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l'indagine

Il verdetto dei giudici e le due settimane nel buio: perché il caso delle sorelle ritrovate a Formia riapre tutte le domande

Una sentenza, una fuga preparata, un ritrovamento che chiude l’emergenza ma spalanca il conflitto familiare

22 Giugno 2026, 17:42

17:51

Ritrovate a Formia Sarah e Alisya: le due sorelle scomparse da una casa famiglia stanno bene

Quando le sorelle fuggite da una comunità di accoglienza sono state ritrovate a Formia, il mistero si è ristretto fino a entrare in una casa di parenti e a riportare tutto là dove, forse, era cominciato davvero: dentro una lunga guerra tra adulti, fatta di decisioni giudiziarie, relazioni tecniche, accuse incrociate e legami familiari mai ricomposti.

La vicenda di Sarah e Alisya Di Giacinto, le due sorelle di 12 e 16 anni scomparse dalla comunità educativa di Civitella Alfedena, in Abruzzo, non è soltanto la storia di un allontanamento durato circa due settimane. È anche il punto di caduta di un conflitto familiare che il Tribunale di Cassino aveva messo nero su bianco già il 28 maggio 2026, quando ha revocato la responsabilità genitoriale soltanto alla madre, Valentina D’Acunto, indicando nella donna una “pervicace opposizione” alla ripresa dei rapporti tra le figlie e il padre, con atteggiamenti definiti “manipolatori e condizionanti” nei confronti delle minori. Adesso che le ragazze sono state ritrovate vive e in buone condizioni, l’angoscia più immediata si è sciolta. Ma restano aperte le domande più difficili: come sia stato possibile portarle via da una struttura protetta, chi abbia aiutato il loro trasferimento fino al Lazio, quali falle abbia mostrato il sistema di vigilanza e quanto abbia pesato, in questa storia, il conflitto tra i genitori.

La decisione del Tribunale: la responsabilità tolta solo alla madre

I giudici del Tribunale di Cassino il 28 maggio 2026 i giudici hanno disposto la revoca della responsabilità genitoriale alla sola madre, lasciandola invece al padre, Stefano Di Giacinto. La motivazione, nelle parti rese note, ruota attorno alla persistente opposizione della donna al riavvicinamento tra le figlie e il padre e a presunti atteggiamenti di influenza emotiva sulle minori. In casi come questo, le parole usate dai giudici pesano perché definiscono il quadro di rischio in cui si muovono i servizi sociali, le comunità educative e gli investigatori. 

Le due minori erano inserite da anni in strutture di accoglienza da circa 7 anni a causa della sospensione della responsabilità genitoriale dei genitori; dal 2024 erano ospiti della comunità Ofh Hope di Civitella Alfedena, nel Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

Le lettere, i diari e quel legame spezzato a metà

Uno degli elementi più delicati emersi in questi giorni riguarda le lettere e i diari delle ragazze. È qui che il caso si fa più difficile da raccontare senza semplificazioni. Da una parte ci sono due adolescenti che, secondo vari resoconti, manifestavano attaccamento alla madre e resistenza al ritorno del padre. Dall’altra c’è una sentenza che interpreta quel legame, almeno in parte, come esito di una dinamica di pressione e condizionamento. In mezzo, ci sono due minori cresciute per anni dentro un contesto di separazione conflittuale, affidamenti, allontanamenti e mediazioni fallite.

È una distinzione decisiva anche per i lettori: non si tratta solo di stabilire con chi le ragazze volessero stare, ma di capire se quella volontà fosse, agli occhi dei giudici, davvero libera. È su questo terreno che il provvedimento del 28 maggio acquista il suo peso più drammatico.

La scomparsa nella notte e i primi sospetti

Le due sorelle sono scomparse nella notte tra il 6 e il 7 giugno 2026 dalla struttura di Civitella Alfedena. Secondo le ricostruzioni emerse nelle indagini, la sera precedente erano state viste nei pressi di un bar adiacente alla comunità; le ultime immagini note le mostrerebbero alle 21:26 del 6 giugno. La fuga, o l’allontanamento, sarebbe poi avvenuta tra le 2 e le 5 del mattino.

Fin dalle prime ore, il padre, Stefano Di Giacinto, ha escluso l’ipotesi di un allontanamento completamente autonomo. Ha detto di ritenere “impossibile” che le figlie si fossero mosse da sole in un’area isolata e impervia, sostenendo che qualcuno dovesse averle prese e che si trattasse di una persona conosciuta dalle ragazze. Nella denuncia di scomparsa aveva anche ricordato di essere, dopo il provvedimento del 28 maggio, l’unico genitore titolato a esercitare la responsabilità genitoriale.

Parallelamente, gli investigatori hanno valutato la possibilità di un aiuto esterno. Il procuratore di Sulmona, Luciano D’Angelo, ha spiegato che le ipotesi aperte erano diverse, compresa quella di una sottrazione maturata nel contesto della conflittualità tra i genitori. La Procura di Sulmona ha infatti aperto un fascicolo per sottrazione consensuale di minorenni contro ignoti.

La struttura, l’allarme e le falle nella protezione

Un altro punto centrale riguarda la comunità che ospitava le sorelle. Il procuratore D’Angelo ha inoltre ricostruito che gli educatori si sarebbero accorti dell’assenza delle ragazze alle 9:30 e che i carabinieri sarebbero stati chiamati alle 11:30. Un intervallo che, in una vicenda del genere, pesa. Su questo versante è arrivato anche un primo sviluppo giudiziario: la responsabile della comunità educativa è stata iscritta nel registro degli indagati per l’ipotesi di abbandono di minori, atto definito dovuto dalla Procura di Sulmona anche per la presenza di una minore di appena 12 anni. La società che gestisce la struttura, OfH, ha respinto ogni addebito, rivendicando correttezza gestionale.

La domanda resta intatta: come hanno fatto due ragazze già al centro di un caso familiare ad alto tasso di conflittualità ad allontanarsi da una comunità protetta e a percorrere oltre 110 chilometri fino a Formia senza che il sistema riuscisse a fermare il trasferimento?

Il ritrovamento a Formia e la pista familiare

Il ritrovamento ha cambiato tutto, ma non ha cancellato nulla. Le due sorelle sono state individuate a Formia, nel quartiere Rio Fresco-Scacciagalline, all’interno di un’abitazione riconducibile a parenti materni.  È questo il passaggio che rende oggi ancora più pesante la lettura del provvedimento del 28 maggio. Per il Corriere, alla luce dei fatti, proprio quella sentenza potrebbe aver spinto Valentina D’Acunto a portare via le figlie dalla casa di accoglienza e a nasconderle per circa due settimane. È una ricostruzione giornalistica coerente con la pista familiare su cui, di fatto, le indagini si sono poi concentrate.

Il padre, dopo il ritrovamento, ha detto: “Io lo sapevo che le aveva nascoste lei”, aggiungendo accuse durissime contro l’ex compagna e contro chi avrebbe favorito o coperto l’allontanamento. Sono parole pronunciate a caldo, nel pieno di una vicenda personalissima e feroce, ma che fotografano bene la convinzione maturata da Stefano Di Giacinto fin dal primo momento.

I fermi e l’ipotesi di sequestro di persona

Nella mattinata tre persone sono state sottoposte a fermo di polizia con l’accusa di sequestro di persona: la madre delle ragazze, il suo compagno Vincenzo Esposito e il nonno materno Marco D’Acunto. Gli stessi articoli riferiscono che i dettagli dell’operazione sarebbero stati illustrati in conferenza stampa dalla Procura di Sulmona. Le ragazze sarebbero state subito trasferite in una località protetta e formalmente affidate alla tutela del sindaco di Minturno, Gerardo Stefanelli, il comune di residenza dei genitori. Si tratta di un passaggio importante: il ritrovamento non ha significato un ritorno immediato a casa, ma l’ingresso in una nuova fase di protezione istituzionale.