La guerra
Hormuz "semi chiuso" e l'Iran nel mirino di Trump: "Tregua finita, ma i negoziati vanno avanti"
Una linea di ambiguità strategica pensata per tranquillizzare i mercati del petrolio e tenere alta la pressione militare sul regime degli ayatollah
La tregua in Medio Oriente appare ormai agli sgoccioli, ma il canale negoziale non è del tutto chiuso. L’amministrazione guidata da Donald Trump sta perseguendo una strategia di “escalation controllata” e di deliberata ambiguità, in cui l’inasprimento della pressione militare e politica si combina con la disponibilità a mantenere aperto il confronto con Teheran.
Il presidente statunitense ha definito “finito” il cessate il fuoco con l’Iran, dopo una nuova serie di attacchi e contrattacchi tra forze americane e milizie vicine a Teheran nel Golfo. Pur adottando toni perentori, Trump ha lasciato intendere che la trattativa possa proseguire. Nella sua narrazione, la Repubblica islamica, pur restia ad accettare le condizioni di Washington, avrebbe un forte interesse a continuare il dialogo per evitare un’escalation fuori controllo.
L’obiettivo degli Stati Uniti è conservare uno spazio diplomatico in grado di piegare le resistenze del regime sui dossier chiave: il programma nucleare, la sicurezza nel Golfo Persico e la piena riapertura dello Stretto di Hormuz.
A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono minacce personali di estrema gravità. Trump ha alzato la posta avvertendo che, qualora l’Iran tentasse un attentato contro di lui, la risposta americana sarebbe di “massima intensità”. Questa personalizzazione dello scontro trova riscontro in elementi concreti: il Dipartimento di Giustizia ha confermato l’esistenza di minacce reali e continuative contro il presidente da parte di asset legati all’orbita iraniana, che lo considerano un nemico giurato sin dall’uccisione del generale Qassem Soleimani nel 2020.
Mentre la retorica presidenziale oscilla tra aperture e ultimatum, i mediatori regionali — in particolare Qatar e Pakistan — lavorano senza sosta per salvare un negoziato indiretto ormai logoro. In gioco non ci sono solo gli equilibri del Medio Oriente, ma anche la stabilità dell’economia mondiale: ogni segnale di instabilità nello Stretto di Hormuz, il principale chokepoint per il transito del petrolio, si ripercuote immediatamente sui mercati, sui costi dell’energia e sull’inflazione.