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LA POLEMICA

La guerra Usa-Iran e i 500 aerei partiti dalle basi italiane: Sigonella sempre al centro della crisi

La Difesa corregge il numero a 200, la Nato fa marcia indietro, l'Iran minaccia conseguenze

26 Giugno 2026, 11:30

11:31

La guerra Usa-Iran e i 500 aerei partiti dalle basi italiane: Sigonella sempre al centro della crisi

Cinquecento aerei statunitensi decollati dalle basi italiane per sostenere l'operazione "Epic Fury" contro l'Iran. È la cifra lanciata da Mark Rutte, segretario generale della Nato, in un'intervista a Fox News, che in poche ore ha riacceso uno dei nervi più scoperti della politica estera italiana: l'uso delle installazioni Usa sul territorio nazionale, e in particolare di una base che da decenni è il vero baricentro di queste crisi, Sigonella.

Rutte ha parlato di un contributo "enorme" da parte di Roma, inserendolo in un quadro complessivo di 4-5mila missioni di volo partite dalle basi europee per sostenere l'attacco di Stati Uniti e Israele contro Teheran. Una ricostruzione che il governo italiano ha respinto quasi immediatamente, definendola "totalmente fallace" e capace di confondere voli tecnici e logistici con un coinvolgimento operativo che Roma nega da mesi. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha precisato che gli aerei transitati per ragioni di manutenzione sarebbero stati circa 200, non 500, e tutti estranei a missioni belliche.

Il braccio di ferro tra Roma e la Nato

Dopo una telefonata tra Giorgia Meloni e lo stesso Rutte, la Nato ha corretto la rotta: una nota ha chiarito che il sostegno italiano avrebbe riguardato esclusivamente "logistica o assistenza tecnica" nel pieno rispetto degli accordi bilaterali, non attività cinetiche. Lo stesso Rutte, intervenendo all'Atlantic Council, ha poi ammorbidito la propria ricostruzione iniziale, riconoscendo che l'Italia avrebbe fatto "quanto previsto dai trattati bilaterali, e nulla di più".

Non è bastato a placare le polemiche interne. Crosetto ha parlato di "parole a caso", definendole "inopportune e superflue" e avvertendo che rischierebbero di produrre "conseguenze ben più serie sul piano internazionale" di quanto non abbiano già fatto sul piano politico. Il ministro ha rivendicato che il personale della Difesa avrebbe sempre operato "nel pieno e rigoroso rispetto dei trattati vigenti", negando l'autorizzazione ogni volta che le richieste statunitensi sarebbero uscite dal perimetro consentito. Sul fronte opposto, le opposizioni — dal M5s di Giuseppe Conte ad Avs con Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, fino al Pd di Giuseppe Provenzano — hanno chiesto che Meloni chiarisca in Parlamento, parlando di una versione che smentirebbe le rassicurazioni fornite finora alle Camere.

A complicare il quadro è arrivata la reazione di Teheran: il portavoce degli Esteri iraniani Esmaeil Baqei ha accusato Italia e Romania di complicità nella "aggressione" contro l'Iran, paventando conseguenze per i due Paesi. Il ministro Antonio Tajani ha telefonato all'omologo iraniano Araghchi per ribadire che l'Italia "non ha mai preso parte ad alcuna iniziativa militare". Meloni, a margine di un incontro con Emmanuel Macron, ha parlato di "ricostruzione confusionaria" da parte di Rutte, sostenendo che Teheran avrebbe compreso si sia trattato di un'incomprensione.

Perché la vicenda passa sempre da Sigonella

Dietro la cifra contestata c'è una domanda più antica, che riguarda direttamente la Sicilia. La base di Sigonella, descritta dalla US Navy come l'"Hub of the Med", è da decenni il principale snodo mediterraneo della presenza americana in Italia: un accordo che risale al 1957, oltre 1.300 acri tra le installazioni di NAS I e NAS II, il sito di Niscemi e il supporto al molo Nato di Augusta. È lì che ha sede anche la Main Operating Base della forza Nato di sorveglianza ISR, con la flotta di drumi RQ-4D "Phoenix" operativa dal 2019.

È stata proprio Sigonella, lo scorso 31 marzo, il teatro del diniego italiano più discusso: secondo le ricostruzioni di agenzia, alcuni assetti statunitensi diretti verso il Medio Oriente erano già in volo verso la base siciliana quando Roma, verificato che non si trattava di normali voli logistici coperti dagli accordi, ha negato l'autorizzazione. È lo stesso episodio che Donald Trump ha più volte rinfacciato a Meloni, accusandola di non aver sostenuto adeguatamente Washington nella crisi con l'Iran.

Non è la prima volta che la base etnea finisce al centro di un braccio di ferro sulla sovranità nazionale. Nell'ottobre 1985, dopo il sequestro dell'Achille Lauro, caccia americani costrinsero ad atterrare a Sigonella un aereo egiziano con a bordo i dirottatori: il governo Craxi rivendicò allora la giurisdizione italiana, in uno dei momenti di massimo attrito mai registrati con l'alleato americano. È un precedente che, quarant'anni dopo, continua a tornare ogni volta che la base siciliana entra in un dossier sensibile — compreso quello di queste settimane.

Il nodo degli accordi: cosa è "Nato" e cosa richiede l'ok di Roma

La cornice giuridica che regola tutto questo risale al Nato SOFA del 1951 e al Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, aggiornato nel 1973 e integrato nel 1995 dal cosiddetto Shell Agreement. Come ha ribadito Crosetto già lo scorso aprile davanti alla Camera, questi accordi "prevedono alcune attività e ne escludono altre": ciò che rientra nella cornice Nato — voli logistici, addestramento, attività di routine — segue procedure già autorizzate; tutto ciò che esce da quel perimetro, comprese eventuali operazioni belliche non coperte dagli accordi correnti, richiede una decisione politica esplicita di Roma.

È il principio che l'ex capo di Stato maggiore dell'Aeronautica Leonardo Tricarico ha richiamato a più riprese nelle ultime settimane, parlando di alleati "troppo disinvolti" nel considerare disponibile l'uso delle basi quasi per automatismo, salvo lasciare poi al Paese ospitante il compito di fermare o correggere a cose fatte. Tricarico cita tre precedenti che, a suo avviso, dimostrano quanto il controllo formale non basti senza una vigilanza politica costante: la tragedia del Cermis nel 1998, la stessa Sigonella del 1985 e il caso Abu Omar, con il sequestro dell'imam rapito a Milano nel 2003 e trasferito illegalmente in Egitto passando, secondo le ricostruzioni giudiziarie, anche dalla base di Aviano.

La domanda che resta aperta

Al netto della correzione di rotta della Nato e delle rassicurazioni reciproche tra Roma e Teheran, la vicenda lascia sul tavolo lo stesso interrogativo di sempre: quanto sia davvero leggibile, per il Parlamento e per i cittadini, il confine tra cooperazione tecnica e coinvolgimento operativo nelle basi americane in Italia. Una distinzione che, come ha avvertito lo stesso Crosetto, "ha un peso" enorme proprio nei momenti di crisi — e che la Sicilia, da Sigonella, continua a misurare in presa diretta più di ogni altra regione italiana.