparato da giorni, dentro una cornice diplomatica costruita con attenzione.

La roadmap dei 60 giorni: che cosa significa davvero

Il punto politicamente più forte emerso dal primo round è l’accordo su una tabella di marcia destinata a portare a un’intesa finale entro 60 giorni. La formula, da sola, non garantisce il successo. Ma fissa almeno tre coordinate: un calendario, un obiettivo e un impegno reciproco a non lasciare il negoziato senza scadenza. In un contesto in cui i processi diplomatici si trascinano spesso per mesi o anni, la scelta di una finestra temporale così precisa è un segnale di urgenza, ma anche un modo per tenere sotto pressione apparati, militari e alleati regionali.

Questa finestra di 60 giorni non nasce nel vuoto. Il memorandum preliminare delle scorse settimane, secondo quanto ricostruito da più fonti, ha previsto la cessazione delle operazioni militari, la riapertura dello Stretto di Hormuz, un alleggerimento di alcune misure americane sull’export petrolifero iraniano e l’avvio di un negoziato più ampio sul programma nucleare di Teheran. Il round svizzero serve proprio a trasformare quella cornice molto generale in meccanismi verificabili: chi fa cosa, con quali garanzie, in quali tempi, e con quali conseguenze se una delle due parti rallenta o si sfila.

Hormuz e Libano: i due fronti che possono far saltare tutto

Tra i passi avanti indicati dopo il summit c’è l’istituzione di una linea di comunicazione per prevenire incidenti nello Stretto di Hormuz. È un punto cruciale, non solo sul piano militare ma anche economico. Secondo la U.S. Energy Information Administration e l’International Energy Agency, lo stretto resta il più importante collo di bottiglia energetico del pianeta: nel 2025 vi transitavano circa 15 milioni di barili al giorno di greggio, pari a circa il 34% del commercio globale di petrolio. Anche per questo ogni segnale di de-escalation nell’area ha effetti immediati su assicurazioni, traffico marittimo, prezzi dell’energia e inflazione importata.

Non a caso, dopo l’intesa preliminare tra Washington e Teheran, il mercato del petrolio ha reagito al ribasso, scontando una possibile normalizzazione dei flussi. Ma le stesse agenzie e gli operatori marittimi invitano alla cautela: riaprire formalmente un corridoio non significa renderlo subito sicuro. AP ha riferito che la rotta centrale restava ancora problematica e che sarebbero necessari tempi non brevi per riportare la fiducia degli armatori a livelli normali. La diplomazia, insomma, può abbassare il termometro; la navigazione commerciale pretende garanzie concrete.

Il secondo dossier è il Libano, oggi forse il più esplosivo tra quelli paralleli. Dai colloqui è emersa anche la creazione di una struttura di coordinamento, o de-confliction cell, pensata per contenere i combattimenti e ridurre il rischio di un allargamento del conflitto. Lo stesso Abbas Araghchi ha parlato di “progressi significativi” per porre fine alla guerra in Libano, attribuendoli alla mediazione di Pakistan e Qatar. In termini diplomatici, significa che il tavolo Usa-Iran non discute più soltanto il nucleare, ma funziona come contenitore più ampio di stabilizzazione regionale. È al tempo stesso la sua forza e la sua fragilità: più dossier entrano nel negoziato, più aumenta la posta; ma aumentano anche le possibilità di inceppamento.

Il nodo del nucleare resta il più difficile

Se c’è un terreno sul quale il negoziato sarà davvero giudicato, è quello del programma nucleare iraniano. Il memorandum preliminare, secondo il testo diffuso e le ricostruzioni giornalistiche, prevede che le parti affrontino entro la finestra dei 60 giorni il destino del materiale arricchito, con la supervisione della IAEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Ma il contesto resta complicato: il 10 giugno 2026 il Consiglio dei governatori della IAEA ha approvato una risoluzione sostenuta dagli Stati Uniti che chiede all’Iran di dichiarare le scorte residue di uranio arricchito e consentire agli ispettori di verificarle. Secondo le stime riportate da Reuters, la quantità di uranio arricchito fino al 60% era di circa 440,9 chilogrammi, un livello tecnicamente molto vicino alla soglia militare del 90%.

È qui che la diplomazia entra nella zona più dura. Da una parte Washington vuole garanzie sul fatto che l’Iran non costruirà un’arma nucleare e che il materiale già accumulato venga gestito in modo controllabile. Dall’altra Teheran chiede che ogni limitazione sia compensata da benefici economici reali, a partire da export petrolifero, sanzioni e accesso a beni congelati. La partita, in sostanza, non è teorica: ruota intorno a ispezioni, centrifughe, stock di uranio, tempistiche di verifica e denaro. Ed è proprio su questi punti che i colloqui tecnici delle prossime ore saranno chiamati a misurare la tenuta della roadmap annunciata in Svizzera.

Le concessioni economiche e il linguaggio della leva

Dopo il primo round, Araghchi ha sostenuto che per l’Iran sarebbero state concesse deroghe alle restrizioni sulle esportazioni di petrolio e prodotti petrolchimici, che alcuni beni congelati sarebbero stati sbloccati e che sarebbe stato avviato un piano di ricostruzione e sviluppo. Anche il testo del memorandum diffuso nei giorni scorsi indicava, in via preliminare, la possibilità di alleggerimenti sanzionatori durante il periodo negoziale e l’ipotesi di incentivi economici più ampi in caso di accordo definitivo. È uno schema classico: congelare l’escalation in cambio di ossigeno economico, rinviando i dettagli più divisivi a una fase successiva ma delimitata nel tempo.

Resta però il problema della credibilità reciproca. Gli Stati Uniti insistono sul fatto che il memorandum sia un documento quadro e non una resa di fronte alle richieste iraniane; l’Iran, al contrario, ha interesse a mostrare alla propria opinione pubblica che dal negoziato stanno arrivando vantaggi tangibili. In mezzo si muovono i mediatori, chiamati non solo a facilitare il contatto, ma anche a rendere vendibile l’accordo presso i rispettivi interlocutori regionali. In questo senso il protagonismo di Pakistan e Qatar è uno degli elementi geopolitici più interessanti di questa fase. Entrambi stanno cercando di ritagliarsi un ruolo stabile come architetti di de-escalation in un’area dove le mediazioni tradizionali spesso non bastano più.

Il ruolo nuovo di Pakistan e Qatar

Che siano stati proprio Islamabad e Doha a intestarsi la mediazione non è un dettaglio di protocollo. Qatar è da anni una piattaforma diplomatica flessibile, capace di parlare con interlocutori che fra loro non si parlano. Pakistan, invece, in questa crisi ha guadagnato visibilità internazionale come facilitatore politico, al punto da essere citato anche nelle dichiarazioni europee che hanno salutato il memorandum preliminare. La combinazione dei due paesi offre un mix interessante: canali regionali, margini di interlocuzione diversi e una relativa accettabilità presso le parti.

La scelta della Svizzera come sede e di Pakistan-Qatar come regia segnala inoltre che il negoziato sta prendendo una forma multipolare. Non è più soltanto il tradizionale faccia a faccia tra Washington e Teheran sotto l’ombrello europeo o omanita; è una trattativa in cui attori regionali cercano di pesare sulla definizione dell’ordine di sicurezza mediorientale. Per i lettori europei, questo è forse il dato più utile da osservare: il baricentro diplomatico si sta spostando e le capitali del Golfo e dell’Asia meridionale puntano a essere sempre meno comparse e sempre più registi.

Che cosa aspettarsi adesso

La prudenza, a questo punto, è obbligatoria. Il primo round si è chiuso con segnali incoraggianti, ma non con un’intesa finale. E persino nelle ore del summit non sono mancati elementi di tensione: AP e Axios hanno raccontato di un avvio difficile e del peso esercitato dagli sviluppi sul terreno, in particolare in Libano, oltre alle dichiarazioni minacciose del presidente Donald Trump mentre il tavolo era ancora in corso. È il promemoria più chiaro della natura di questo negoziato: un processo che avanza mentre intorno continuano a muoversi attori armati, rivalità strategiche e pressioni politiche interne.

Eppure qualcosa, in Svizzera, si è mosso davvero. C’è una roadmap, c’è una scadenza di 60 giorni, ci sono canali tecnici aperti su Hormuz, sul Libano e sul dossier nucleare, e c’è una mediazione che per ora non si è spezzata. Non è ancora la pace, e forse non è nemmeno un vero disgelo. Ma è un fatto politico concreto: Washington e Teheran hanno accettato di misurarsi su un’agenda comune in uno dei momenti più sensibili della crisi. Da qui in avanti, il successo del negoziato dipenderà da una domanda semplice solo in apparenza: se entrambe le parti considereranno più conveniente gestire il conflitto che riaprirlo.