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Commemorazione

Mattarella ad Andria, dieci anni dopo lo scontro fra treni: alle 11:05 il silenzio pesa, 23 nomi e una domanda di verità

I nomi delle vittime della tragedia letti uno per uno, il raddoppio dei binari e il processo ancora aperto

12 Luglio 2026, 12:53

13:00

Andria, il minuto che non passa mai: dieci anni dopo la strage dei treni, la memoria chiede ancora verità e sicurezza

Davanti alla stazione, nel punto in cui il tempo si è fermato alle 11:05, la commemorazione del decennale non è stata soltanto un rito civile: è diventata il racconto di una ferita collettiva che la Puglia non ha mai davvero chiuso

Alle 11:05 il silenzio ha avuto un peso fisico. Non un vuoto, ma una presenza. È l’ora in cui, la mattina del 12 luglio 2016, due convogli si scontrarono frontalmente sulla tratta a binario unico tra Andria e Corato, in una delle più gravi tragedie ferroviarie dell’Italia recente. Dieci anni dopo, nello spazio davanti alla stazione di Andria, quel tempo spezzato è tornato a farsi pubblico: non più il frastuono del metallo, ma 23 rintocchi di campana, uno per ciascuna vittima, e la lettura dei loro nomi davanti ai familiari, ai sopravvissuti e alle istituzioni. Alla cerimonia ha partecipato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, presenza che ha dato al decennale il valore di una memoria non solo locale, ma nazionale.

Il capo dello Stato è tornato in una terra che conosce bene il linguaggio del lutto pubblico. Mattarella era già stato ad Andria nel luglio 2016, quando partecipò ai funerali delle vittime e incontrò i familiari e le comunità sconvolte da quella catastrofe. La sua presenza nel decennale, accolta dopo l’invito rivolto dalla sindaca Giovanna Bruno nei primi mesi del 2026, ha avuto per questo un significato che va oltre il protocollo: è apparsa come la continuità di una vicinanza istituzionale che, per chi è rimasto, non è un dettaglio ma una forma di riconoscimento.

Attorno a quel palco, allestito davanti alla stazione, Andria ha messo in scena una memoria sobria ma densissima. Con Giovanna Bruno erano presenti il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, la prefetta Flavia Anania e il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, insieme ai rappresentanti delle istituzioni civili e religiose e ai familiari delle vittime. Il programma della cerimonia prevedeva la deposizione di una corona davanti alla stele commemorativa, il minuto di silenzio esattamente all’ora dell’impatto, i 23 rintocchi e la lettura dei nomi: una sequenza essenziale, quasi scarna, che proprio per questo ha restituito tutta la misura del dolore.

La ferita che cambiò la geografia morale della Puglia

La collisione del 12 luglio 2016 avvenne nelle campagne tra Andria e Corato, lungo la linea Bari-Barletta gestita da Ferrotramviaria. Due treni locali si trovarono sullo stesso tratto di linea singola e si scontrarono frontalmente. Il bilancio fu devastante: 23 morti e decine di feriti. Per la Puglia, e in particolare per il territorio del Nord Barese, non fu soltanto un incidente: fu un trauma collettivo che scoprì in un colpo solo la fragilità di un’infrastruttura, i limiti di un sistema e il costo umano di ogni falla nella catena della sicurezza.

Negli anni, quella tragedia è diventata anche il simbolo di una domanda rimasta costante: com’è stato possibile? La relazione d’indagine del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha ricostruito l’incidente come il risultato di una concatenazione di fattori, spiegando che la contemporanea occupazione della tratta a binario singolo non fu il prodotto di un solo elemento isolato, ma di criticità diverse che, sommandosi, portarono all’impatto. È una formula tecnica, ma dentro contiene una verità più ampia: i disastri raramente nascono da un attimo solo, quasi sempre maturano nei punti in cui procedure, controlli, organizzazione e cultura della sicurezza smettono di reggere insieme.

Per questo il decennale celebrato ad Andria non ha avuto il tono chiuso della sola commemorazione. In filigrana, e spesso anche apertamente, è riemerso il tema della sicurezza ferroviaria e della responsabilità pubblica. La memoria, qui, non coincide con il semplice ricordo dei nomi. Diventa piuttosto un obbligo civile: trasformare un lutto in una lezione permanente, impedire che l’eccezionalità della tragedia venga addomesticata dal passare del tempo, costringere istituzioni e gestori a misurarsi con ciò che quella strage ha rivelato.

Il valore politico e umano della presenza di Mattarella

La partecipazione del presidente della Repubblica ha conferito alla giornata un profilo alto, quasi da memoria repubblicana. Non è un aspetto secondario. Nelle tragedie collettive, la presenza del capo dello Stato serve anche a questo: a dire che il dolore di un territorio non riguarda soltanto quel territorio. L’agenda ufficiale del Quirinale riportava per domenica 12 luglio 2026, alle 11:00, l’appuntamento di Andria/Corato per il 10° anniversario dell’incidente ferroviario. È il segno formale di un riconoscimento istituzionale preciso, ma soprattutto della volontà di sottrarre quella vicenda al rischio della marginalità cronachistica.

A chiedere con forza questa presenza era stata la sindaca Giovanna Bruno, che aveva scritto a Mattarella sottolineando il valore nazionale del decennale. La città, del resto, lavorava da tempo a una costruzione pubblica della memoria. Il percorso, avviato secondo il Comune di Andria già dal 2021, è sfociato nel 2024 nell’istituzione comunale della Giornata in ricordo delle vittime del 12 luglio 2016, mentre il 1° luglio 2026 la Giunta regionale pugliese ha approvato la delibera che avvia l’iter per rendere la ricorrenza stabile anche a livello regionale. Non una cerimonia isolata, dunque, ma un processo di sedimentazione civile e istituzionale.

In questo quadro si inserisce anche la scelta di Andria come sede principale della commemorazione ufficiale del 2026. Una decisione che ha un valore simbolico evidente: è qui che il disastro ha inciso più profondamente il tessuto sociale, è qui che la memoria ha assunto forma urbana, amministrativa e politica. Intorno alla stazione, non a caso, è stato anche previsto il “Largo 12 luglio 2016”, ulteriore segno di una città che prova a iscrivere nel proprio spazio pubblico ciò che non vuole lasciare alla sola archivistica del dolore.

I nomi letti uno per uno, contro l’anonimato delle cifre

Ogni strage rischia, col tempo, di diventare soprattutto un numero. Ventitré morti. Decine di feriti. Un processo. Una sentenza. Eppure la cerimonia di Andria ha insistito su un gesto semplice e decisivo: leggere i nomi. È un atto che in apparenza non aggiunge informazioni, ma restituisce alle vittime ciò che le statistiche inevitabilmente tolgono: identità, volto, appartenenza, relazioni. I 23 rintocchi non hanno soltanto segnato una conta; hanno imposto una pausa per ogni assenza, quasi a sottrarre ciascuna vita alla compressione impersonale del bilancio finale.

Questo è probabilmente il centro emotivo e politico del decennale. Perché le comunità colpite da un disastro non chiedono solo che si ricordi “l’evento”, ma che non si smarrisca la misura umana delle persone travolte. Nella memoria pubblica italiana, molte tragedie finiscono per essere identificate dal luogo o dalla data. Andria prova invece a tenere insieme tutto: il luogo, l’ora, i nomi, la responsabilità, la domanda di giustizia e il bisogno di futuro. È un equilibrio difficile, ma necessario, soprattutto quando il tempo rischia di diluire l’urgenza originaria.

Giustizia, processi e quel senso di incompiutezza che non si è spento

A dieci anni dal disastro, la vicenda giudiziaria resta parte essenziale del racconto. In primo grado, il Tribunale di Trani nel giugno 2023 condannò due imputati e assolse gli altri 14, individuando nell’errore umano il nucleo della responsabilità penale accertata. In appello, il 29 settembre 2025, la Corte d’Appello di Bari ha confermato l’impianto di fondo, riducendo però di alcuni mesi le pene: 6 anni e 3 mesi per il capostazione di Andria Vito Piccarreta e 6 anni e 9 mesi per il capotreno Nicola Lorizzo. Le assoluzioni sono rimaste 14.

È un passaggio che ha inciso profondamente sui familiari delle vittime e sull’opinione pubblica locale. Per una parte di loro, la conferma del quadro accusatorio limitato a due figure operative non ha chiuso il senso di frustrazione maturato in questi anni; anzi, ha lasciato aperta la percezione di una verità giudiziaria non del tutto coincidente con la complessità del disastro. È una distinzione importante: la verità processuale ha regole, soglie probatorie e perimetri precisi; il bisogno di giustizia sociale e morale, invece, spesso eccede quei confini.

La storia giudiziaria non è comunque esaurita. Secondo fonti locali, è stata fissata per il 7 ottobre 2026 un’udienza davanti alla Corte di Cassazione, indicata come prossimo snodo del procedimento. In attesa di quell’appuntamento, il decennale cade dunque in un momento in cui il capitolo giudiziario non può considerarsi definitivamente archiviato. Anche questo contribuisce a spiegare il clima di Andria: una commemorazione composta, ma non riconciliata; una memoria che non ha rinunciato a chiedere fino in fondo di capire e di vedere riconosciute tutte le eventuali responsabilità.

Cosa è cambiato sulla linea ferroviaria dopo la strage

Se la giustizia procede con i suoi tempi, sul piano infrastrutturale qualcosa è cambiato in modo concreto. Dopo oltre sei anni di interruzione, il collegamento ferroviario tra Corato e Andria Sud è stato riattivato il 3 aprile 2023, al termine dei lavori di raddoppio e ammodernamento della tratta. Le fonti istituzionali e aziendali descrivono un’infrastruttura rinnovata, a doppio binario, dotata di sistemi di sicurezza aggiornati e accompagnata dalla soppressione di vari passaggi a livello, dalla realizzazione di sottopassi e dalla nuova organizzazione delle stazioni.

L’intervento ha avuto anche una dimensione economica rilevante. ANSA ha quantificato in circa 90 milioni di euro l’importo complessivo dei lavori per il raddoppio della tratta Ruvo-Corato-Andria Sud, comprendendo la nuova fermata di Corato Sud-Ospedale, la ristrutturazione della stazione di Corato e la nuova stazione di Andria Sud, con fondi europei e cofinanziamento regionale. È uno degli effetti più tangibili lasciati dalla tragedia: la prova che il disastro ha accelerato un ripensamento dell’infrastruttura che prima appariva troppo lento, troppo rinviato, troppo affidato alla normalizzazione del rischio.

Naturalmente, sarebbe improprio presentare il raddoppio come una sorta di risarcimento simbolico. Nessuna opera pubblica può colmare l’assenza di 23 vite spezzate. Ma è altrettanto vero che nelle tragedie di sistema il cambiamento materiale delle condizioni di sicurezza rappresenta una forma minima, necessaria, di risposta pubblica. La questione, per Andria e per l’intera Puglia, è semmai un’altra: fare in modo che questi interventi non restino l’eccezione prodotta da un trauma, ma diventino il metro ordinario con cui si valuta la sicurezza dei trasporti, la manutenzione delle reti e l’affidabilità dei controlli.

Una città che non vuole lasciare il ricordo alla sola ricorrenza

Nella preparazione del decennale, il Comune di Andria ha insistito molto su un concetto: memoria collettiva. Non è retorica amministrativa. Significa tentare di evitare che la tragedia sopravviva solo nei familiari o nelle aule giudiziarie. Significa trasferirla nello spazio civico, nella toponomastica, negli appuntamenti pubblici, nell’educazione dei più giovani. La scelta di istituire una giornata del ricordo, e di chiedere alla Regione Puglia di farne una ricorrenza strutturale, va letta proprio in questa direzione.

In fondo, è questo che si è visto oggi ad Andria: non soltanto la commemorazione di ciò che accadde il 12 luglio 2016, ma il tentativo di stabilire come una comunità debba convivere con una ferita così grande senza farsene schiacciare e senza tradirla. La presenza di Mattarella, i familiari in prima fila, i nomi letti, il minuto di silenzio all’ora esatta dell’impatto, la partecipazione delle istituzioni locali e regionali: tutto ha concorso a dire che la memoria non è un esercizio del passato, ma un criterio del presente.

Eppure il punto più vero, forse, resta quel contrasto iniziale: una stazione attraversata di nuovo dai treni e, insieme, un tempo civile ancora fermo alle 11:05. È lì che Andria continua a misurarsi con la propria storia recente. Da una parte l’infrastruttura che riparte, i binari raddoppiati, i sistemi aggiornati, la promessa di maggiore sicurezza. Dall’altra, l’ostinazione del lutto, la domanda di verità, la necessità di non lasciare che la strage venga assorbita nel grande archivio delle cose “già successe”. Finché quella domanda resterà viva, il decennale non sarà soltanto un anniversario: sarà un richiamo. Alla giustizia, alla responsabilità, alla sicurezza, e al dovere, sempre incomodo ma essenziale, di ricordare bene.