il caso
Da Erdogan pistole in regalo ai vertici NATO: l'imbarazzo dei leader occidentali
Mentre si discute di aiuti a Kiev e spese militari, Erdoğan sfoggia i muscoli dell'industria turca
Al vertice NATO di Ankara del 7 e 8 luglio 2026, i capi di Stato e di governo si sono trovati di fronte a un dono inatteso e diplomaticamente spiazzante offertto dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan: un revolver vero, con incisione personalizzata e corredato di munizioni. Un episodio ben lontano dalla semplice curiosità di protocollo, rapidamente trasformatosi in caso internazionale e rivelatore delle fragilità comunicative di un’Alleanza che si proclama difensiva e garante della pace, mentre la sua iconografia appare sempre più esplicitamente armata.
Nel complesso presidenziale di Beştepe, mentre si discutevano il rafforzamento della deterrenza, l’obiettivo di portare la spesa per la difesa al 5% del PIL entro il 2035 e il sostegno massiccio all’Ucraina, la comparsa della scatola di legno contenente l’arma corta ha imposto ai leader occidentali la gestione di un forte imbarazzo, tanto logistico quanto politico.
A sollevare per primo il velo sul “regalo che nessuno si aspettava” è stato il premier britannico Keir Starmer durante il volo di rientro. Le reazioni istituzionali, molto variegate, raccontano le difficoltà delle democrazie occidentali di fronte all’estetica della forza. A causa delle severe normative sui piccoli calibri vigenti nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, Starmer e il primo ministro olandese Rob Jetten hanno optato per lasciare l’arma in Turchia. Il premier canadese Mark Carney ha scelto di imbarcarla, ma rigorosamente priva di proiettili; il cancelliere tedesco Friedrich Merz l’ha consegnata all’ambasciata ad Ankara per la registrazione ufficiale. In Italia, la rivoltella destinata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata inviata a Palazzo Chigi, nel solco delle norme sui doni istituzionali, inserendosi così in un delicato dibattito nazionale su costi e priorità del riarmo. Particolarmente simbolica la decisione della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di far mettere in sicurezza la pistola per poi destinarla a un museo militare: una vera e propria “neutralizzazione politica oltre che tecnica” che converte un potenziale strumento offensivo in un reperto per la memoria pubblica.
Dietro lo sconcerto diplomatico, la mossa del presidente turco appare tutt’altro che eccentrica. L’arma, identificata dalla stampa come una Gümüşay .357 Magnum, è un manifesto del “made in Türkiye” strategico. Erdoğan ha sfruttato la vetrina dell’Alleanza per un’operazione spregiudicata di “marketing di Stato”, volta a mettere in mostra un’industria bellica nazionale in piena espansione, capace di proiettare la Turchia al terzo posto tra i principali esportatori mondiali di armi leggere nel periodo 2019-2024, subito dietro Stati Uniti e Italia.