USA
La Corte Suprema ferma Trump sullo ius soli: negli Stati Uniti la cittadinanza per nascita resta un principio costituzionale
Una sentenza storica, scritta dal giudice capo John Roberts, chiude uno dei fronti più simbolici della stagione trumpiana
Con un voto di 6 a 3, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha respinto l'ordine esecutivo con cui Donald Trump tentava di restringere la cittadinanza per diritto di nascita, riaffermando che il 14° emendamento protegge anche i figli nati negli Usa da genitori privi di status regolare o presenti solo temporaneamente nel Paese. La decisione è arrivata il 30 giugno 2026, con l'opinione della maggioranza firmata dal giudice capo John Roberts.
Il principio è semplice nella sua formulazione e carico di conseguenze: nascere sul suolo americano significa essere americani. La Corte ha stabilito che la Casa Bianca non può riscrivere da sola il significato di una garanzia costituzionale che, inserita nel 1868 dopo la Guerra civile, nacque anche per smentire l'eredità razzista della sentenza Dred Scott, con cui nel 1857 la stessa Corte aveva negato la piena appartenenza civica ai neri americani.
Cosa voleva fare Trump
L'ordine esecutivo, firmato nel giorno dell'insediamento del secondo mandato con il titolo "Protecting the Meaning and Value of American Citizenship", sosteneva una lettura restrittiva della formula costituzionale "soggetti alla giurisdizione" degli Stati Uniti: secondo la Casa Bianca, non sarebbero automaticamente cittadini i bambini nati da genitori entrati irregolarmente o presenti con visti temporanei. Le agenzie federali venivano così istruite a non riconoscere la cittadinanza a una parte dei neonati sul territorio americano.
Era una rottura con oltre un secolo di prassi e giurisprudenza, e un test sui limiti del potere presidenziale: fino a che punto un presidente può usare un ordine esecutivo per ridefinire diritti che derivano direttamente dalla Costituzione? La risposta della Corte è stata netta: non fino a questo punto.
Il cuore della sentenza
Roberts ha ribadito che la Citizenship Clause garantisce la cittadinanza a chi nasce negli Stati Uniti ed è soggetto alla giurisdizione americana, con eccezioni storicamente molto limitate — i figli di diplomatici stranieri o di forze nemiche in occupazione. I figli di immigrati irregolari o di residenti temporanei rientrano invece nei requisiti fondamentali della clausola.
Il riferimento obbligato è al caso United States v. Wong Kim Ark del 1898, quando la Corte affermò che un uomo nato a San Francisco da genitori cinesi era cittadino americano in virtù della nascita sul territorio. Da allora il principio è considerato parte dell'architettura fondamentale della cittadinanza americana. La sentenza di oggi non inaugura una nuova fase: ripristina la linea della continuità costituzionale.
La vicenda ha alle spalle un anno di contenzioso. Nel 2025 diversi tribunali federali avevano già bloccato l'ordine esecutivo. In giugno dello stesso anno, con un altro voto 6-3, la Corte si era pronunciata solo su un punto procedurale — i limiti delle ingiunzioni nazionali con cui un singolo giudice federale può sospendere una politica per tutto il Paese — senza entrare nel mero costituzionale. Sul merito, un anno dopo, la direzione è stata opposta.
Le conseguenze concrete
La posta in gioco non era teorica. Secondo il Pew Research Center, nel 2022 sono nati negli Stati Uniti circa 255.000 bambini da madri immigrate non autorizzate. Il Migration Policy Institute ha stimato che una restrizione strutturale del birthright citizenship avrebbe prodotto nel lungo periodo una nuova popolazione priva di piena appartenenza legale, con ricadute su certificati di nascita, passaporti, accesso ai servizi, diritto di voto e possibilità di lavorare.
Il dissenso è stato guidato da Clarence Thomas, a conferma di una frattura ideologica profonda sul significato della clausola di cittadinanza e sul rapporto tra storia costituzionale e politiche migratorie. La decisione non chiude il conflitto culturale, ma fissa un limite legale chiaro.
Una sconfitta simbolica per Trump
L'attacco allo ius soli era uno dei tasselli più identitari della narrativa trumpiana sull'immigrazione: l'idea che la cittadinanza sia stata "svenduta" e che il confine debba essere difeso anche ridefinendo chi può dirsi americano. Proprio per questo la sconfitta in Corte Suprema pesa più di altre. Non è un inciampo regolamentare: è una smentita costituzionale.
La decisione segnala inoltre ai movimenti conservatori più radicali che non tutto può essere ottenuto attraverso gli ordini esecutivi: alcuni obiettivi richiederebbero un cambio di giurisprudenza di portata storica o addirittura una modifica costituzionale, traguardi ben più difficili di una firma presidenziale.
Sarebbe però un errore leggere la sentenza come un ridimensionamento generale della linea dura di Trump sull'immigrazione. Nelle ultime settimane la stessa Corte ha mostrato in altri dossier una maggiore disponibilità verso politiche restrittive dell'amministrazione, comprese alcune misure su asilo e frontiere. Il messaggio è più circoscritto: sull'immigrazione si può restringere molto, ma non fino a intaccare una garanzia costituzionale così radicata.