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Washington colpisce l’Iran, Teheran risponde nel Golfo: la tregua sullo Stretto di Hormuz è a un passo dalla rottura

Droni marini kamikaze, radar distrutti, città colpite nel Khuzestan. Si inasprisce il confronto militare internazionale

13 Luglio 2026, 13:51

14:00

Washington colpisce l’Iran, Teheran risponde nel Golfo: la tregua sullo Stretto di Hormuz è a un passo dalla rottura

Droni marini kamikaze, radar distrutti, città colpite nel Khuzestan: dietro l’ennesimo scambio di attacchi si gioca molto più di un confronto militare, e il prezzo potrebbe arrivare fino ai mercati energetici globali.

Per capire cosa è accaduto l’ultima notte tra Stati Uniti e Iran bisogna guardare le immagini girate dagli americani e trasmesse dal CENTCOM. Washington ha impiegato anche droni navali ad attacco unidirezionale accanto ad aerei da combattimento, navi da guerra e droni aerei. È il segnale che il conflitto nello spazio ristretto e decisivo dello Stretto di Hormuz sta entrando in una fase nuova, più sperimentale, più intensa, più difficile da contenere.

Nelle prime ore di lunedì 13 luglio 2026, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato una nuova ondata di raid contro “decine di obiettivi” in più località iraniane. Nel bilancio fornito dai militari americani rientrano sistemi di difesa aerea, radar costieri, capacità missilistiche e di droni, oltre a piccole imbarcazioni ritenute funzionali agli attacchi contro il traffico commerciale. La giustificazione ufficiale è netta: degradare la capacità iraniana di colpire la navigazione internazionale che attraversa Hormuz, il passaggio marittimo più sensibile del pianeta per il commercio di petrolio e gas.

Fonti iraniane riferiscono che gli attacchi hanno investito otto città della provincia del Khuzestan, nel sud-ovest del Paese. A Mahshahr, secondo il resoconto rilanciato dai media ufficiali iraniani e ripreso da più testate internazionali, un bombardamento avrebbe colpito una stazione idrica, causando la morte di una guardia di sicurezza e il ferimento di quattro persone. Altre segnalazioni parlano di attacchi anche in province come Hormozgan e Markazi, mentre Ap riferisce che il bilancio complessivo delle vittime in Iran, secondo l’agenzia statale IRNA, sarebbe di almeno due morti in diverse aree colpite. In assenza di verifiche indipendenti complete, questi numeri vanno trattati con prudenza, ma convergono su un punto: la pressione militare americana si è allargata e ha avuto conseguenze umane immediate.

Il salto di qualità: perché contano i droni marini

L’elemento più rilevante della nuova operazione non è soltanto la quantità dei bersagli, ma la combinazione di piattaforme impiegate. Il riferimento del Centcom ai one-way attack sea drones — droni marini destinati a colpire e autodistruggersi — indica un allargamento del teatro tattico dalla sola dimensione aerea e navale tradizionale a quella dei sistemi autonomi di superficie. In uno scenario come Hormuz, stretto, congestionato, pieno di navi commerciali e infrastrutture di sorveglianza costiera, questo cambia molto.

È anche un messaggio politico a Teheran e agli alleati regionali di Washington: gli Stati Uniti intendono far capire di avere margini di escalation ancora disponibili, senza arrivare — almeno per ora — a un confronto terrestre o a bombardamenti sistematici sulle infrastrutture strategiche più profonde dell’Iran. Ma ogni innovazione operativa ha un rovescio: rende più imprevedibile la risposta avversaria. E la risposta iraniana, infatti, è arrivata poche ore dopo.

La rappresaglia iraniana si allarga al Golfo

Secondo il comunicato del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc), l’Iran ha colpito obiettivi collegati alla presenza militare americana in Kuwait, Bahrain e Oman. In particolare, Teheran sostiene di aver preso di mira un radar di sorveglianza a lungo raggio in Bahrain, un sistema radar per il rilevamento navale in Oman e una base missilistica dell’esercito americano in Kuwait. Un resoconto Reuters aggiunge che l’Irgc ha rivendicato anche attacchi contro depositi di carburante e munizioni presso la Prince Hassan Air Base in Giordania. Queste affermazioni iraniane non risultano tutte confermate in modo indipendente, ma descrivono comunque una rappresaglia di raggio regionale, non limitata al solo stretto.

Gli effetti immediati si sono visti soprattutto sul piano della sicurezza civile e della difesa aerea. Bahrain ha diffuso allerte chiedendo ai residenti di mantenere la calma e cercare il rifugio più vicino; le autorità giordane hanno riferito di aver intercettato quattro missili entrati nel proprio spazio aereo dall’Iran. AP segnala inoltre che gli attacchi e le attività militari si sono riverberati anche su Qatar, Oman e su altri Paesi direttamente o indirettamente esposti alla crisi del Golfo. È il tratto forse più pericoloso di questa fase: ogni raid contro l’Iran tende a produrre una risposta non solo contro gli Stati Uniti, ma contro l’intera geografia delle basi, dei radar e dei partner regionali che sostengono l’architettura di sicurezza americana.

Una tregua che esiste sulla carta, ma sempre meno nella realtà

Il paradosso è che questo scambio di colpi si consuma mentre formalmente esiste ancora una cornice negoziale. A metà giugno 2026, Washington e Teheran avevano sottoscritto un memorandum d’intesa destinato a prolungare di 60 giorni una tregua già emersa ad aprile e a riaprire progressivamente lo Stretto di Hormuz.

Ma il testo politico della tregua è stato presto smentito dai fatti. Già nelle settimane successive si sono moltiplicati episodi di fuoco reciproco, accuse di violazione, attacchi a navi commerciali e dichiarazioni incendiarie del presidente Donald Trump, che nei giorni scorsi aveva persino detto che il cessate il fuoco era “finito”, salvo poi lasciare aperto uno spiraglio alla ripresa dei negoziati. La distanza tra la diplomazia dichiarata e la condotta militare è ormai talmente ampia che parlare di tregua senza aggettivi rischia di essere fuorviante: si tratta, semmai, di una tregua residuale, fragile, intermittente, sostenuta più dalla convenienza di evitare una guerra totale che da una reale fiducia tra le parti.

Il vero centro del conflitto non è Teheran: è Hormuz

Il cuore della crisi, infatti, non è solo il rapporto diretto tra Stati Uniti e Iran, ma il controllo operativo e simbolico dello Stretto di Hormuz. È lì che si misura la sovranità iraniana; è lì che Washington vuole imporre libertà di navigazione; è lì che si concentra l’ansia dei mercati energetici e delle flotte commerciali. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2024 attraverso Hormuz sono transitati in media 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% del consumo mondiale di liquidi petroliferi; nello stesso corridoio passa anche circa un quinto del commercio globale di GNL, soprattutto dal Qatar. In altre parole: non è uno stretto come gli altri, è un interruttore dell’economia mondiale.