Hormuz, la tregua di carta tra Usa e Iran: droni, smentite e il mondo col fiato sospeso
I Guardiani della Rivoluzione smentiscono qualsiasi accordo diretto con gli Stati Uniti. Trump denuncia violazioni della tregua, mentre tre petroliere sono costrette a fuggire
Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran vacilla nel tratto di mare più sensibile del pianeta: lo Stretto di Hormuz. L’intesa, già precaria, siglata tra Washington e Teheran sta mostrando crepe sempre più evidenti, trasformando quel corridoio marittimo nel teatro di una pericolosa guerra di nervi.
Le speranze di una gestione condivisa della crisi si sono infrante dopo le dichiarazioni dei Guardiani della Rivoluzione islamica (IRGC), che hanno definito una "pura menzogna" l’esistenza di un canale diretto con gli Stati Uniti, ribadendo che lo stretto è sotto l’"esclusiva sovranità" di Teheran.
Lo scontro politico si è rapidamente tradotto in azioni concrete. Nelle ultime ore almeno tre petroliere straniere sono state costrette a invertire la rotta in seguito agli avvertimenti dell’IRGC, poiché tentavano di attraversare il passaggio "senza autorizzazione" e al di fuori delle rotte imposte da Teheran.
L’Iran ha inoltre giudicato "inaccettabile" e "completamente pericoloso" il corridoio alternativo individuato dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) lungo le coste dell’Oman. Una petroliera sarebbe stata anche minacciata via radio da un militare iraniano, avvertita di trovarsi "nel raggio dei missili".
A inasprire ulteriormente la crisi è intervenuto il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha accusato apertamente Teheran di aver violato la tregua lanciando quattro droni kamikaze contro le navi in transito. Secondo Trump, uno dei velivoli avrebbe colpito una nave cargo, un’affermazione che trova parziale riscontro nei report britannici e dell’IMO, i quali hanno segnalato un attacco contro una portacontainer nel Golfo dell’Oman.
Il costo umano e commerciale di questa nuova fiammata è già elevato. Il piano dell’IMO per evacuare oltre 11.000 marittimi rimasti intrappolati nell’area, dopo l’evacuazione riuscita di 115 navi e 2.500 marinai dal 23 giugno 2026, è stato temporaneamente sospeso per l’assenza di condizioni di sicurezza, lasciando migliaia di persone in balia degli eventi.
A tremare non è solo il Medio Oriente, ma l’economia globale. Da Hormuz transita il 25% del commercio mondiale di petrolio via mare, circa 20 milioni di barili al giorno, e il 19% del gas naturale liquefatto. Non serve un blocco navale totale per scatenare il panico sui mercati energetici: è sufficiente una rotta contestata, una deviazione improvvisa o un singolo drone per far lievitare i premi assicurativi e far impennare i costi dell’energia in tutto il mondo, Europa inclusa.
Finché resterà irrisolta la disputa su chi debba dettare le regole in questo braccio di mare, ogni nave che lo attraverserà porterà con sé l’incertezza del pianeta intero.