Governo
Furto di fentanyl all'Israelitico: stretta sulla custodia dei farmaci e controlli Nas più severi
Vertice a Palazzo Chigi con l' ipotesi di revisione del D.P.R. 309/90
C’erano una cassaforte, un ospedale e un farmaco che in medicina serve a togliere dolore, non a crearne altro. Poi, nel giro di pochi giorni, quel nome — fentanyl — è uscito dai reparti, ha attraversato le cronache e si è seduto al tavolo di Palazzo Chigi. A far scattare l’allarme è stato il furto di 80 fiale all’Ospedale Israelitico di Roma, un episodio che ha acceso una reazione istituzionale immediata e che ora potrebbe tradursi in una revisione delle regole sulla custodia dei medicinali stupefacenti in tutta Italia.
Secondo quanto emerso dal vertice del 7 luglio 2026, presieduto dal sottosegretario Alfredo Mantovano, il governo starebbe valutando una ricognizione delle norme regionali oggi applicate alla conservazione dei farmaci stupefacenti, con l’obiettivo di capire se serva una normativa nazionale più stringente. Sul tavolo, insieme all’ipotesi di aggiornare il Testo Unico Stupefacenti, il D.P.R. 309/90, c’è anche un rafforzamento dei controlli affidati ai Nas.
Un caso locale che diventa questione nazionale
Il punto politico e sanitario è questo: il furto avvenuto a Roma non viene letto soltanto come un fatto di cronaca, ma come il segnale di una possibile fragilità del sistema di custodia. Per questo il Ministero della Salute, già il 3 luglio 2026, aveva annunciato l’avvio di un’ispezione e l’attivazione dei Carabinieri dei Nas, oltre alla preparazione di una nuova circolare destinata a potenziare i controlli su uso improprio, circolazione, conservazione e stoccaggio del fentanyl nelle strutture sanitarie e ospedaliere. La riunione di Palazzo Chigi rappresenta dunque un passo ulteriore: non più solo una risposta amministrativa urgente, ma l’avvio di una riflessione normativa più ampia.
È una distinzione tutt’altro che formale. Una circolare può rafforzare procedure e vigilanza; una modifica del D.P.R. 309/90 inciderebbe invece sull’architettura delle regole che disciplinano approvvigionamento, registrazione, detenzione e movimentazione delle sostanze stupefacenti e psicotrope. Il Testo Unico, entrato in vigore il 15 novembre 1990 e aggiornato più volte nel tempo, resta il perno normativo italiano in materia.
Che cosa prevede oggi il D.P.R. 309/90
Il cuore del problema sta in un equilibrio delicato: i farmaci stupefacenti devono essere accessibili quando servono ai pazienti, ma anche tracciati e custoditi in modo tale da ridurre al minimo il rischio di furti, dispersioni o usi impropri. Il Titolo VI del D.P.R. 309/90, dedicato a documentazione e custodia, impone registrazioni rigorose delle operazioni di entrata e uscita delle sostanze soggette a controllo, con obblighi formali stringenti per strutture autorizzate, farmacie e ospedali.
In altre parole, il sistema italiano non parte da zero. Esiste già una rete di vincoli documentali, di registri e di responsabilità. Tuttavia, proprio il caso di Roma suggerisce che il nodo non riguardi solo la norma scritta, ma anche la sua uniforme applicazione, la qualità delle procedure locali, la gestione concreta delle chiavi, degli accessi, della videosorveglianza, delle verifiche interne e della tempestività con cui eventuali anomalie vengono rilevate. Questa è probabilmente la ragione per cui il governo vuole prima mappare le regole regionali e poi, se necessario, intervenire con una stretta nazionale.
Perché il fentanyl richiede una vigilanza speciale
Il fentanyl non è un farmaco qualsiasi. L’Istituto Superiore di Sanità lo definisce un oppioide sintetico usato nel trattamento del dolore severo, in particolare nel dolore oncologico e in anestesia, con una potenza analgesica circa 80 volte superiore a quella della morfina. Proprio questa elevata potenza, unita al rischio di depressione respiratoria in caso di overdose, ne fa una sostanza clinicamente preziosa ma anche altamente sensibile sul piano della sicurezza.
È importante ricordarlo per evitare due errori opposti. Il primo è banalizzare, riducendo tutto a un titolo allarmistico. Il secondo è demonizzare uno strumento terapeutico indispensabile in molte situazioni cliniche. In Italia, come ricorda il Ministero della Salute, i medicinali stupefacenti — compresi gli oppioidi usati nella terapia del dolore — hanno un ruolo essenziale nella medicina moderna e il legislatore, con la legge 38 del 2010, ha lavorato negli anni anche per semplificare l’accesso alle cure palliative e ai farmaci analgesici quando appropriati.
Ed è qui che la discussione si fa più seria. Una stretta sulla custodia non può trasformarsi in un ostacolo per i pazienti che hanno bisogno del farmaco; deve semmai rafforzare la sicurezza della filiera senza compromettere l’appropriatezza clinica e la continuità delle cure. Il punto non è rendere il fentanyl “introvabile” negli ospedali, ma renderne più difficile la diversione, cioè il passaggio dal circuito legale a quello illecito.
Il piano del governo non nasce oggi
L’episodio romano si inserisce in un contesto già attenzionato dalle istituzioni. Il Ministero della Salute ha infatti richiamato esplicitamente il Piano nazionale di prevenzione contro l’uso improprio di fentanyl e di altri oppioidi sintetici, che negli ultimi anni ha orientato circolari, attività formative e azioni di controllo. A fine maggio 2026, lo stesso Ministero ha annunciato, insieme all’Istituto Superiore di Sanità, un corso ECM dedicato a “Fentanyl e oppioidi sintetici: Gestione clinica, rischi e strategie di intervento”, destinato non solo alle professioni sanitarie ma anche alle forze dell’ordine.
Questo dettaglio è rilevante perché mostra che la risposta pubblica non si limita alla repressione. La strategia si muove su più livelli: formazione, sorveglianza, controllo prescrittivo, aggiornamento delle tabelle, cooperazione tra sanità e forze di polizia. Il caso delle fiale rubate accelera questa traiettoria e la rende più visibile, ma non la crea dal nulla.

Il ruolo dei Nas: non solo indagini, ma presidio della filiera sanitaria
Quando si parla di maggiori controlli, il riferimento ai Nas non è accessorio. Il Comando Carabinieri per la Tutela della Salute è la struttura specializzata che vigila su strutture sanitarie, ospedali, ambulatori, farmacie e, più in generale, sui settori in cui la tutela della salute pubblica richiede competenze investigative e ispettive dedicate. Oggi il comando dispone di circa 900 unità specializzate, articolate in 3 gruppi e 38 nuclei distribuiti sul territorio nazionale; inoltre opera in raccordo con l’Aifa per il settore farmaceutico.
Nel caso del fentanyl questo significa una cosa precisa: i controlli non riguardano soltanto l’eventuale autore del furto, ma l’intera catena di sicurezza. Procedure di stoccaggio, modalità di accesso ai locali, coerenza dei registri, gestione delle scorte, rispetto dei protocolli, tempestività delle segnalazioni. Se davvero il governo sceglierà di irrigidire le regole, è probabile che una parte decisiva della loro efficacia dipenderà proprio dalla capacità di verificare sul campo che non restino carta.
Non solo Italia: l’Europa osserva con crescente preoccupazione gli oppioidi sintetici
Anche se la situazione italiana non è sovrapponibile a quella nordamericana, il contesto europeo invita alla prudenza. Nel Rapporto europeo sulle droghe 2026, l’EUDA segnala che gli oppioidi restano la categoria di sostanze più spesso coinvolta nei decessi da overdose e stima in quasi 7.600 i morti droga-correlati nell’Unione europea nel 2024. Il rapporto segnala inoltre una crescente attenzione verso gli oppioidi sintetici ad alta potenza, compreso il fentanyl, e richiama il caso della Bulgaria, dove tra il 2024 e il 2025 il fentanyl è stato associato a oltre 100 decessi.
Questo non significa che l’Italia stia vivendo la stessa emergenza. Significa, più sobriamente, che il margine di sottovalutazione si è ristretto. L’ISS sottolinea che il fentanyl terapeutico può essere oggetto di uso improprio, abuso o diversione dai canali legali al mercato illecito; e il Ministero della Salute ha già intensificato negli ultimi mesi la sorveglianza sulle ricette e la vigilanza sui circuiti di distribuzione.
Che cosa potrebbe cambiare davvero
Senza un testo normativo già pubblicato, è prematuro entrare nel dettaglio. Ma dai segnali emersi si possono individuare almeno quattro direttrici plausibili.
La prima è una maggiore uniformità nazionale delle regole di conservazione, oggi potenzialmente differenziate nelle applicazioni regionali e aziendali. La seconda è l’inasprimento degli standard minimi per custodia, stoccaggio e accesso ai farmaci stupefacenti nelle strutture sanitarie. La terza è il rafforzamento della tracciabilità e delle verifiche periodiche, anche con controlli più frequenti da parte dei Nas. La quarta è l’aggiornamento del quadro interpretativo attraverso nuove circolari ministeriali, in attesa o in alternativa a una vera riforma del D.P.R. 309/90. Queste ipotesi derivano dall’insieme delle misure già annunciate e dalla linea indicata dal vertice di Palazzo Chigi, ma dovranno essere verificate alla luce degli atti ufficiali che verranno eventualmente adottati.
La lezione più importante: sicurezza e cura non sono obiettivi in conflitto
La tentazione, in casi come questo, è scegliere una narrazione semplice: o l’emergenza sicurezza, o il diritto alla terapia del dolore. In realtà la sanità seria tiene insieme entrambe le cose. Un sistema che custodisce male i farmaci mette a rischio i cittadini; un sistema che reagisce irrigidendo senza misura l’accesso ai medicinali mette a rischio i pazienti. La vera sfida è costruire procedure capaci di proteggere tutti: chi è ricoverato, chi prescrive, chi somministra, chi controlla.
Per questo il passaggio più interessante delle ultime ore non è solo la promessa di una stretta. È l’idea di una ricognizione prima ancora della riforma: capire dove le regole funzionano, dove sono disomogenee, dove si aprono zone d’ombra. In sanità, spesso, le crisi peggiori non nascono dall’assenza totale di norme, ma dalla distanza tra le norme e la loro pratica quotidiana. Il furto di Roma lo ha ricordato con brutalità. E ora il governo prova a trasformare quell’allarme in un test di sistema.