Roma
La mannaia, il sospetto su un conoscente, il figlio superstite: il massacro in famiglia di via Montiglio analizzato punto per punto
Padre, madre e figlia, originari del Bangladesh, uccisi in casa da qualcuno a cui avrebbero aperto la porta. Le vittime descritte come persone perbene
La prima traccia non è un urlo, ma una fuga. Una mano insanguinata sul muro, i gradini scesi in fretta, il tentativo disperato di uscire da casa e restare vivo abbastanza a lungo da chiedere aiuto. In via Montiglio 35, nella periferia ovest di Roma, la notte di ieri ha lasciato dietro di sé una scena che gli investigatori della Polizia di Stato stanno ancora ricostruendo pezzo dopo pezzo: un padre di 39 anni, una madre di 38, una bambina che nelle ricostruzioni più aggiornate viene indicata come Alicia, 8 anni, uccisi all’interno dell’appartamento di famiglia; un figlio maggiore sopravvissuto, ferito, ricoverato al Policlinico Gemelli; una mannaia trovata in casa e sequestrata come presumibile arma del delitto.
Il quartiere è quello di Casalotti, nell’area tra Aurelio e Pineta Sacchetti, una zona residenziale dove le cronache, di solito, scorrono più lente delle sirene. Stavolta no. L’allarme è scattato in serata, poco dopo le 22, quando le richieste di soccorso hanno portato sul posto pattuglie, ambulanza, uomini della Squadra Mobile e della Polizia Scientifica. Quando i sanitari sono entrati nell’abitazione, per tre delle quattro persone colpite non c’era più nulla da fare. Il ragazzo sopravvissuto, invece, è stato trasportato d’urgenza in ospedale e, secondo le informazioni diffuse nelle ore successive, non sarebbe in pericolo di vita.
Le vittime: una famiglia descritta come riservata, religiosa, integrata
Le vittime sono state identificate come Kamal Uddin, 39 anni, sua moglie Arzu, 38 anni, e la figlia Alicia. Nelle primissime ore dopo il delitto alcune agenzie e testate avevano indicato età differenti per la bambina e per il figlio superstite; con il passare delle ore, però, diverse ricostruzioni hanno indicato la piccola come una bambina di 8 anni, mentre il figlio maggiore viene in alcune fonti descritto come 18enne e in altre come 20enne. È uno di quei dettagli che, nelle cronache immediate, possono oscillare prima dell’allineamento definitivo degli atti investigativi. Il punto fermo, ben più drammatico, resta un altro: un’intera famiglia è stata travolta in casa propria e un solo figlio è rimasto vivo.
Chi li conosce parla di persone tranquille. Un parente, ascoltato da la Repubblica, ha descritto Kamal come una persona “religiosa, educata, pulitissima, tranquilla”, aggiungendo di non aver mai sentito parlare di minacce o tensioni particolari attorno alla famiglia. Un ritratto che restituisce il profilo di un nucleo familiare lontano dalle zone d’ombra che spesso, frettolosamente, si cercano in casi come questo. Anche per questo la violenza del massacro appare ancora più difficile da decifrare: non una lite in strada, non un’aggressione casuale, ma un attacco feroce consumato nello spazio più privato che esista, la casa.
Secondo diverse ricostruzioni, Kamal Uddin viveva da anni nella Capitale e lavorava nella grande distribuzione, mentre la moglie e i figli lo avevano raggiunto in Italia più di recente. Le prime verifiche riferite da Adnkronos indicano inoltre che i genitori non avevano precedenti. È un dato importante non per costruire innocenze postume — che non servono — ma per delimitare il campo: almeno allo stato, non emergono elementi che collochino la famiglia dentro circuiti criminali o contesti di illegalità conosciuti.
La dinamica: un’aggressione dentro casa e la pista del conoscente
Il cuore dell’indagine, fin dalle prime ore, si è concentrato su un elemento preciso: il delitto si è consumato interamente all’interno dell’abitazione. È un dettaglio che, per gli investigatori, pesa molto. L’ipotesi che prende forma è quella di un aggressore non estraneo alla famiglia, qualcuno a cui la porta sarebbe stata aperta senza particolare allarme. Su questa linea si sono mosse sia le ricostruzioni giornalistiche sia il lancio ANSA rilanciato in mattinata: la persona ricercata sarebbe un connazionale delle vittime, descritto come un amico di famiglia o comunque un conoscente vicino al nucleo colpito.
Il figlio superstite, ascoltato nelle ore successive dai poliziotti, rappresenta in questo momento il testimone chiave. Alcune ricostruzioni riferiscono che proprio lui avrebbe fornito indicazioni utili a indirizzare le ricerche verso un sospettato. Altre aggiungono che il giovane ricercato potrebbe avere avuto rapporti di lavoro con il padre o di conoscenza diretta con il figlio rimasto vivo. Sono dettagli che andranno verificati nei verbali e negli sviluppi ufficiali, ma che spiegano il senso della pista battuta con maggiore intensità dagli investigatori: non una presenza casuale, ma una figura orbitante attorno alla famiglia.
Resta invece da maneggiare con molta prudenza tutto ciò che riguarda il possibile movente. Nelle prime ore si sono affacciate ipotesi diverse, comprese suggestioni di natura personale o passionale, ma allo stato non risultano conferme ufficiali solide. In casi come questo la distanza tra ciò che viene intuito, ciò che trapela e ciò che può essere davvero sostenuto con atti d’indagine è enorme. Per i lettori, la distinzione è essenziale: oggi esiste una pista investigativa, non ancora una verità processuale.
La mannaia sequestrata e i segni della fuga
Un altro elemento destinato a segnare questa inchiesta è il ritrovamento della mannaia ritenuta compatibile con il delitto. Il sequestro dell’arma, riportato da più fonti nelle ore successive alla strage, offre agli specialisti della Scientifica e agli investigatori un perno materiale su cui lavorare: impronte, tracce biologiche, eventuali residui, posizione del ritrovamento, compatibilità con le ferite. È da qui che, spesso, un’inchiesta smette di vivere solo di racconti e comincia a costruire prove.
Ma la scena parla anche attraverso il corpo sopravvissuto di questa storia. Le immagini e i racconti raccolti sul posto riferiscono di tracce di sangue sulle scale, di una mano impressa sul muro, di una corsa disperata verso l’esterno. Dettagli che non aggiungono solo drammaticità, ma aiutano a capire una porzione della dinamica: il figlio maggiore, ferito, avrebbe tentato di sottrarsi all’aggressione o sarebbe rientrato trovandosi davanti la strage, secondo versioni ancora non del tutto allineate. Anche qui serviranno accertamenti puntuali, ma l’impressione — fortissima — è quella di un ragazzo sopravvissuto per pochi istanti, per pochi metri, per una lucidità tenuta insieme nel momento peggiore.
Il lavoro degli investigatori: rilievi, telefoni, telecamere, cerchio sui contatti
Sul posto hanno operato gli agenti del commissariato Aurelio, la Squadra Mobile di Roma e la Polizia Scientifica. I rilievi sono andati avanti a lungo dentro e fuori l’appartamento. In un delitto domestico di questa portata, il lavoro non si concentra mai soltanto sulla stanza del massacro: conta il pianerottolo, contano le scale, contano i cassonetti, le aree verdi vicine, le possibili vie di fuga, i dispositivi elettronici, i filmati delle videocamere pubbliche e private, i telefoni della famiglia e del superstite. Tutto serve a rispondere alle domande di base: chi è entrato, quando, con quale pretesto, che cosa è accaduto nei minuti precedenti, come si è allontanato il presunto killer.
Le ricerche del sospettato, secondo le ricostruzioni diffuse nella mattinata di sabato 27 giugno 2026, si sono estese anche oltre il perimetro immediato di via Montiglio. Alcune fonti riferiscono di controlli nelle aree verdi della zona e di accertamenti sui possibili appoggi del ricercato. Anche in questo caso il dato davvero solido è uno: la caccia all’uomo era già in corso nelle ore immediatamente successive alla strage, segno che gli inquirenti ritengono di avere un tracciato investigativo abbastanza definito su cui muoversi.
Le voci del palazzo e il dolore della comunità
Attorno alla palazzina di via Montiglio, intanto, si è raccolta una comunità scossa. Residenti, parenti, conoscenti, connazionali. Nei casi di cronaca nera più violenti c’è sempre il rischio che il quartiere venga raccontato come un fondale; qui invece il contesto umano conta. I vicini sono stati tra i primi ad avvertire che qualcosa non andava: urla, movimento improvviso, poi le sirene. Dopo, la strada si è riempita di incredulità e preghiere. Non c’è retorica nel dire che la scena di una famiglia sterminata produce un trauma anche fuori dalle mura domestiche: nei condomini, nei negozi, tra chi quella bambina la vedeva giocare e chi salutava il padre tornando dal lavoro.
Il racconto del parente di Kamal, che ricorda Alicia nel suo locale mentre preparava una pizza da portare al padre, è uno di quei frammenti minimi che rendono concreto ciò che la cronaca, da sola, rischia di appiattire. Dietro le categorie — “vittime”, “famiglia bengalese”, “triplice omicidio” — c’erano volti, abitudini, una normalità interrotta in modo brutale. È anche questo che fa la differenza tra informare e consumare l’orrore: restituire il peso umano delle persone senza cedere al compiacimento del dettaglio.
Le discrepanze delle prime ore e la necessità della cautela
C’è un altro aspetto utile per i lettori: nelle ore immediatamente successive ai fatti, molte informazioni sono inevitabilmente fluide. In questo caso, le diverse testate hanno riportato età non coincidenti per la bambina uccisa — 5, 6 oppure 8 anni — e per il figlio superstite, indicato come 18enne, minorenne o 20enne. Le versioni più aggiornate e i racconti dei parenti convergono sulla bambina di 8 anni e su un figlio maggiore di 20, ma alcune ricostruzioni iniziali hanno mantenuto numeri differenti. Segnalarlo non è pedanteria: è rispetto per il lettore e per il metodo. In cronaca nera l’accuratezza non consiste nel dire tutto subito, ma nel dire bene ciò che davvero si sa.
Una strage che interroga la città, oltre l’emergenza
Il triplice omicidio di Casalotti non è soltanto una notizia di sangue. Interroga almeno tre piani. Il primo è quello della sicurezza domestica: la violenza che entra in casa o, peggio, che viene fatta entrare perché ha un volto conosciuto. Il secondo è quello delle reti di fiducia dentro le comunità migranti e nei quartieri di frontiera urbana, dove i legami sociali sono spesso al tempo stesso protezione e vulnerabilità. Il terzo è il modo in cui una metropoli come Roma si scopre improvvisamente piccola quando una strage familiare avviene in un edificio qualunque, in una strada qualunque, dietro una porta come tante. Queste, però, sono riflessioni che devono accompagnare i fatti, non sostituirli. E i fatti, al momento, sono ancora in movimento.
Quel che appare già chiaro, invece, è la sproporzione della violenza. Tre persone uccise, tra cui una bambina. Un figlio ferito che sopravvive e diventa testimone di ciò che nessuno dovrebbe vedere. Un’arma bianca trovata nell’appartamento. Una persona ricercata. Un quartiere che si affolla fuori da una palazzina mentre gli uomini in tuta bianca continuano a misurare, repertare, fotografare, isolare tracce. È da quelle tracce che passerà la tenuta dell’inchiesta. E sarà da lì, non dalle suggestioni, che si capirà se dietro la strage di via Montiglio c’è un movente personale, un conflitto improvviso, una premeditazione o qualcosa che oggi ancora sfugge.
Per ora resta l’immagine più dura: una casa in cui il silenzio non è il contrario del rumore, ma il suo esito finale. Dopo le urla, dopo i colpi, dopo la fuga sulle scale, via Montiglio si è ritrovata a fare i conti con quello che resta quando la violenza ha già fatto il suo lavoro: il sangue fermo, le domande aperte, e la necessità — per chi racconta e per chi indaga — di non tradire i fatti con la fretta.