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il caso

Scandalo al concorso in magistratura: tracce svelate su WhatsApp e caos in aula

Le prove per 450 futuri giudici finiscono nel mirino della Procura di Roma. I candidati denunciano: "Temi visibili sul banco della commissione il giorno prima"

28 Giugno 2026, 18:40

18:50

Scandalo al concorso in magistratura: tracce svelate su WhatsApp e caos in aula

Il concorso per 450 magistrati ordinari, tra le selezioni più rigorose e simboliche per l’accesso alla carriera giudiziaria, è stato scosso da un caso che ne mette a repentaglio la credibilità. Alla Fiera di Roma, durante le tre giornate di prove scritte dal 24 al 26 giugno 2026, si è consumata una frattura profonda tra i partecipanti e la commissione esaminatrice.

Al centro delle contestazioni c’è un sospetto clamoroso: il quesito di diritto penale sarebbe stato visibile già alla vigilia della prova. Secondo numerose testimonianze, mercoledì 24 giugno, mentre si svolgeva lo scritto di diritto civile, sul banco dei commissari sarebbero stati lasciati in evidenza i temi destinati al giorno successivo.

La voce si è diffusa rapidamente tra gli aspiranti magistrati, rimbalzando su gruppi WhatsApp con messaggi e screenshot che indicavano un argomento su “devastazione e saccheggio”. Una conferma indiretta è arrivata il 25 giugno: sebbene la busta estratta riguardasse la bancarotta fraudolenta, tra quelle predisposte ma non utilizzate figurava proprio il tema su devastazione e saccheggio.

Una coincidenza ritenuta dai concorrenti troppo precisa per essere ricondotta a una semplice previsione “papabile”, tale da tradursi in una denuncia circostanziata. La tensione è esplosa venerdì 26 giugno, durante lo scritto di diritto amministrativo. Un gruppo di candidati ha inscenato una protesta formale in aula, costringendo la commissione a riunirsi in disparte per oltre un’ora.

L’esito ha rilievo istituzionale: la segnalazione è stata verbalizzata e trasmessa alla Procura di Roma. Nonostante il clima incandescente, con la dettatura della traccia accompagnata da fischi e urla di “vergogna”, la sessione è proseguita.

A complicare ulteriormente il quadro, è stato segnalato un secondo episodio: sul tavolo dei commissari sarebbe stata notata una sentenza del Consiglio di Stato in materia di accesso civico, argomento circolato come possibile quesito di amministrativo. Il documento, secondo quanto riferito, è stato poi acquisito dalla Polizia penitenziaria.

La regolarità dell’intera selezione appare ora appesa a un filo. Oltre mille candidati si sono riuniti in un gruppo WhatsApp per raccogliere elementi e predisporre ricorsi al Tar, chiedendo l’annullamento totale o parziale del concorso.

In gioco non ci sono soltanto i sacrifici economici e gli anni di studio di migliaia di giovani e delle loro famiglie, ma anche l’immagine della magistratura, chiamata a garantire procedure impermeabili a ogni sospetto e condizioni di assoluta parità.

Spetterà alla Procura di Roma fare piena luce su una vicenda che rischia di segnare uno dei più gravi cortocircuiti di fiducia nel reclutamento pubblico italiano.