il conflitto infinito
Ma quale pace? Il Libano sull'orlo della guerra civile: Hezbollah dice no all'accordo con Usa e Israele
Mentre gli Stati Uniti e il presidente Aoun celebrano la firma dell'intesa, i raid di Gerusalemme non si fermano. La rabbia del movimento sciita: "Un patto umiliante"
Le fiamme dei cassonetti appiccati a pochi passi dal Parlamento libanese illuminano le crepe di un’intesa che rischia di nascere già svuotata.
Il 26 giugno 2026, a Washington, è stata firmata una fragile intesa quadro tra Libano e Israele sotto l’egida del segretario di Stato americano Marco Rubio.
Ma mentre la diplomazia internazionale salutava un possibile passo verso la stabilizzazione, le strade di Beirut hanno sfiorato il precipizio.
Venerdì sera, centinaia di sostenitori di Hezbollah in sella a motociclette hanno invaso la capitale bollando l’accordo come “umiliante”; soltanto il tempestivo, e al tempo stesso delicato, dispiegamento dell’esercito libanese ha impedito che la rabbia degenerasse in un’insurrezione intercomunitaria.
L’intesa raggiunta negli Stati Uniti non sancisce una pace immediata, ma definisce una cornice per affrontare tre nodi esplosivi: il ritiro progressivo delle forze israeliane, l’estensione dell’autorità dello Stato libanese e il disarmo dei gruppi armati non statali, a cominciare da Hezbollah.
È proprio quest’ultimo punto a far saltare il consenso interno. Il leader del movimento sciita, Naim Qassem, ha definito il documento nullo, rifiutando in modo categorico di consegnare l’arsenale della “resistenza” finché perdurerà la minaccia di Tel Aviv e accusando l’accordo di subordinare il Paese agli interessi di sicurezza di Israele e degli Stati Uniti.
Secondo diverse fonti, il testo affida alle Forze armate libanesi il compito ciclopico di garantire il monopolio statale della forza. Un obiettivo quasi impossibile nel Sud del Libano, dove Hezbollah non è soltanto una milizia, ma una struttura politica e assistenziale profondamente radicata.
Il paradosso di uno Stato sovrano costretto a convivere con un attore armato più potente delle istituzioni nazionali è lo stesso che, già nel 2006, ne impedì l’attuazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
A minare ulteriormente l’intesa concorrono i “non detti” e i fatti sul terreno. L’assenza di un calendario vincolante per il ritiro delle truppe israeliane rivela il disallineamento delle priorità: se il presidente libanese Joseph Aoun punta a ripristinare l’autorità di Beirut, il governo di Benjamin Netanyahu intende preservare la libertà d’azione militare nel Sud del Paese.
Non a caso, in drammatica simultaneità con la firma a Washington, i caccia israeliani continuavano a bombardare l’area di Nabatiye, confermando alla base sciita che parlare di pace, oggi, è quanto meno prematuro.
Tutto questo si consuma in un Libano allo stremo. Il Paese, già devastato dalla crisi economica esplosa nel 2019, registra un costo del conflitto stimato dalla Banca Mondiale in 14 miliardi di dollari, con oltre 700.000 sfollati interni ancora lontani dalle proprie case.
La ricostruzione rischia di diventare il prossimo campo di battaglia politico: secondo l’accordo, i fondi per la rinascita non potranno provenire dall’Iran e non dovranno transitare per Hezbollah. Una clausola che, agli occhi dell’asse occidentale, mira a indebolire le milizie, ma che per Teheran e i suoi alleati vale come una dichiarazione di guerra.
Come ha ribadito Naim Qassem, il destino di Beirut non può essere sganciato dalle dinamiche dell’asse iraniano nel Levante. Finché questi nodi non saranno sciolti, l’intesa libanese rischia di restare soltanto un fragile pezzo di carta.