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FRANCIA

Marine Le Pen condannata in Appello a tre anni di carcere, ma la partita per l’Eliseo resta aperta

La sentenza ridisegna la corsa presidenziale francese: Jordan Bardella corre nei sondaggi, ma la leader non esce di scena e la destra radicale si scopre più forte

08 Luglio 2026, 10:46

10:50

Marine Le Pen condannata in appello, ma la partita per l’Eliseo resta apertissima

Alle 13,30 del 7 luglio 2026, in un’aula di Parigi, non si è deciso soltanto il destino giudiziario di Marine Le Pen. Si è incrinato, forse definitivamente, il meccanismo politico che da anni regge l’ascesa del Rassemblement national: una leader esperta, riconoscibile, ormai normalizzata agli occhi di una parte crescente dell’elettorato, e un delfino giovane, mediatico, spendibile come riserva di lusso. La condanna in appello per il caso degli assistenti parlamentari europei non cancella la presidente storica del partito, ma obbliga l’estrema destra francese a vivere simultaneamente in due campagne: quella di Le Pen e quella, potenziale ma sempre meno teorica, di Jordan Bardella.

La Corte d’appello di Parigi ha confermato la colpevolezza di Marine Le Pen nell’inchiesta sull’uso illecito di fondi del Parlamento europeo destinati agli assistenti degli eurodeputati del vecchio Front national, oggi Rassemblement national. In appello, però, la pena è stata rimodulata rispetto al primo grado del 2025: tre anni di carcere, di cui due con la condizionale e uno da scontare con braccialetto elettronico, una multa da 100.000 euro e soprattutto 45 mesi di ineleggibilità, di cui 30 sospesi. Tradotto politicamente: la parte effettiva dell’ineleggibilità sarebbe di 15 mesi, elemento decisivo perché, almeno in linea teorica, lascia aperta una finestra per una candidatura all’Eliseo nel 2027.

È qui che il caso giudiziario si trasforma in detonatore politico. In primo grado, la sanzione di cinque anni di ineleggibilità con esecuzione immediata sembrava poter stroncare senza appello la quarta corsa presidenziale della leader nazionalista. La decisione di secondo grado, pur essendo una condanna pesante e simbolicamente devastante, produce un effetto più ambiguo: Le Pen è condannata, ma non eliminata; indebolita, ma non ritirata; ferita, ma ancora in grado di imporre tempi e linguaggio al proprio partito. È la peggiore delle incertezze per gli avversari, ma anche la più delicata delle transizioni per il suo stesso campo.

A rendere ancora più complesso il quadro c’è un altro dato: Marine Le Pen ha annunciato di voler ricorrere alla Cour de cassation, la più alta giurisdizione francese per i ricorsi di legittimità. Dopo la sentenza, ha anche ribadito in televisione la volontà di candidarsi comunque alle presidenziali del 2027. Ma la strada resta stretta. Per mesi la leader del RN aveva lasciato intendere di non voler condurre una campagna con il peso materiale e simbolico del braccialetto elettronico; ora insiste sulla possibilità di correre, confidando nei tempi del ricorso e in un margine giuridico che le consenta di evitare gli aspetti più penalizzanti della pena durante la campagna. Il punto, però, non è soltanto se possa candidarsi: è se possa farlo senza trasformare la campagna in un referendum permanente sulla propria condanna.

La condanna che non chiude il ciclo Le Pen

L’affaire degli assistenti parlamentari è uno dei dossier più corrosivi nella lunga storia giudiziaria del partito lepenista. I fatti contestati riguardano il periodo 2004-2016: secondo l’accusa, fondi del Parlamento europeo destinati al lavoro degli assistenti sarebbero stati usati per retribuire figure che in realtà operavano nell’interesse del partito in Francia. La giustizia francese parla di un meccanismo organizzato, non di un’irregolarità marginale. Ed è proprio questo che rende la vicenda tanto delicata per una forza politica che da anni tenta di apparire come partito di governo, capace di ordine, rigore e rispettabilità istituzionale.

Per Marine Le Pen, il danno è duplice. Da un lato c’è il danno penale, concreto, misurabile in pena e restrizioni. Dall’altro c’è il danno strategico: la leader che aveva lavorato per “normalizzare” l’immagine del suo campo si ritrova nuovamente associata a una vicenda di uso improprio di denaro pubblico europeo, proprio mentre ambisce a presentarsi come incarnazione dell’alternanza credibile. La sua forza politica è sempre stata quella di trasformare gli attacchi in carburante elettorale; ma qui la difficoltà è più sottile, perché la sentenza tocca la questione della credibilità di governo, non solo la retorica antisistema.

Eppure sarebbe un errore leggere questa sentenza come l’uscita di scena automatica della leader del RN. Anzi, la parabola di Le Pen in questi anni dimostra il contrario: tre campagne presidenziali, due ballottaggi, una progressiva capacità di consolidarsi come figura centrale della politica francese, fino a rendere plausibile una vittoria che un decennio fa sembrava fantapolitica. Persino ora, dopo la condanna, il suo nome continua a pesare come quello di una candidata in grado di mobilitare un blocco elettorale vasto e molto fidelizzato.

Bardella avanti nei sondaggi: il vantaggio c’è, ma non basta da solo

Il dato che agita il sistema politico francese è semplice: in diversi sondaggi recenti, Jordan Bardella appare più forte di Marine Le Pen al primo turno. Un sondaggio Ifop-Fiducial per LCI e Le Figaro, citato da Reuters, attribuiva a Bardella fino al 37% delle intenzioni di voto, contro il 32% di Le Pen. È un vantaggio reale, e politicamente eloquente: il presidente del partito non è più soltanto un volto d’apparato o una figura sostitutiva, ma un’opzione percepita da parte dell’elettorato come addirittura più competitiva della sua mentore.

Ma i sondaggi, da soli, non chiudono il dibattito. E qui il titolo evocato da Le Monde coglie un punto fondamentale: le campagne non sono scritte in anticipo. Un conto è guidare le intenzioni di voto a molti mesi dal primo turno; un altro è reggere l’urto di una campagna presidenziale francese, lunga, feroce, personalizzata, dove esperienza, tenuta, capacità di improvvisazione e credibilità internazionale contano almeno quanto la popolarità del momento. Lo stesso RN sa che Bardella funziona benissimo come acceleratore di consenso, ma non è ancora stato testato fino in fondo come candidato all’Eliseo sotto pressione.

Il paradosso è che molti avversari di destra, di centro e di sinistra vedono in Bardella un volto elettoralmente potente ma politicamente più esposto. È giovane, telegenico, disciplinato, capace di parlare a un elettorato ampio; tuttavia non ha l’esperienza accumulata da Marine Le Pen in tre presidenziali e in anni di scontri televisivi, crisi internazionali, riposizionamenti programmatici. Nelle retrovie del sistema politico francese, l’idea che Le Pen sia più difficile da battere nel lungo periodo di una campagna resta diffusa. Per questo il vantaggio del presidente del RN nei sondaggi non equivale automaticamente a una superiorità strategica definitiva.

Perché Le Pen può ancora recuperare terreno

La possibilità di una rimonta di Marine Le Pen non è solo un riflesso della sua resilienza personale. Dipende da almeno tre fattori. Il primo è la struttura dell’elettorato RN: molto identitario, molto lealista, spesso incline a leggere i guai giudiziari della leader come prova di accanimento del sistema più che come delegittimazione politica. Il secondo è la personalizzazione estrema della politica francese: nei momenti decisivi, una quota di elettori tende a scegliere il volto più conosciuto, soprattutto se percepisce la posta in gioco come eccezionale. Il terzo è che la concorrenza nel campo centrista e conservatore resta frammentata, e questa dispersione continua a favorire il Rassemblement national in quasi tutti gli scenari di primo turno.

C’è poi un elemento di calendario tutt’altro che secondario. Secondo le ricostruzioni circolate sui media francesi, avendo già “consumato” parte del periodo dalla decisione di primo grado del 31 marzo 2025, Le Pen potrebbe ritrovare la piena eleggibilità il 31 marzo 2027, cioè poco più di due settimane prima del primo turno delle presidenziali. È un orizzonte strettissimo, ma non irrilevante: abbastanza vicino da alimentare la speranza dei suoi sostenitori, abbastanza incerto da impedire al partito di chiudere davvero il dossier candidatura. In una campagna costruita sulla tensione tra vittimismo giudiziario e promessa di rivincita, un simile calendario potrebbe perfino diventare un moltiplicatore narrativo.

Naturalmente, il recupero non è affatto garantito. Se la questione del braccialetto elettronico restasse centrale e visibile, l’impatto simbolico potrebbe essere pesantissimo. Fare campagna nazionale mentre si è sottoposti a questo tipo di misura restrittiva significherebbe offrire agli avversari un’immagine fortissima e destabilizzante: non la candidata perseguitata dal sistema, ma la candidata condannata che chiede comunque di guidare lo Stato. Alcuni esperti legali citati dai media ritengono che la misura complicherebbe la campagna senza renderla del tutto impossibile; il problema, però, prima ancora che logistico, sarebbe politico.

Il tandem Le Pen-Bardella: forza elettorale o ambiguità strategica?

Per mesi il Rassemblement national ha lavorato su un equilibrio calibrato: Marine Le Pen come candidata “naturale”, Jordan Bardella come presidente del partito e possibile piano B. Dopo la sentenza, questo dualismo è diventato il centro stesso della strategia. Le Pen ha confermato pubblicamente che, in caso di elezione, vedrebbe Bardella a Matignon come primo ministro. È un modo per ribadire che il tandem regge, che non c’è competizione interna, che il partito dispone di una coppia dirigente e non di una successione traumatica. Ma è anche un’ammissione implicita: il RN deve vendere contemporaneamente due leadership perché non sa ancora quale sarà davvero spendibile fino in fondo.

Questa ambiguità può essere una risorsa tattica, ma anche una fragilità. Se Le Pen resta formalmente in corsa troppo a lungo senza sciogliere i nodi giudiziari, Bardella rischia di apparire congelato, eterno sostituto mai emancipato del tutto. Se invece il partito accelerasse troppo sulla sua investitura, sembrerebbe certificare che la leader storica è politicamente finita, consegnando agli avversari una narrazione di declino. Per ora il RN prova a tenere insieme le due linee: compattezza pubblica, massima prudenza interna, nessun gesto che assomigli a una detronizzazione della leader.

Una sentenza che pesa oltre il RN

La vicenda non riguarda solo l’estrema destra francese. Riguarda l’intero assetto politico del Paese a meno di un anno dalla presidenziale del 2027. Con Emmanuel Macron fuori gioco per limiti costituzionali, la Francia entra in una fase in cui il candidato del blocco centrale non è ancora stabilizzato, la destra tradizionale cerca spazio e la sinistra continua a inseguire una formula competitiva. In questo contesto, il RN resta il perno negativo di tutti i calcoli: tutti ragionano in funzione della sua forza, ma nessuno sa ancora con certezza quale volto avrà.

Per gli avversari di Le Pen e Bardella, la sentenza produce un sollievo solo parziale. Certo, una condanna penale offre argomenti politici e morali. Ma la decisione d’appello non ha disinnescato il potenziale elettorale del RN; semmai lo ha reso più imprevedibile. Se la candidatura fosse di Bardella, la campagna potrebbe spostarsi su giovinezza, rinnovamento e “post-lepenismo” senza rinunciare al marchio ideologico del partito. Se invece Le Pen riuscisse a rimanere competitiva, trasformerebbe la condanna in un asse di mobilitazione contro “le élite”, alimentando una narrativa di resistenza già ampiamente sperimentata.

In altre parole, il verdetto non chiude il romanzo politico di Marine Le Pen: ne apre il capitolo più rischioso. Il suo nome esce indebolito dalla giustizia, ma non cancellato dalla politica. Jordan Bardella conferma di essere più di un erede designato, ma non ancora una soluzione semplice. E la Francia scopre che il vero effetto della sentenza non è l’eliminazione di una candidatura, bensì la sospensione di tutte le certezze. Nel momento in cui il RN sembra il più forte nelle urne, appare anche costretto a fare i conti con la sua più antica fragilità: la dipendenza da una leadership personale che nessun sondaggio, da solo, può sostituire davvero.