la guerra
L'America riapre il fronte di Hormuz: secondo attacco in 24 ore contro i Pasdaran
Smantellata la rete di difesa costiera iraniana. I mercati tremano e il greggio sfiora gli 80 dollari.
Gli Stati Uniti hanno ripreso ufficialmente le operazioni militari nello Stretto di Hormuz, segnando un netto ritorno allo scontro aperto e archiviando la fragile parentesi diplomatica con l’Iran. Nel giro di 24 ore, Washington ha lanciato due ondate consecutive di raid contro infrastrutture legate a Teheran, accantonando i moniti simbolici per avviare una vera e propria campagna volta a ristabilire la deterrenza nel Golfo.
ABD, İran'ın Bushehr şehrine saldırı düzenledi.pic.twitter.com/P9sgiKHQ7N
— BPT (@bpthaber) July 8, 2026
La riattivazione dell’offensiva certifica il naufragio della diplomazia. Il presidente Donald Trump ha di fatto dichiarato “finito” l’accordo di cessate il fuoco, svuotando l’intesa provvisoria che mirava a garantire una finestra negoziale di sessanta giorni in Qatar.
A innescare la risposta armata del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) sono state le “recenti aggressioni ingiustificate” attribuite a forze iraniane contro tre navi commerciali in transito: la M/T Al Rekayyat, la M/T Wedyan e la M/T Cyprus Prosperity.
Le operazioni statunitensi hanno assunto un carattere sistematico: l’obiettivo non è più una ritorsione una tantum, ma una missione per erodere e indebolire le capacità con cui Teheran mette a rischio la libertà di navigazione.
Il 7 luglio 2026 una massiccia ondata di attacchi con munizionamento di precisione ha colpito oltre ottanta obiettivi, neutralizzando sistemi di difesa aerea, siti radar, reti di comando e oltre sessanta imbarcazioni dei Pasdaran. Il giorno successivo, le azioni sono proseguite lungo la costa meridionale iraniana. I media statali di Teheran hanno riferito di esplosioni a Bandar Abbas, Sirik, Chabahar e sull’isola di Lavan.
Il ritorno alla forza militare ha immediatamente fatto scattare l’allarme per l’economia globale. Dallo Stretto di Hormuz transita tra il 25% e il 30% del petrolio mondiale e il 20% del gas naturale liquefatto, rendendo questo corridoio marittimo un passaggio imprescindibile per gli approvvigionamenti energetici del pianeta.
Alla notizia dei raid, i mercati hanno prezzato il rischio: il Brent è balzato del 5,2% a 78,02 dollari al barile, superando temporaneamente quota 80. Istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale avvertono che le ripercussioni andranno oltre il Golfo: la ripresa delle operazioni militari comporterà ritardi logistici, premi assicurativi più elevati e nuove, pesanti pressioni inflazionistiche per i Paesi importatori in Europa e in Asia.