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il caso

L'enigma dei 500 aerei: cosa è decollato davvero dalle nostre basi (Sigonella compresa)?

Tra le dichiarazioni della Nato sull'operazione "Epic Fury" e le smentite della Difesa, riemerge il nodo dei controlli militari Usa in Italia. E c'è il precedente del Cermis

24 Giugno 2026, 17:18

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L'enigma dei 500 aerei: cosa è decollato davvero dalle nostre basi (Sigonella compresa)?

La vicenda è esplosa da una dichiarazione tanto secca quanto dirompente nell’equilibrio geopolitico: il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha affermato che circa 500 aerei statunitensi avrebbero utilizzato basi in Italia per sostenere l’operazione “Epic Fury”.

La replica dell’esecutivo non si è fatta attendere. Il Ministero della Difesa ha definito tale ricostruzione “fallace”, fissando un perimetro invalicabile: dalle piste italiane sarebbero partiti esclusivamente voli di supporto logistico e tecnico, di natura “non cinetica”. In sintesi, nessun velivolo decollato dal nostro Paese avrebbe partecipato direttamente a missioni d’attacco.

Resta però sospesa la domanda che attraversa Sigonella, Aviano e le altre installazioni militari: chi verifica davvero la tipologia di questi 500 movimenti diretti verso i teatri operativi orientali?

Sul punto, il generale Leonardo Tricarico, già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, ha toccato il nervo scoperto della divergenza istituzionale. A suo giudizio, l’anello debole è rappresentato dai piani di volo, le cui indicazioni “potrebbero risultare troppo generiche o non corrispondere pienamente alla natura effettiva della missione”.

Non è in discussione la sovranità territoriale: le basi Usa in Italia ricadono a tutti gli effetti sotto giurisdizione italiana. La presenza americana è regolata da un impianto giuridico multilivello fondato sul Nato SOFA del 1951, sul Bilateral Infrastructure Agreement (BIA) del 1954 e sul Shell Agreement del 1995. Tali intese delineano un “dual control”: l’infrastruttura è affidata a un comandante italiano, con accesso garantito a ogni area, mentre l’omologo statunitense esercita la direzione operativa su personale e mezzi della propria forza.

Eppure, la prassi spesso si discosta dalla teoria. Il richiamo di Tricarico evoca il precedente del Cermis del 1998, quando un aereo dei Marines tranciò i cavi di una funivia causando 20 vittime, rivelando tragicomicamente che “alle regole formali non corrispondeva sempre una capacità effettiva di controllo”.

Pur dopo quell’episodio siano state introdotte procedure più stringenti, organismi di raccordo e ufficiali di collegamento italo-americani, l’attuale opacità sui decolli legati a “Epic Fury” dimostra che il sistema non è ancora impermeabile alle “zone grigie”.

L’Italia conserva il potere formale di respingere richieste che eccedano il quadro pattizio, come attestano recenti dinieghi opposti a operazioni fuori dai canali consueti. Tuttavia, la distanza tra i “voli logistici” rivendicati da Roma e il coinvolgimento “massiccio” evocato dalla Nato segnala un problema strutturale di trasparenza.

Che cosa è realmente partito verso i cieli infuocati del Medio Oriente? Finché il controllo nazionale si affiderà a dichiarazioni preventive non sempre verificabili in tempo reale, il confine tra missione di supporto e operazione attiva resterà quell’area ambigua in cui si misura, concretamente, la sovranità effettiva dell’Italia.