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l'inchiesta

L'amico, la bomba e il movente fantasma: tutto quello che non torna nel caso Ranucci

Valter Lavitola accusato di aver ordinato l'attentato contro il conduttore di Report. Ma la vittima lo difende e la pista giornalistica vacilla

08 Luglio 2026, 18:33

18:40

L'amico, la bomba e il movente fantasma: tutto quello che non torna nel caso Ranucci

C’è un’immagine che stona, un contrasto tanto netto da incrinare l’impianto di un’indagine che, pur ricca di riscontri operativi, sembra priva del suo cuore: il movente.

La sera del 16 ottobre 2025 un ordigno ha devastato l’esterno della villetta romana di Sigfrido Ranucci, volto simbolo del giornalismo d’inchiesta italiano. Oggi, a mesi di distanza, l’ipotesi della Procura di Roma è che a ordinare quell’attentato sia stato Valter Lavitola, ex editore e imprenditore. Eppure, scorrendo gli atti, i conti non tornano.

Il paradosso dell’amicizia

Il primo, clamoroso cortocircuito riguarda il rapporto tra presunto mandante e vittima. Per quale ragione Lavitola, legato da un rapporto personale e di amicizia con Ranucci, avrebbe dovuto assoldare un commando per far saltare in aria la sua abitazione? Le reazioni dei diretti interessati sono indicative: il conduttore di Report ha parlato di “stordimento”, dichiarandosi convinto dell’innocenza del suo presunto attentatore; lo stesso Lavitola, interrogato l’8 luglio 2026, si è detto “sconvolto” dalle accuse proprio in virtù di quel legame. Ipotesi investigative così gravi — una strage aggravata dal metodo mafioso contro un amico — richiedono una ragione ferrea. Ed è qui che emerge il secondo, pesante vuoto.

Il movente che evapora

All’inizio lo schema sembrava scontato: Report indaga su criminalità organizzata e poteri opachi, dunque la bomba è una ritorsione per le inchieste. L’ingresso di Lavitola nel registro degli indagati ha però scompaginato il quadro. Fonti investigative ammettono che la pista professionale stia perdendo consistenza, costringendo i magistrati a esplorare scenari legati a dinamiche private o ad ambiti più opachi. Resta il “perché”, il punto più oscuro dell’intera vicenda. I pm cercano nei telefoni e nei computer sequestrati lo scorso 4 luglio la risposta alla domanda decisiva: cosa avrebbe potuto spingere Lavitola a un gesto così estremo?

L’ordigno e la sproporzione dell’attacco

A rendere tutto ancora meno comprensibile è la natura stessa dell’azione. Non un botto dimostrativo, ma una carica di “gelatina da cava”, materiale obsoleto ma di potente capacità distruttiva. Solo il caso ha evitato vittime: la figlia del giornalista era rientrata in casa venti minuti prima della deflagrazione. Ha senso che un amico, pur animato da eventuali rancori privati, decida di collocare un esplosivo in grado di mettere a rischio l’intera famiglia?

L’intermediario improbabile e i sicari professionisti

C’è poi la logistica, che accosta elementi da spy story a dettagli quasi grotteschi. Da un lato, un commando strutturato — quattro gli arrestati — capace di muoversi con auto a noleggio, sim dedicate, disponibilità di fondi, coperture legali e piani di fuga all’estero: un’organizzazione di stampo mafioso che non lascia nulla al caso. Dall’altro, la Procura individua come “intermediario” tra esecutori e mandante un 47enne camerunense, Gomes Clesio Tavares. Chi è l’uomo che avrebbe contattato una batteria di bombaroli professionisti? Un dipendente di una società riconducibile a Lavitola, addetto alla gestione di un ristorante a Monteverde Vecchio. Lavitola avrebbe persino effettuato con lui un “sopralluogo”, un mese prima, davanti all’abitazione di Ranucci. Perché un ex editore dovrebbe esporsi di persona, accanto al dipendente del proprio ristorante, per un sopralluogo sotto casa di un volto noto della tv e, subito dopo, affidargli il compito di reclutare un commando mafioso? La Direzione distrettuale antimafia ha stretto il cerchio sul “come” sia stata eseguita l’azione e sui presunti esecutori. Ma il salto dal gruppo operativo alla filiera decisionale poggia ancora su una ricostruzione accusatoria che, nel contraddittorio processuale, dovrà trovare riscontri solidi.

Finché l’analisi dei dati digitali non colmerà queste lacune, l’inchiesta sulla bomba a Report resterà un puzzle con troppi pezzi fuori posto.