la storia
Cannabis, foglio rosa e assicurazione negata: perché il Tribunale ha imposto il risarcimento al motociclista
La sentenza smonta il rifiuto della compagnia e riaccende il dibattito sugli indennizzi
Il semplice rilievo di sostanze cannabinoidi o loro metaboliti nell’organismo non può automaticamente trasformarsi in una scorciatoia per negare una copertura assicurativa.
Quella pronunciata dal giudice di Ravenna Adriana Forastiere è una sentenza che farà discutere e non poco.
Il tribunale ha fissato il risarcimento dei danni per un motociclista che nel settembre del 2021 ha avuto un incidente autonomo.
L'uomo, che era risultato positivo alla cannabis e guidava con il foglio rosa, si era visto negare il pagamento del risarcimento.
Da qui il procedimento civile concluso con un esito favorevole per il motociclista perché non è stata dimostrata l’esistenza di uno stato di alterazione psicofisica al momento dell'incidente, né il nesso tra quell’ipotetica alterazione e la caduta.
L’incidente, il rifiuto della compagnia, la causa civile
La vicenda nasce da un incidente avvenuto nel settembre 2021. Il motociclista, in sella alla propria moto, cade a causa di un ostacolo sulla carreggiata. Le conseguenze non sono lievi: l’uomo viene portato in ospedale e sottoposto a un intervento urgente per lesioni al tendine d’Achille, con il concreto rischio di riportare postumi seri e una limitazione permanente nella deambulazione.
La moto era coperta da una polizza per gli infortuni del conducente. Eppure, al momento di liquidare il danno, la compagnia si oppone. La linea difensiva dell’assicurazione si fonda su due elementi: da un lato la positività alla cannabis; dall’altro il fatto che l’uomo fosse titolare del solo foglio rosa. Una combinazione che sarebbe stata sufficiente a escludere l’indennizzo. Da lì la scelta del motociclista di portare la questione davanti al giudice civile.
Il cuore della sentenza: “Non ci sono evidenze scientifiche”
Il passaggio decisivo della pronuncia del Tribunale di Ravenna è quello in cui il giudice prende in esame l’accertamento tossicologico. Il prelievo, osserva la sentenza, era stato effettuato circa due ore dopo il sinistro. Perché, scrive la giudice Adriana Forastiere, non vi sono evidenze scientifiche sufficienti per affermare che, in quel momento, il conducente fosse sotto l’effetto di sostanze stupefacenti al momento dell’incidente. La distinzione è fondamentale: una cosa è accertare che un soggetto abbia assunto cannabis in un momento precedente, altra cosa è dimostrare che stesse guidando in una condizione di alterazione psicofisica tale da aver inciso sulla dinamica del sinistro. Nella ricostruzione accolta dal tribunale, questo secondo passaggio probatorio non è stato compiuto.
La sentenza richiama anche un altro aspetto emerso negli atti: il test di conferma eseguito sul sangue sarebbe risultato negativo, mentre la positività inizialmente riscontrata nelle urine riguardava un metabolita inattivo del Thc, rilevabile anche a distanza di giorni dall’eventuale assunzione. Da qui la conclusione del giudice: non è stato dimostrato che il motociclista, al momento esatto della caduta, fosse effettivamente sotto l’influenza della sostanza.