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Giudiziaria

Regeni, le verità sconvolgenti sulla fine del ricercatore: «Non fu privato solo della libertà e della vita»

A Rebibbia la requisitoria della Procura di Roma sulla brutale morte in Egitto, dopo il rapimento, del ricercatore friulano. Ammesse in aula le parti civili con grande soddisfazione della famiglia

23 Giugno 2026, 10:19

10:55

Dieci anni e mezzo dopo, la famiglia Regeni in aula a Rebibbia: «più che fiducia è fede» nella giustizia

Oggi la Procura di Roma ricostruirà fatti e responsabilità e domani toccherà a noi parti civili. Sono dieci anni e mezzo che aspettiamo questo momento. Siamo emozionatissimi e carichi di responsabilità e aspettative anche di tantissimi italiani: più che fiducia è ormai una fede. Così l'avvocato Alessandra Ballerini, legale della famiglia di Giulio Regeni, arrivando in aula bunker a Rebibbia dove oggi è prevista la requisitoria del processo per l'omicidio del ricercatore friulano rapito, torturato e ucciso in Egitto nel 2016.

«Il processo che oggi giunge a conclusione non è stato, sin dal suo nascere, un processo come gli altri. Esso è stato un processo contro il silenzio, contro il silenzio di chi non voleva parlare. Di chi non voleva collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. È stato un processo contro la menzogna. Contro le ricostruzioni artificiose, contro i depistaggi». E’ quanto afferma nella requisitoria il procuratore aggiunto di Roma, Sergio Colaiocco. La procura di Roma afferma, inoltre, che «secondo l'ordine naturale delle cose, questi fatti avrebbero dovuto essere accertati e giudicati nel luogo in cui furono commessi. Sarebbe stato compito dell'Egitto ricercare i responsabili, assicurare le prove, offrire alla vittima e alla comunità internazionale una risposta di giustizia». Ma quel che «si è progressivamente rivelato è stato l'esatto contrario: un sistema di ostacoli, di opacità, di resistenze, di chiusure che ha reso via via evidente una conclusione tanto semplice quanto drammatica. Che questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo».

«Questa verità, se non fosse stata ricercata dalla magistratura italiana, sarebbe rimasta sommersa - aggiunge Colaiocco -. Questa morte, se non fosse stata portata davanti a un giudice, sarebbe stata consegnata all'oblio. E allora la giurisdizione italiana si è assunta appieno le proprie responsabilità». «La tortura e l'omicidio non possono trovare riparo dietro i confini. Ha affermato che neppure la ragion di Stato può diventare ragione di impunità. Lo ha fatto con gli strumenti della legge, lo ha fatto nel rispetto delle garanzie, lo ha fatto entro il perimetro rigoroso del processo penale - aggiunge -. Ma lo ha fatto con una determinazione che costituisce essa stessa una risposta istituzionale al tentativo di sottrarre questi fatti alla giustizia. Ed a proposito «di istituzioni, appare doveroso in apertura di questa requisitoria ricordare come la più alta delle istituzioni, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha più volte in questi dieci anni ribadito: che verità e giustizia non devono prestarsi a compromessi, a tutela non solo delle legittime aspettative di chiarezza dei familiari, ma a presidio dei principi fondanti del nostro ordinamento costituzionale e sociale. Nonché l'impegno del nostro  «ordinamento affinché sia fatta piena luce sulle circostanze e le responsabilità che segnarono il tragico destino di Regeni».

Regeni «il 25 gennaio del 2016 entra, inconsapevole, in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza. Da quel momento Giulio non è più una persona. Diventa un corpo sequestrato. Diventa un soggetto da piegare, diventa un destinatario di violenza», si afferma ancora nella requisitoria. «Diventa, per chi lo detiene - prosegue il rappresentante dell’accusa - materia su cui esercitare il potere assoluto. E questa è la prima, sconvolgente verità che il presente processo ci consegna: Regeni fu privato non soltanto della libertà e della vita. Fu privato della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti. Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa, limite. Uno spazio in cui il potere aveva assunto la forma dell’arbitrio puro. Ma vi è una seconda verità, ancor più drammatica. A compiere tutto questo — alla luce delle prove che il dibattimento ha progressivamente fatto emergere — non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita. Furono uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza. Furono, cioè, proprio coloro ai quali uno Stato affida l’uso legittimo della forza». Ed è qui che «il delitto assume una dimensione ulteriore. Quando la forza istituzionale, nata per proteggere, diventa forza di oppressione; quando la funzione pubblica, nata per garantire sicurezza, si converte in strumento di tortura, allora non è colpita soltanto la singola vittima». E ancora: «è colpita l'idea stessa di civiltà giuridica, è colpito il principio che nessun potere può esistere senza responsabilità. È colpita la nozione, elementare e insieme solenne, che sopra lo Stato vi deve essere la legge», aggiunge.